“Devi lottare contro raccomandati, leccaculo, arrampicatori sociali… ma il poeta è fuori controllo”: esperienza di lavoro in cooperativa

Posted on Luglio 07, 2019, 9:18 am
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Essere qualcuno, è un discorso da mondo del lavoro. Essere nessuno, è stigma, macchia da letteratura. Cosa voglio dire? Essere introdotto in cooperativa, lavorando, facendo tutto un percorso di crescita, passo dopo passo, mese dopo mese, anno dopo anno, ha permesso di far rinascere la mia personalità. Il mio io e la mia stima ne hanno tratto profondo beneficio, e ne sono grato. Nonostante nuove o vecchie inimicizie, rancori e quant’altro, io mi realizzo. Invece: scrivere per il mondo intero ‒ ci hai mai pensato? ‒ necessita di umile stima, per se stessi e verso gli altri. Marchiati da epifanie, graffi, visioni, crudeltà, amplessi, non si dovrebbe desiderare altro che l’opera nasca sorgiva e cresca imperterrita, silenziosamente.

E se poi accadesse il contrario? Accade già. Continuamente, accade. C’è chi lavora per gli altri, senza lagne né vanti; c’è chi compare sempre, comunque e ovunque nello scenario letterario italiano. Fenomeni da baraccone. Fondere i linguaggi per un unico scopo, sembra roba da caritativa. Ma anche lì, viaggiano interessi nascosti. Caravanserragli di invidia e giochi di potere, si intrecciano a finto buonismo e perbenismo dell’ultim’ora, se non dell’ultimo secondo: maschere.

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Tutti, in cooperativa, abbiamo un peso specifico. Almeno, quelli assunti con regolare contratto. S’intende. C’era bisogno che lo scrivessi? E io finalmente sono riuscito a raggiungere questo obiettivo. Purtroppo, il miraggio di sentirsi almeno un po’ più sicuri nel mondo delle cooperative sociali, permane ancora per molti. Avere un peso specifico equivale a dire che, chi ci supporta a livello educativo nel lavoro quotidiano, ne dovrebbe avere altrettanto in termini di competenza e professionalità. Cosa, quest’ultima, che in alcuni casi non accade, anzi vacilla in maniera scandalosa, provocando solo danni ai malcapitati tirocinanti… essere raccomandato spesso non coincide con l’essere presente agli altri, soprattutto in questo mestiere. Lo ribadisco, si fanno solo danni: si crea rabbia, malcontento, soprattutto sfiducia. E, pianti. Sto parlando di situazioni che sono sotto gli occhi di tutti, ma se non hai potere di decisione, nulla potrà mai cambiare.

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M, come è arrivato da noi se ne è pure andato, tempo fa. M, da quel che mi racconta, poteva avere un futuro brillante; avrebbe potuto persino bagnarmi il naso nel mondo della letteratura. Se… appunto, se… la sua vita non avesse preso pieghe distorte. Ma chi lo sa come va il mondo, eh?! Nessuno lo sa veramente. M ha problemi con la valvola mitralica, e un passato da alcolista anonimo. Da quel che mi dice, prima, faceva lavori di sedici ore al giorno, e li svolgeva alla grande. ‒ G, mi chiede M.

Dimmi.

‒ Ho saputo che sei poeta e scrittore. Mi interesserebbe un giorno leggere qualche tuo libro. Io, invece, scrivo tutti i giorni da diversi anni; tengo un diario personale dove racconto a fiume tutto quello che mi succede. E mi aiuta, scrivere, sai?

Fai solo bene. Gli rispondo.

‒ Forse un giorno mi darai una mano a sistemare i miei appunti, G?

Perché no, gli faccio. E sarebbe stata una bella sfida per me, anzi, per entrambi. Ma la legge della selezione, passa anche dalle nostre parti, e M, che non possiede purtroppo quella lucidità indispensabile per lavori di concentrazione come quelli che facciamo noi, viene tagliato fuori dai giochi.

