“A volte ci si cerca, ci si incontra… Tanto, alla fine, è sempre lei, quella vita bella e bastarda, a scompaginare i piani e a far cadere le maschere”

Posted on Ottobre 03, 2020, 12:54 pm
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Può capitare di ritrovarsi, davanti a un buon bicchiere di vino o a una birra.

Ci si incontra, dunque, per stare insieme e sopperire, nelle luci della sera, alle mancanze del nostro tempo. Ci si cerca, a volte, magari tra artisti, per raccontarsi, o confessarsi. Non necessariamente per rompere la solitudine, ma per sapere chi siamo, per sapere di essere: magari, non per qualcuno, ma almeno per noi stessi. E non per forza di cose si deve parlare della propria arte. È la vita, invece, che s’intromette nelle parole che usiamo nel raccontare. La vita con le sue mille sfaccettature e i diecimila specchi. Quella che non ti lascia nemmeno il tempo per respirare, o bagliori di frammenti per cui stupirti, e tu devi fare i salti mortali per riuscire a rispettare il presunto programma della giornata. Tanto, alla fine, è sempre lei, quella vita bella e bastarda, a scompaginare i piani e a far cadere le maschere.

Dunque ci si cerca. Per un bisogno, per uno sguardo, per un ascolto. Parlarci. Ascoltarci. Sorridere, piangere forse. Insieme abbracciarci. Capire che l’incontro con l’altro o con l’altra ‒ qualsiasi sia il linguaggio differente che si possa parlare ‒ non potrà che arricchirci.

Ci si trova per colpa di qualche mancanza, o assenza, o interferenza. Ci si rivede, magari a distanza di anni, anche per via di una ferita che stride e lacera ancora lo spirito e l’anima inquieta. Lo si fa per dar retta al cuore, e provare ancora una volta a sfidare noi stessi nell’essere proprio noi. Senza premeditazioni. Disarmati, davanti a chi si vuole vedere e scoprire.

Vedersi o rivedersi, per rinnovare qualcosa, di un rito a noi sconosciuto; dimenticato per colpa del freddo sibilo del tempo. Che l’abitudine ci ha nascosto la parte migliore di noi, è un bene ricordarlo, sopperendo alla libertà con la ripetizione dei soliti gesti.

Non ci si trova solo per caso. Poiché altrimenti tutto sarebbe vano, finto, inconcludente e finalizzato all’usarsi e sbranarsi l’una con l’altro. Ci si guarda, invece, per destino. Perché nel parlare della sera si potrebbe scoprirsi affini o vicini su alcuni temi comuni. Se poi a trovarsi ‒ si diceva ‒ sono gli artisti, tutto potrebbe assumere i tratti di una luna rossa e piena nel cielo incompiuto e incupito da nuvole scure e tristi. Tra poeti e pittori ‒ o sodali di visioni letterarie, sacre, persino mistiche ‒ accade a volte l’incontro. E quell’attimo può diventare incendio, se ci si sfiora per davvero, nella sincerità di quel che si è voluto sussurrare. L’incontro brilla come la fiamma di una candela accesa nel buio della casa rimasta senza elettricità, e ti ritrovi con le tue ombre e i tuoi chiari scuri a interferire con l’altro. Perché l’elettricità siamo noi, scosse pronte a infrangersi sul mistero che ci troviamo improvvisamente accanto. Cercato, voluto, ma, proprio per questo, ancor di più sconosciuto. Se poi ci si lascia andare a parlare, non di qualcos’altro, ma di qualcun altro, potrebbe essere un nuovo inizio.

Chissà cosa può portare un incontro; a cosa può portare, nel tempo. Ci si affida, quindi, come ogni giorno dovrebbe accadere, nel mondo che sovrasta e ferisce senza nemmeno guardarci in faccia. Ci si affida offrendo le nostre fatiche, le nostre occhiaie stanche, i nostri dubbi e inciampi, a qualcun altro. Raccontando chi sei forse proprio a chi prova, sotto altre circostanze, la tua stessa situazione. Confidandogli, persino, che tu parli con i morti e non li preghi soltanto (come faceva Cristina Campo). Rivelandogli, perfino con timore, che tu parli pure con un dio, in un rapporto a volte stanco a volte privilegiato.

Ma tutto questo può accadere unicamente per destino, se la persona che hai davanti ti accoglie perché madre (o padre), perché sorella (o fratello), figlia o (figlio), perché artista, perché è ferita quanto o più di te.

Ci si incontra allora e ci si saluta nell’arco di una sera, sperando di rivedersi ancora. Ponendo davanti dei segnali di speranza l’uno verso l’altro, come a richiamarsi a vicenda ‒ quasi attraversandosi in quella sorta di turbamento che non ha nome. Ci si incontra affinché la forza dell’abbraccio rinnovi il fuoco che è in noi, quella scintilla creatrice pronta a folgorare improvvisamente qualsiasi ignoto.

Ci si incontra, come dei ragazzi stranieri accanto a un torrente di città. Felici di mettersi a cantare qualche strofa di Jerusalema, quasi a schermirsi per il semplice fatto che la musica unisce quanto il fato. Senza nemmeno accorgersi che, in un attimo, qualcun altro potrebbe passargli accanto, approvando e godendo del medesimo incanto.

Giorgio Anelli