“Cosa avranno da ridere questi idioti?”: “Mirabilia Dei” il racconto sfrontato e radicale di Giorgio Anelli (seconda puntata)

Posted on Aprile 21, 2019, 10:52 am
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PSICHIATRIA. 3

La madre straziata asseconda il figlio. O, forse, così le hanno detto di fare. Oggi, fumo Gauloises. Domani, vedrò. Ho richiesto la mia chitarra. I medici dell’hotel psichiatria mi reclamano: vogliono sapere chi sono. Mi abbandono inerme alle loro bocche simili a ventose, a quegli occhi curiosi, a quelle orecchie possessive, impazienti di auscultare l’ignoto. Dico la verità, e vengo deriso. Dico loro che scrivo: «ho scritto un testo teatrale e voglio metterlo in scena». Cos’avranno da ridere?, questi idioti.

Mia madre, straziata e fiera, sussurra che i medici le hanno detto che sono un genio. Potesse servire a farmi uscire da qui… Devo aver confessato cose sconvenienti per il mio futuro, a quegli uomini dal camice bianco. Giorno e notte, sono controllato a vista. Posso camminare per il reparto; mi è consentito parlare con gli altri pazienti; posso uscire e farmi un giro per tutto l’ospedale, accompagnato da un infermiere. Allora ne approfitto; mi diverto a correre a rotta di collo giù per le scale, tentando la fuga. L’infermiere ansima, ma non lo frego. C’è un uomo, tutte le mattine, che tira un carretto. È l’edicolante. Chiedo a mia madre di acquistare da lui la settimana enigmistica. Strano. Non sono mai stato capace di infilare due parole in croce. Invece, qui ‒ nel non luogo della follia, ora ‒ divento giocatore esperto.

*

Non si augura a nessuno di rimanere senza lavoro. Io l’ho provato. Ben due volte. Come ho provato, del resto, l’astuzia del meccanismo assistenziale. Nelle visite burocratiche che per prassi dovevo affrontare, per stabilire con una psicologa il tono del mio umore e il rendimento lavorativo, mi veniva sempre chiesto se nel frattempo avessi trovato altre opportunità lavorative, perché, vista la crisi, un tirocinio è solo un tirocinio e la cooperativa non ha possibilità da offrirmi (se non quelle di sfruttare gratuitamente la mia forza lavoro).

«Buon giorno, signor G! Come sta?». Era quella, la stessa voce stridula, accompagnata da un sorriso beffardo, della quale col tempo m’ero quasi abituato ad affrontarne, fino alla nausea, il disgusto. Ciò che non mi andava giù, però, era ben altro. Io perdevo ogni volta il mio tempo, tentando seriamente di far capire alla psicologa che avevo bisogno di lavorare, di avere un contratto, mentre lei, mi diceva che la sua passione era quella di suonare il violino e che, per oggi, non aveva nient’altro da aggiungere. Quindi, dopo cinque soli minuti di colloquio, mi fissava prontamente un nuovo appuntamento. Sono andato assurdamente avanti così per alcuni anni, fino a quando ho fatto mettere nero su bianco che non volevo più avere nulla a che fare con certa gente. Capace solo di scaldare la sedia, e intascarsi lo stipendio, la signora psicologa.

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Nel frattempo, arrivò il mio primo contratto lavorativo. Mi assunsero in una ditta importante, e per diversi mesi fui ligio al dovere. Poi, sfortuna vuole, non stetti bene. Così, ricevetti un grazie ed arrivederci a mai più. Nonostante in quella stessa ditta, il fratello delle proprietarie fosse un disabile, paralizzato a causa di un incidente stradale. Nessuna pietà. Per niente e per nessuno. A quelli interessava unicamente il gioco degli sgravi fiscali. Insomma, qua sembra che tutti giochino, tranne io. Io? Siamo tanti, siamo centinaia di migliaia. Una volta ho sentito una persona dire: «loro sono le meraviglie di Dio». Una persona alla quale non interessava giocare, ma aiutare. Farsi servo per qualcun altro, sul serio.

Quando, casualmente, incontro per strada l’uomo che ha sposato una delle proprietarie di quella ditta, lui ne approfitta per sfoderare il suo cinismo pubblicitario, ricordandomi che mi aveva assunto. Lo guardo, guardo poi il cognato in carrozzina e gli dico: ‒ Ma che cosa sta dicendo!? Che domanda è!?

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PSICHIATRIA. 4

Solo un poeta poteva andare a trovare un altro poeta là dentro. E solo quel poeta poteva far presente a G la bellezza nel cortile dell’hotel psichiatria. Fu l’unica persona estranea al giro familiare che lo andò a trovare. «Hai visto che albero meraviglioso è quello? Sai come si chiama?» chiese a G. «Non conosco i nomi degli alberi» rispose perentoriamente G.

«Quello è un cedro del Libano».

Il fantomatico poeta, un bel giorno decise di lasciare la città e di gestire un rifugio di montagna ad alta quota. G, si ricorderà sempre di lui.

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Da quando ho iniziato il mio interminabile tirocinio, ho conosciuto un sacco di persone, più o meno fortunate di me. Ho stretto mani a uomini reduci da infarto, magari con famiglia, che non riuscivano ad arrivare a fine mese. Ho parlato con donne naufragate negli eccessi della vita. C’era chi aveva avuto un passato da alcolista, chi qualche incidente che lo aveva minorato, chi aveva tentato di farla finita. Il discorso principale però era a senso unico: fare bene il lavoro. Farlo gratis, ma farlo bene. Una possibilità su un miliardo per poter restare a lavorare, e magari essere presi sul serio. Un sogno, che forse poteva diventare realtà. Una lotta contro l’impossibile presente. Come fosse una nuova iniziazione alla vita. Una redenzione. Quella stessa vita ‒ che sembrava ringhiare contro di noi.

Giorgio Anelli