‒ Ecco, lo sapevo G, mi hanno detto che mi aiuteranno a cercare un altro lavoro, ma qui il mio tirocinio finisce. Ora subentreranno mesi difficili, e l’autostima andrà sotto zero. ‒, mi confida sconsolato M, durante la pausa caffè. Stanchezza e distrazione, insieme a qualche assenza di troppo, fanno perdere punti e fiducia verso i nuovi arrivati. Allora devi farti forza, almeno tu. Devi dotarti di corazza, per evitare di legarti troppo a quelle persone che come te credevano in un sogno, poi andato in frantumi. Devi far finta di niente, dimenticarli alla svelta, prima che i loro ricordi si impossessino di te, senza lasciarti in pace. Sono uguali a me, santo Iddio! Più sfortunati di me, perché non ce l’hanno fatta. Tutto però deve continuare… Chissà, se i miei responsabili soffrono un pochino anche loro, per dover lasciare a piedi questi uomini e donne, non consoni ai ritmi della cooperativa? Qualcuno di loro, lo rivedo per le strade della mia città. Come quel ragazzo giovanissimo, inesperto con la vita, che il sabato sera brinda insieme a un amico, seduto su una panchina, in mano una bottiglia di birra. Sembra voglia godersela tutta, è soddisfatto, ha gli occhi raggianti e un sorriso beffardo di chi ha sete di rivincita verso il mondo. Brandisce lentamente quella bottiglia, quasi fosse uno scettro. E io, rivedendolo, spiandolo di nascosto, obliquamente tifo per lui. Perché so che per fortuna non esiste solo la nostra cooperativa, ma molte altre realtà sociali, magari più affini al suo limite e destino. Ogni sconfitta fortifica, e potrebbe portare a qualcosa di migliore. Ogni sconfitta, brucia, svergina per sempre il potente motore, il cuore fragile dell’uomo.

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Essere abbandonati, è un discorso da mondo del lavoro. Essere qualcuno, è ferocia, burla da letteratura. Cosa voglio dire? Mai come oggi, se non rendi di più di quello che già puoi dare, spesso sei fuori. Devi contare solo su te stesso. Devi lottare contro raccomandati, leccaculo e arrampicatori sociali, che faranno di tutto per primeggiare e tagliarti le gambe. Lo stesso, ahimè, accade nel mondo letterario. In realtà: accade ovunque. Quasi, ovunque. In tanti, troppi, vogliono avere il controllo su chi ne sa meno o più di loro. Vogliono avere tanto, e il prima possibile. Si creano fazioni, ci si imbosca in ambienti in apparenza estranei, per avere i propri uomini pronti a reagire, in situazioni di disavanzo. Giochi di potere, che tristezza, il mondo è questo. Se non ti va bene, è così lo stesso. Ciò nonostante, il poeta ‒ che si ripeta ‒ è fuori controllo… preferisco rimanere solo come un cane, piuttosto che sopportare la maschera di finte amicizie; e voglio avere idee mie personali, anziché ripetere a pappagallo quelle degli altri.

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Fortunatamente, però, viene sempre qualcuno a disinnescare la mia boriosa solitudine (che aspettate! venite a stanarmi…). Arriva, proprio quando meno me lo aspetto, un nuovo amico, questa volta a trarmi fuori dall’ultima grande depressione nella quale ero caduto. A dire il vero, l’avevo cercato io, parecchio tempo prima, Antonio Zanoletti. Attore e regista, nome importante del teatro italiano, mi chiede all’improvviso se voglio scrivere per la sua compagnia teatrale (la Compagnia dell’Eremo, che poi è quello di Santa Caterina) un testo tratto da una sua idea. La cosa, oltre a farmi onore, mi aiutò davvero, e molto, ad allontanare definitivamente quella sporca compagna che è la depressione. Infida e impostora, tanto da abbracciarti nel silenzio della notte inesplorata, per violentarti il più possibile, ficcandoti in gola la sua lunga lingua sottile. Finalmente potevo scrivere un testo per il grande teatro. Antonio mi prestò dei libri, grazie ai quali potei documentarmi e mettermi al lavoro. Ma, oltre ai se, la vita riserva a volte dei ma. L’amico che mi aveva in qualche modo guarito, fu colpito lui stesso da un problema di salute, poi fortunatamente risolto. Tanto che tutt’ora, quel testo che avevo abbozzato timidamente, giace sonnecchiante in un cassetto (non mi ricordo nemmeno quale). E forse un giorno, forse no, vedrà la luce nei teatri italiani…

Giorgio Anelli

*In copertina: Mickey Rourke in una immagine da “Angel Heart”, film di Alan Parker del 1987