“Sputare sangue, a questo punto, è l’unico vezzo che m’interessa”: il romanzo di Giorgio Anelli, “Mirabilia Dei”

Posted on Giugno 16, 2019, 7:31 am
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A, arriva ogni mattina, zoppicando. Sa il fatto suo e la sa molto lunga. Mi vuol bene come a un figlio, ma con lo sguardo da duro e la lingua pungente di chi ha attraversato gli spettri dell’alcol e l’ironia della sorte, con dignità e furore. Di certo non le manda mai a dire. Un giorno, quando ha capito che mi lamentavo troppo, mi ha raccontato di lui. ‒ Avevo il mio bel lavoro, dice. Poi, mi sono fatto male alla gamba, e l’ho perso. Se non c’era mia zia, sarebbero stati guai. Lei mi ha permesso di tirare avanti, fino a quando ho trovato qui, in cooperativa. Ti capisco, G. È dura! A, me lo dice con sincerità, per la prima volta, dopo cinque anni che ci conosciamo. Il mio amico sa bene che con cinquecento euro di paga, non si arriva alla pensione, né a fine mese né tanto meno a prospettarsi un futuro, una volta che dovrò cavarmela totalmente da solo. Con una casa tutta mia: quale ‒ casa ‒ tutta ‒ mia? A sessant’anni suonati, A provoca tutti, ma in fin dei conti è un buono. Gli manca così poco alla pensione, che già non vede l’ora di stare con i suoi nipoti, e magari più in là, di tornare come volontario da noi. Per il suo ultimo giorno di lavoro, lo abbiamo festeggiato. Il presidente della cooperativa gli ha regalato un orologio. E lui, anche se non lo dava a vedere, era contento. I duri non danno mai a vedere niente. Si tengono tutto dentro. O quasi. Era tipo giovedì o venerdì. Sabato, mi arriva una fucilata alla gola. La telefonata della mia responsabile fa esplodere la giugulare. ‒ Cosa succede?!, le chiedo immediatamente. G!, è morto A, all’improvviso, ieri pomeriggio…, dice lei, sprofondando in un ottuso silenzio.

Il mondo certe volte ti crolla addosso, come quando scopri che una donna ti tradisce. All’improvviso. Certo! All’improvviso si disintegra tutto. Lunedì mattina ho dato venti euro per la famiglia. Non ci ho pensato due volte. Si stavano raccogliendo i soldi. Chi poteva, dava ciò che voleva. Abbiamo tentato di lavorare per un paio d’ore. Ma chi riusciva a lavorare! Ero devastato e sconvolto. Il mio amico e collega se n’era andato alla stessa maniera di mio padre. Un infarto, e bon… Poi, siamo andati tutti al funerale…

*

Se vuoi saper di me quanto ho sofferto, chiedilo alla buriana, al chiasso, allo scompiglio, alla sommossa. Loro ti risponderanno: che c’importa di un cristo o l’altro. Noi spaventiamo, spacchiamo, devastiamo. Se vuoi tentar di capire chi sono, chiedilo alla poesia, alle foglie della foresta, alla valanga, al tormento, all’assiolo e al pettirosso. Ti diranno che uno straniero ha vissuto con i Walser.

‒ …ora che sono cieco, devo continuare a lavorare, perché che giustificazione ha la mia vita se non lavoro?, diceva Jorge Luis Borges a Liliana Heker… Se vuoi saper di me, questa è la risposta. Non deve interessarti il perché ho sofferto, invero il come voglio affrontare la mia vita, adesso. Io devo mantenermi, in qualche modo. E voglio pure realizzarmi. A testa alta. Non so cosa accadrà domani. Sappi che sono perennemente in viaggio.

*

Dire la verità, non è cruccio né dispetto. Il dispetto, semmai, te lo fanno gli altri. Dopo. Ho sempre pagato lo scotto di dire le cose come stanno. L’ho sempre pagata, come Eduardo, e non mi dispiace affatto. Andrò avanti per la mia strada, senza voltarmi all’ipocrisia dei mestatori. Il controllo, il potere, li lascio a loro. A me interessa essere povero e libero. Il poeta è fuori controllo ‒ si sappia. Mi hanno pure detto che sono una voce fuori dal coro: lo sono sempre stato, stolti… Mi incuriosisce leggere un libro, parlare con uno sconosciuto, fare l’amore, scrivere una poesia. Che m’importa dell’invidia. Vorrei per lo meno essere contraccambiato in qualcosa. La diceria più vera, riguarda i desideri. Si sobilla che se sogni forte, se ci credi veramente in quello che vuoi fare, allora potrebbe accadere. Crollano muri, si omaggiano amici, si scrivono libri dal nulla. Nessuno ti darà mai una mano. O, quasi. È la legge non scritta del mondo. Però, una volta, il mio amico Sandro Bonvissuto mi ha detto che: “non c’è peggior nemico dello scrittore, che lo scrittore stesso”. Sante parole. In sogno, sono andato a trovarlo. Mi ha portato nel quartiere della Magliana. Da quel sogno, ho cesellato un racconto di rapina; non ditelo a nessuno, è un segreto.

La verità è avere lo sguardo da clandestino. Due occhi magnetici e la ferocia che ti avvita il corpo. La verità rischia di scoprire un’abnegazione a te sconosciuta. Però. A volte sbotto. Sfondo la porta della mia stanza. Ho bisogno di tuffarmi nella massa di Milano, o nell’ardire di qualche lago. La poesia non può nascere solamente dal buio e freddo interno di una cella. La poesia ha bisogno di incontri, di pugni, corse, baci, vecchi mulini a acqua. Lo sguardo ‒ squarcio del cuore ‒ ha bisogno di vedere battelli attraccati al molo, per dire… la verità però, è che è tutta una questione di soldi. Possiamo stare qui giorni interi a filosofeggiare sulla fantastica vita del poeta e dello scrittore. Ma, come mi ha sempre detto il mio amico & fratello Sandro, gli scrittori sono gli altri: noi siamo camerieri o impiegati. Gli scrittori sono quelli che c’hanno i soldi, che fanno questo di mestiere, che viaggiano, che possono buttare via giorni e giorni alla lettura e alla scrittura. Poi, solo dopo, veniamo noi. Dopo aver sgobbato ore e ore per i clienti della trattoria o della cooperativa, allora sì possiamo permetterci di prendere in mano un libro, iniziare a leggerlo; oppure, aprire il taccuino e sperare di iniziare a scrivere qualcosa di buono. Solo in quel momento possiamo riparlarne. Noi, non abbiamo una vita fantastica. Noi proviamo il sacrificio sulla nostra pelle. Non fraintendetemi. È fantastico aver l’onore di rischiare nella vita, ogni giorno. Perché ogni soldo è sudato, come ogni parola letta e a mala pena scritta. Sputare sangue, a questo punto, è l’unico vezzo che m’interessa. Mi attira salire su un ring, se non lo avete ancora capito, come Rubin Hurricane Carter… e iniziare a fare gioco di gambe, guardare dritto negli occhi in atto di sfida, il mio avversario, il mastino.

Giorgio Anelli

*In copertina: Robert De Niro e Martin Scorsese all’epoca di “Toro scatenato” (1980)