“C’innalziamo, nel notturno sacrificio, tra miriadi di costellazioni, pronti ad accarezzare una supernova”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”

Posted on Giugno 09, 2019, 9:37 am
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L’incanto, è accorgersi del prodigio, bisbigliando il miracolo, ogni mattina che si varca la soglia. Lavorando. Noi… siamo… mirabilia…

‒ Aspetta! ‒ S’imbroncia la vocina, provocando dal postribolo, inopportuna.

Che vuoi?

‒ Tu, dici che la tua vita è un privilegio.

È vero.

‒ Non ricordi più, quando il lamento era il tuo quotidiano linguaggio?

E con questo?

‒ Hai sofferto mica da ridere.

Sono di nuovo in piedi.

‒ Più e più volte, hai sofferto.

Non importa.

‒ Illuso.

Forse sfrontato?

‒ Cosa credi di fare, chi credi di incantare, con i tuoi sforzi e giochi di poesia?

Che cerchi?

‒ La vita è sofferenza.

La vita è lotta.

‒ La tua esistenza è tribolazione.

E coraggio.

‒ Dove credi che ti porterà? A quale vittoria? Tutto finirà un giorno.

Se tutto finirà, è da vedere.

‒ La provvisorietà fa parte del mondo.

Io m’appiglio.

‒ A qualcosa che non c’è.

A un altro.

‒ È un vanto?

No, un sussulto. Come sentire il teatro nelle fibre del corpo.

‒ Illuso due volte.

Non provocarmi!

‒ Altrimenti, che fai?

Non farò nulla. Le tue provocazioni non meritano risposta.

‒ Invece sì!

Sai cosa significa sentirsi amati?

‒ Voluti bene?

Esatto.

‒ Dunque?

Potrai essere quasi sempre solo ad affrontare la vita. Ma hai comunque la certezza che qualcuno, che conosci, col suo esempio ti ha dato prova di dono. In passato, ma per il futuro!

‒ E come?

Beh, Marco una volta mi ha offerto la cena, quando non stavo messo bene. Franco c’era, può testimoniarlo.

‒ Non credi che abbia voluto comprarti, oppure tenerti buono una volta per tutte? Irrequieto come sei?

Impossibile.

‒ Come fai a dirlo?

Marco mi ha sempre voluto bene. Fino al punto di farmi camminare con le mie di gambe. Mi ha capito, mi ha apprezzato, mi ha difeso. Abbiamo condiviso momenti di teatro e poesia, insieme.

‒ Quindi, secondo te, basta qualche favore, e il gioco è fatto…

Nessun favore. Nessuna compassione. Parole che si infiammano, piuttosto, a ustionare la vita e a far vibrare il silenzio.

‒ Se ti accontenti di uno…

Poi c’è Franco. Mi ha sempre aperto le porte della sua casa.

‒ E con questo?

E con questo?!

‒ Tu stai tra la vita e la morte.

Come tutti.

‒ Sbandato, irregolare…

Marco mi incontrava proprio quando ero sbandato e stavo male. Su questo non sbagli. È per il suo non avere pregiudizi, che vado fiero di essergli amico. E Franco, in amicizia e fiducia, mi sprona sempre, standomi accanto appena può.

‒ Quindi magari sei tu, quello che imbroglia?

Essere poeti è un discorso. Essere ergastolani della poesia, è ben altro (così la Cvetaeva a Pasternak).

‒ Fai presto tu, a parlare di destino, di amore… tu, poeta…

Avanti, dimmi, cosa vuoi veramente da me?

‒ Non lo capisci, vero?

Te lo dico io. Tu vuoi impedirmi di mietere. Vuoi interrompere la mia sete di conoscenza. E vuoi rubarmi l’immortalità.

‒ Non sarai mai riconosciuto, né immortale.

Forse ai tuoi occhi di teschio. Ma a quelli del silenzio, della marea, e dello strapiombo, io assurgo. Mi tuffo nel buco nero dello spazio, per uscirne a cavalcare una galassia.

‒ Cosa stai farfugliando.

C’innalziamo, nel notturno sacrificio, tra miriadi di costellazioni, pronti ad accarezzare una supernova.

‒ Vedi, avevo ragione. Blateri sciocchezze. Sei un pazzo.

Come lo furono Pound, Campana…

‒ Annegherai nella tua stessa follia.

E tanti altri ne arriveranno, sai? Dopo di me.

‒ Farete tutti la stessa fine.

Potrete rinchiuderci, sconfessarci, esiliarci, ammazzarci. Ma un fatto rimane e rimarrà sempre. Indelebile nella Storia.

‒ Quale?

La parola. La parola scritta.

‒ La si può bruciare.

Ti sbagli. Ci hanno già provato. Gli stessi poeti, assurdamente, dovettero bruciare i loro scritti, per sopravvivere al gelo. O si cucirono addosso, negli stracci, nei campi di concentramento, versi desti di poesie somme. Quegli scritti, incredibilmente sono arrivati fino a noi. Come te lo spieghi?

‒ Chi credi di essere? Non sei nessuno.

Mi vanto di esserlo. La mia cenere sarà sparsa ai quattro venti. Non la parola scritta. Essa rimane. Permane nel sangue della memoria, nelle menti dei prediletti, nei cuori impavidi. Essa fa tremare i cavalli di razza e fremere le partorienti. La poesia brilla come lucciola nei giardini. Batte all’unisono col cuore dell’uomo. È riparo nelle notti di tempesta.

‒ Ti sei tradito da solo. Sei un esaltato, un fanatico.

Io so chi sono.

‒ Cosa pensi di fare della tua misera vita?

Il poeta ha per casa la fratellanza, e per letto un mantello di libri. Il suo sguardo è rivolto alle nuvole, alla luna e alle acque; ma è il fuoco ‒ il lupo come fuoco, che gli batte dentro a rintocchi di pendolo ‒ a farlo sentire vivo in mezzo ai morti. Quelli come te, che maneggiano il mondo. Leggere è fiorire, scrivere è rinascere. Vivere per far rivivere, ecco ciò che sono: versi di poesia, pronunciati, donati, al mondo che verrà.

‒ Non avrai mai il mio appoggio.

Io cerco la speranza degli ultimi, la rabbia degl’umiliati. Perché come loro lotto, affinché il mio nome abbia un senso, nell’eternità, e negli occhi raggianti dell’assoluto sconosciuto incanto. Se non l’hai ancora compreso, il prodigio è un canto, rivolto al ritmo notturno della Wisteria, mentre i gatti saltano vertigini a noi sconosciute…

*

Proprio oggi, al supermercato, mentre cercavo del gelato, ho visto quella piccola esile infermiera della psichiatria, tutta canuta e curva, che col marito faceva la spesa. Ho fatto finta di nulla. Ma poi, per caso ci siamo ugualmente incrociati, e lei, ormai in pensione, col suo pudore professionale, mi ha semplicemente sorriso. Le ho sorriso anch’io. Come a farci intendere, che il bene ricevuto, va omaggiato nel nascondimento. Come la poesia, negli abissi sonnambuli di vite appese a un filo.

Giorgio Anelli

*In copertina: una immagine di scena da “2001: Odissea nello spazio”