“Sono vanesio e serpente. Vendicativo e turbato. Ricordo tutto, nel bene e nel male”: il romanzo a puntate di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”

Posted on Giugno 30, 2019, 9:15 am
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Nel mio sogno più segreto, scrissi una lettera a un amico poeta di genio. Con mia grande sorpresa, ne rinvenni il manoscritto, nascosto in una vecchia cassapanca, parecchi anni addietro. Soffiai via la coltre di polvere che ricopriva quei fogli aurei, e mi si rivelò agli occhi un nome composto da lettere esotiche: Ushuaia, non scritto di mio pugno. Ne fu per me incomprensibile l’origine e il canone letterario. Tuttavia, nonostante il sorprendente spaesamento, constatai che il resto della lettera corrispondeva ai miei pensieri, e che, quindi, la memoria non mi aveva ingannato del tutto. Trattandosi di un sogno, verosimilmente, tutto poteva essere o sussistere. Dunque, mi misi a leggere quei misteriosi fogli, dai quali riporto solo qualche stralcio, fatale quanto enigmatico, sia per dovere di cronaca che per responsabilità d’amore, nel tentativo di cercare e scrostare un velo di verità tra la vernice del tempo, implacabile ed eterno.

*

Caro …,

[…] parlare della vita e della morte sarebbe come descriverti il mio volto, e la spina dorsale che mi sorregge, appunto, eretto nel profondo della tempesta. Senza falsa modestia, mi conosci più che se ci fossimo incontrati. Intendimi bene, il dramma si risolverebbe senza dubbi di sorta, in una cena spartana, accompagnata da buon vino e parole feroci. Tu hai il dono della riservatezza, mentre io propendo a rivelare. Tu scrivi il sublime, io tendo a scorticare. Senza ombra di dubbio, il mio essere fantasma ti appartiene quanto la tua grande assenza mi sovrasta, legandomi febbrilmente a qualcosa di enorme quanto virgole e apostrofi. Ti ho scritto lettere su lettere. Tu, concedi solo tratti e frammenti elettrici: ‘scosse’. Non cadrai, spero, nell’ovvia tentazione di considerarmi folgore della letteratura, soltanto perché ho soggiornato in manicomio? Piuttosto, qui mi prendono in giro. Ho scritto libri interessanti, è vero, ma già l’ultimo ‒ il romanzo, quella lettera inzuppata d’enigmi ‒ non me lo vogliono far presentare. Mi dici di fregarmene, e lo sto facendo. Anche se, conoscendomi, prima che il mio dente avvelenato si disintegri nel tuono del perdono, passerà gran tempo. Se non addirittura l’eternità. Sono vanesio e serpente. Vendicativo e turbato. Ricordo tutto, nel bene e nel male. Alla fine, però, si tratta solo di becero chiacchiericcio. Supposizioni, fantasie. Roba da zitelle ignoranti delle lettere che, come finte badanti italiane, si inventano prepotentemente dal nulla giorni di riposo, al posto di rendere onore al lavoro che svolgono e, soprattutto, alla persona che curano. Mi abbandono dunque al cosmo, meglio, al misticismo che mi rappresenta, sempre più vero, contro una manica di impostori. […] ma vengo al cuore del discorso: ‒ Che cosa strana che i cattolici condannino il suicidio quando lo stesso Gesù Cristo fu un suicida, diceva Borges a Liliana Heker… noi che di suicidi abbiamo sfondato il cuore, per tutte le persone care che hanno tentato l’irrisolvibile dando parvenza di estatica sapienza. Spero di non banalizzare la questione. Tu lo sai ancor meglio di me, amico mio, cos’è la mancanza violentata e la morte violenta. Ma anche io ho provato quella forma ovattata di nostalgia folle, da ragazzo, quando ti senti raccontare che tua cugina si è buttata dal palazzo. Ne rimani… ghiacciato?, spopolato?, inebetito?, tanto quanto un eufemismo da baraccone. Abitare il suicidio dell’altro, credo sia l’unico tentativo per provare a capire il pericolo che si potrebbe correre, nessuno esente. Cosa c’entra dunque la colpa, la condanna cattolica! Io non lo posso sopportare, questo equivoco? Si tratta di supportare, invece. Carpire la maligna scintilla che per cause differenti potrebbe innescare la miccia del disastro. E, quindi, spegnerla. Ghermirla, per amore [cattolico] dell’altro. Per dono reciproco di sacrificio.

