Ci si lascia, nel silenzio più opportuno. Il motivo, a volte, non è dato sapere. Si sparisce in un soffio. Cosa spinge un ragazzo, o un uomo, a farlo? Provo a pensarci: qualcosa che fa male, inspiegabile a noi stessi; che però, contemporaneamente, sembra l’unico spiraglio al respiro.

Ci vuole coraggio? Occorre carisma? Forse paura… Troppa, per chi ha già vissuto tutto di questo mondo, in prematura veggenza.

Spesso a lasciarci sono poeti, musicisti, artisti… Persino donne e uomini comuni. Come se essere poeta oggi non significhi, a tutti i costi, essere uomo o donna comune. Stiamo perdendo sempre più il lato umano di noi stessi. Contenti di apparire. Egoisti fino al midollo. Basta un niente, un no improvvisato o reiterato, per distruggerci e abbattere il personaggio nel quale ci piace specchiarci, se non mostrarlo agli altri, tutti i giorni.

Essere poeta è vocazione, destino; risposta alla chiamata. Tutt’altro che sembrare inopportuno. Allora dovremmo porci una domanda fra tante: perché non ascoltarci, parlarci un po’ più spesso, ma di persona? E perché non collaborare per il bene comune della letteratura, al di là degli infingimenti? Poiché la chiamata dell’arte è significato per tutti quelli che non sono stati chiamati in quella medesima direzione. La nostra morte, ma la tua salvezza.

Si dirà che il poeta è un privilegiato, che vive tutto più di tutti e per tutti, e può tutto, quasi come un dio. Balle! Sono solo guai. La perfezione esiste soltanto nel momento in cui ti metti a scrivere. Per il resto c’è da sputare sangue come tutti quanti.

Ci si lascia per la troppa bellezza che ti porti dentro. Oppure per il male di vivere. Di sicuro ‒ che sia ben chiaro ‒ non ci si lascia per opportunismo. Non occorre giudicare. A che serve? Si potrebbe fare il salto in qualsiasi momento, e l’interruttore si spegne. Ma per tutti. Dopo di che si è strappati al destino. In quale soglia alla fine apparire?

Si dice che il poeta sia fragile, timido, chiuso, introverso. La diceria è sbagliata, ma in fondo fa intravedere quel filo d’argento di verità. Il poeta è un cristallo. Quanti esempi abbiamo avuto alle spalle nella tradizione della letteratura universale: ci basti Celan.

Stare nella sera, sostare tra le rapide di un fiume, o nel clangore dei boschi addormentati. Scrivere nella notte è tutto ciò e molto altro ancora. Vivere e scrivere e leggere. C’è chi ha la fortuna di essere accompagnato in questo percorso all’apparenza così lineare, ma di fatto tortuoso come le spire del serpente.

Se il poeta viene accompagnato, affiancato a tratti nel suo cammino, qualcosa si può ancora sperare. Se il poeta si sente abbandonato, rimarrà solo. E non a tutti è data quella pazienza insormontabile che ti fa resistere all’agguato, al crepuscolo, al nulla e al silenzio più infingardo. Nemmeno l’urlo o la preghiera a volte possono bastare. La solitudine non si cerca, ti è imposta fin da subito; il destino, già in agguato, le offre il braccio. Come una dama, nel buio della sera, ella accompagna chi è poeta alla ricerca del foglio bianco, suo unico vero appiglio.

Tutti amano i poeti. Tutti li affidano al fato. Se non altro è una buona scusa. Chi non viene baciato sulla fronte, può permettersi quello che vuole. Ma chi ha il dono della scrittura, sa che ogni passo, ogni singolo passo è una vita via l’altra. E non si torna indietro. Poiché pensarlo significherebbe l’ennesima sconfitta. Ma questo avviene ‒ ripeto ‒ solo se esistono amicizie vere, capaci di fare, nella lontananza, la differenza. Altrimenti potrebbe accadere persino l’irreparabile. Sarebbe bello, dunque, credere alle favole. Qui però si combatte con nemici invisibili e implacabili. Sì, non si sputa sangue ogni notte soltanto davanti all’infinito foglio bianco. Piuttosto si piange, se se ne ha ancora la forza, in mezzo a un deserto pieno di demoni e miraggi. Allora la tentazione assurge a pensiero. Dietro l’angolo, ella, ti strizza l’occhio…

Se qualcuno amasse davvero i poeti, li chiamerebbe ogni tanto al telefono. Ci uscirebbe insieme più spesso. Sono cose talmente banali, da dover essere dette nuovamente. Perché altrimenti parlare con i muri potrebbe essere l’inizio dell’abisso.

Non lasciate soli i poeti. Della fratellanza cercano l’essenza, il midollo. Vi ripagheranno con sguardi di secoli passati, e parole ustionate dal fuoco. Se sarete fortunati, può darsi che vi dedicheranno versi immortali. Sappiate però che a loro basta poco: un sorriso, una discussione accalorata, un insulto condiviso. O, “farsi la guerra per amore”.

Spesso sembrano impenetrabili. Amano all’inverosimile.

La diceria è che sanno troppo. La verità invece è che il chiacchiericcio li uccide. Ma se sanno resistere anche a questo, vuol dire che in loro c’è davvero quella linfa immortale chiamata amore. Per dio, non lasciateli soli! Hanno fame e sete come tutti. Non sono poverini o poveracci. Sono uomini e donne come voi. Solo che hanno un dono. Quel carisma che li porta a sentire oltre. E se ci fate caso, a volte ve lo sussurrano all’orecchio.

Non lasciateci soli. Altrimenti, per davvero, c’è il rischio che ci si lasci nel silenzio più opportuno. Ci si lascia, nel clamore dell’assenza.

Giorgio Anelli