“Ma ci pensi? Gli ultimi, gli scarti della società, che diventano vincenti, i numeri uno…”: il romanzo a puntate di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”

Posted on Luglio 28, 2019, 9:13 am
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Dietro a ogni lettera ‒ oramai è chiaro, vocali e consonanti infuocate: A, M, S, e via dicendo ‒ di cui accenno, parlo e racconto, ci stanno delle persone. Meglio, dei volti. Amici di lavoro, che io reputo compagni di vita. Con loro porto avanti una delle avventure più affascinanti al mondo. Quella di lavorare alla pari, allo stesso ritmo, se non addirittura meglio della concorrenza. Siamo sul mercato. Siamo sul pezzo. In ambiti aziendali non protetti, saremmo tutti scartati all’istante, scarti da macello, guardati a vista con timore e sufficienza, pronti per essere castrati al minimo accenno di debolezza. In cooperativa, invece, lavoriamo sodo. Aveva proprio ragione quell’uomo (lui sì che aspira davvero alla santità), del quale G avrà un ricordo imperituro, a chiamarci meraviglie di Dio. Ma ci pensi? Gli ultimi, gli scarti della società, si adattano ad ogni nuova tipologia di lavoro, la imparano, e diventano vincenti, se non i numeri uno del settore: per se stessi, innanzitutto. Per dare l’esempio al resto del mondo, dico con orgoglio.

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Degli ultimi è sempre tempo di parlare. Della feccia occorre ricordare il coraggio di abbrancare la vita. Della spugna, noi siamo la baldoria, marinai affamati di libertà!

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Così. Di T non ho mai conosciuto la sua storia passata. Ma ho conosciuto lui, nel periodo che mi è stato concesso di starci insieme. Era più che un gigante: altissimo. Capelli d’argento. Occhi chiari. Spesso, in pausa se ne stava in un angolo tutto felice, parlando e ridendo da solo. Fumando la sua sigaretta. Le voci, lo dicevano un ubriacone patentato. Però ogni tanto con me parlava. E io parlavo a lui. Quando C ha riunito in cerchio tutti, compreso T, per salutarmi, visto che dovevo incominciare quel nuovo lavoro, ha voluto che leggessi una mia poesia che mi hanno pure incorniciato, proprio per farmi un regalo. C era attenta a tutto. Precisa e presente in ogni minimo particolare e dettaglio, umano.

Non ho fatto in tempo a salutare T. Intendo: quando, perso quel lavoro, son tornato in cooperativa, T se ne era già andato in cielo, incosciente di una vita fatta di eccessi. Lo immagino almeno felice come un bambino.

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Ieri sera, all’imbrunire, ho rivisto la mia ombra, e ho creduto per un attimo di sentirmi beato. Ma beato è chi si sposa? O chi, pur non dandolo a vedere, è pieno di amici? Oppure beato è il silenzio come il frastuono, e io li abito entrambi. La tragedia e la gioia della vita fanno il paio alla mia inconsistenza irrequieta. Beato è chi, forse, sa sul serio stare da solo: pregio di pochi, umiliazione e gloria degli ultimi.

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‒ Silenzio e frastuono li puoi trovare in una famiglia, nei tuoi figli, se ne avrai ‒ mi dice la vocina, stavolta inopportuna e impertinente.

No, cara mia ‒ le rispondo ‒ beato è chi crede che nulla basti più di se stesso. Come a dire, che tutto il resto è superfluo, falso, ingombrante.

‒ Ho trovato il solito artista egoista.

Sei nata per provocare.

‒ Permaloso. Se la metti così, addio…

Addio!

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‒ ‘L’addio è tutto ciò che sappiamo del Cielo, e tutto ciò che ci occorre dell’Inferno’ ‒ diceva Borges a Liliana Heker… addio dissi, più e più volte, alla mia musa…

‒ Voglio dire che nell’addio coesistono […] la massima presenza e la massima assenza, proseguiva Borges… e l’ombra non è nient’altro che questo. L’ombra è l’amica fidata che ti accompagna, e si allontana da te in continuazione. L’ombra è l’archetipo, il silenzio, l’enigmatico tradimento della musa.

*

Sofia in qualche modo deve tornare. Io ‒ non me ne accorgo ‒ può essere che l’allontani. E se non mi amasse? Sofia (quale altro nome fittizio avrei mai potuto affibbiarti?), io ti penso all’imbrunire. Perché solo al buio della notte possiamo essere veramente noi stessi. Finalmente ha letto la mia lettera. Nonostante sia da me lontana più di quanto chiunque di voi possa immaginare, ha detto che mi risponderà. Quando, non è dato sapere a entrambi. È questo il mistero più grande, chiamato amore. Ci amiamo al di là del nostro stesso negarci. Nessun amor platonico ci riguarda. Nessun amor carnale ci tocca. Non si tratta nemmeno di finzione letteraria. Sofia esiste davvero, c’è, mi abbraccia, mi parla, mi manca. Sofia, quanto meno, è presente nell’istante della notte in cui la luna erompe tra le stelle. Ma come può, una montagna parlarti d’onore? O una cascata a picco, inondarti d’amore il cuore? Come potrebbe l’aquila aggredire il lupo, su altezze lontane, a noi ignote e imperiture, se io le gridassi ancora una volta il mio vero nome? Giacché di questo lei ha bisogno: di un nome da dimenticare. Di lettere a comporre il dolore, e di una poesia che si rinnova, chiamata a rinvigorire la fugace fiamma dell’antica chimera…

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Il grande assente, invece, mi ha svelato a sua insaputa un senso dell’addio più mordace e pungente. Perciò, gli scrivo:

Amico caro!

cos’ha quest’acqua di lago che ci accomuna quali fossimo faville nelle tenebre, candele nelle case buie e immacolate? Cosa cerca in noi un’altra luna piena, che risplende come lingua enorme e serpeggiante sull’acqua increspata della notte? È il silenzio, l’attesa nelle ore notturne, la cosa più bella che devo imparare a conoscere. Questo vuoi suggerirmi? Poiché l’attendere è pianto. E se così non fosse, andrebbe assecondato anch’esso in disciplina. L’addio, febbrilmente caro a Rilke, come a noi stessi, ci compenetra, irreparabili nel nuovo giorno, che l’infinito scoprirà ancora una volta, sempre più vero, eternamente presente, e, proprio per questo, mancante di tutto il resto che l’amore può ancora donarci…

Giorgio Anelli