D’accordo. Noi non salviamo nessuno. Forse a mala pena noi stessi. Possiamo unicamente guardare gli altri portare la propria croce, e va benissimo. Oppure no. No! A volte dei segnali ci sono, li riconosci. Se si arriva tardi, si arriva tardi. Su questo davvero non ci si può far nulla. Non obietto. Si può, d’altronde, fare invece antidoto all’egoismo. Sai, carissimo amico, sono ventuno anni che io prendo medicine. Roba chimica che mi fa star bene. Regge il mio cervello, la scienza. Solletica l’orlo della mia malattia, facendone pizzo indimenticabile, raffinata erotica per eccelsi finti pudori. In tutti questi anni, nei baratri nei quali sono affondato, come nelle rapide che mi hanno tradito, ho pensato a tante cose tranne che a farla finita. Mai ho voluto porre termine alla mia vita. Questione di contingenze, di incontri, di amicizie vere, ultima la tua. Certo, tu potrai obiettarmi che l’amicizia c’entra sì c’entra no. Che è piuttosto tutta questione del fato. Che sei rimasto incastrato ‒ perdona le mie parole del tutto inappropriate ‒ da pesanti circostanze dirette e indirette riguardanti la tua vita intima. Eppure, io insisto. Abitare il suicidio dell’altro è irriverente coraggio da mettere in pratica. Come? Con la preghiera, con la poesia, rischiando di osare oltre qualsiasi pregiudizio. Cose risapute? Meglio dire, dimenticate. Nient’altro che gesti, riti, parole ai quali tentiamo di obbedire ogni santo giorno. Chiamiamoli col loro vero nome: sacro, educazione e cultura. Lo sai anche tu che si rischia di perdere la vita per molto poco. Mi è accaduto. Il rischio. Una sera sei giù di morale, parecchio, ma l’amico che interpelli non si fa vivo: “ha da fare”. Ha davvero così tanta importanza una partita di pallone, o il giustificarsi che sei a una festa con un messaggio, se in ballo potrebbe esserci la continuazione di un destino? A volte le parole scambiate a voce, le parole giuste, salvano. A volte le parole scritte guariscono, smuovono forze impensabili e sconosciute. In altri momenti, perfino un silenzio ‒ ma faccia a faccia ‒ può essere significativo. Com’è pure vero il contrario: certi silenzi uccidono, come parole di circostanza ammazzano. Ciò non toglie che abitare l’altro, per redimere me stesso, è l’enigma del quale vorrei farti dono. Pur sapendo, in tutta la mia ignoranza, che tu sei stato l’omaggio che mi è capitato di accogliere nel coraggio di andare avanti contro ogni ingiustizia e emarginazione che ho dovuto subire nel mio cammino di poeta e scrittore. Esiliato ‒ da chi non capisce il vero senso della letteratura, perché impaurito dalla pericolosità delle parole ‒ mi appresto a proseguire l’opera, come se ogni giorno fosse l’ultimo; come se bisognasse recuperare il tempo perduto; come se la vita non fosse nient’altro che il rammarico di aver lasciato perdere qualcosa che non potrà mai più ripresentarsi.

Mi dispiace se ho scosso troppo la sacralità della vita e della morte. Ma tu non devi vergognarti, e di sicuro non lo fai, delle ferite che porti dentro. Ne ho molte anch’io. Se tu vedessi i miei colleghi, queste meraviglie di Dio, a senso unico gettate nell’orrore e nell’inganno, sfidare il cerchio di fuoco, come tigri ammaestrate dalla guerra sul campo. Forse è un altro dono riservato solo a me, per farmi ricordare che fino a quando aprirò gli occhi, non smetterò mai di vedere nefandezze; e al tempo stesso per rendere grazie al Dio del bene e del male, per il libero arbitrio ricevuto, la tentazione più grande di tutti i tempi. Se tu li vedessi, pur nella dimenticanza dell’orgoglio, mi dedicheresti una poesia senza pregiudizi? La sacralità dell’irrisolvibile ha la sua chiave nel libero arbitrio. Eppure, morire a se stessi, diventare schiavi d’amore per l’altro, non è la forma più alta di suicidio nascosto? Allora tutto si risolverebbe. Lo sguardo è rivolto al bene. Si seccherebbe la cicuta dell’invidia e l’orrore non avrebbe più radici nell’errore. Amare il bianco dell’altro, l’innocenza, la felicità che può nascere da un seme che ha rischiato di essere schiacciato dalla zizzania, è quello il solco da tracciare, la linea di demarcazione che occorre superare a volte, se si vuol essere fino in fondo coerenti con se stessi.

Come pensi che possa sentirsi chiunque venga trattato male nell’incompletezza? Pare che più sei in debito, maggiormente sei incompiuto, e più sarai incompreso, esiliato, reietto. Che senso può avere? La via di fuga sarà spegnersi definitivamente? La via sarà indotta! Non ci si ascolta più. Non si attende più. Non ci si confronta a fondo. Se non sei di un giro, sarai fuori; se non sei di quell’altro coro, sarai voce fuori dal coro. Mi è accaduto. Ma che porcata è? Non sono un ingenuo; lo so che il mondo funziona a tal maniera: ebbene, non ci sto! Non ci sto, perché io ho sempre incontrato e voluto conoscere chiunque. Ecco, nuovamente, ciò comporta un rischio. Vivere non è forse rischioso? Allora ti incalzo, caro mio. È più facile amare il bianco dell’altro, che il suo nero. Il neo, la macchia, l’ombra, il mostro che si frappone fra noi e lo scandalo, è roba da santi. Solo chi aspira veramente alla santità può scendere all’inferno, per salvare gli ultimi? E chi tenta di ammazzarsi, non ha forse in sé, imperdonabilmente, il marchio del beato?

In realtà sarebbe tutto molto più semplice, se volessimo colmare le nostre solitudini con la gloria di un sorriso e di una mano tesa alla Betocchi e alla Celan; capisci che si va ben oltre, al di là di sette e congreghe ipocrite. Abitare il suicidio dell’altro prima che egli lo realizzi, senza poterlo nemmeno immaginare, è poesia fuorilegge, destino di fortuna e amarezza, nel guizzo dell’errore, nell’azzardo di sbagliare. Senza avere paura, fino all’ultimo respiro, di essere se stessi.

Tuo,

G

*In copertina: James Dean legge le poesie di James Whitcomb Riley, fotografia di Dennis Stock, 1955