Gianluca Barbera: sono un prodigio di contraddizioni. Ma almeno non ho i debiti di Balzac…

Ha scritto la vita di Gheddafi e quella di Anna Frank, sparge filosofia in tutti i suoi romanzi, ha fatto l'editore perché comunque "meglio quel mestiere di altri". Intervista 'monstre' a uno degli intellettuali più fuori dai canoni d'Italia. Che sputtana il valore della parola 'cultura'

Posted on Novembre 15, 2017, 5:21 pm
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Parla rapido, ha una stazza rapace e le scarpe da ginnastica. Zazzera bianca, viso squadrato, Gianluca Barbera pare, più che altro, un corsaro. Una specie di Melville, una creatura melvilliana, di quei vagabondi con la fuga mundi crocefissa sul braccio e Platone e i Vangeli nella sacca. Sapiente bonario fino alla scontrosità, con la stessa sincronia di un racconto di Borges – pare sempre in un altro tempo – Barbera conosce a menadito i meccanismi della comunicazione. In un paio di giorni saprebbe partorire un bestseller dal successo planetario. Ma è uno serio, lui, se ne sbatte e va per la sua via. Editore per far quattrini – la soglia giusta, che gli permetta di scrivere quel che gli pare – Barbera è stato dentro Sironi, con Giulio Mozzi, ha diretto una casa editrice con il suo nome, che faceva un mucchio di libri – dai ‘classici’ ritradotti alle biografie dei cantautori – e che l’ha fatto diventare matto. Ora fa l’eccentrico gourmet della letteratura. Una casa editrice propria, Melville – appunto – che fa pochissimi libri per palati fini (leggetevi La bellezza che resta di Francesco Coscia e Rimbaud a Giava di Jamie James), e la direzione editoriale di Theoria, dove recupera grandi libri per gusti eccelsi (chessò, L’inferno di Henri Barbusse, Piccoli borghesi di Drieu La Rochelle, i racconti di Irène Némirovsky). Eppure, per lo più, Barbera ha il tic dello scrittore, la fame, le Baccanti nel petto che lo dilaniano con morso permanente. Finita la didascalia, abbiamo contattato Barbera. Perché uno come lui, fuori dai giochi e fuori di testa, può dirci qualcosa di vero – cioè, scevro dal consueto tango dei leccaculo – sulla letteratura.

Intanto. Perché ti sei messo a fare l’editore?

“Perché era la cosa più affine a ciò che mi sentivo di essere, uno scrittore, e a ciò che mi piaceva fare: scrivere, leggere, occuparmi di libri. Dopo la laurea, la sola idea di trovarmi un lavoro qualsiasi mi appariva deprimente, addirittura insopportabile; perciò ho pensato che il modo migliore per tenermi occupato con qualcosa che non somigliasse a un lavoro fosse quello di dedicarmi alle mie uniche passioni: lettura e scrittura. Così facendo, pensavo, non avrei lavorato un solo giorno. Fare ciò che piace equivale a non lavorare, almeno secondo il concetto che comunemente si ha del lavoro. Ma non posso dire di avere mai avuto un interesse genuino per la professione di editore. Se ho incominciato a farlo è stato principalmente per guadagnarmi da vivere. Meglio quel mestiere di altri. Siccome ero bravo a scrivere, ho pensato che facendo l’editore quella capacità mi sarebbe tornata utile. E infatti negli anni ho scritto o curato diversi libri sotto pseudonimo per la mia casa editrice, per garantirle dei “prodotti” a costo zero. Poi qualcuno l’ho pubblicato con il mio nome. Il dittatore utopista, per esempio. O Come lo Stato truffa i giovani col sistema pensionistico. Ma la cosa fu possibile solo grazie a una serie coincidenze: un volo preso all’ultimo e il materializzarsi alla fiera del libro di Francoforte del 2005 di un finanziatore.

Che senso ha fare l’editore, oggi?

“Non so se io sia la persona giusta per dirlo. Una cosa è certa: non lo si fa per guadagnare. Io ci ho campato. Niente di più. Molti perdono denaro. Devo dire però che ora, con Melville Edizioni, un po’ di passione mi è venuta. Perché non sono più costretto a pubblicare libri con l’affanno di far quadrare i conti. Stampo pochi volumi l’anno e solo ciò che mi interessa. Nei panni di direttore editoriale di Theoria invece mi occupo solo del lato creativo e intellettuale del lavoro di editore. Al massimo, se i conti non tornano, mi cacciano. Non rischio di trovarmi con un mare di debiti come accadde a Balzac e a Dostoevskij, che dovettero riparare all’estero per sfuggire ai creditori. Comunque, se guardo le cose dalla prospettiva degli autori, devo dire che la situazione è desolante. Molte case editrici si concentrano solo sulle mode e scelgono libri incomprensibili, tali da scoraggiare la lettura piuttosto che favorirla (lamentava la cosa di recente anche Filippo La Porta). Robetta leggera e senza costrutto, priva di valore letterario, scritta da autori che sono sullo stesso livello dei lettori, dove ogni gerarchia è abolita, con tutto ciò che ne consegue. Queste case editrici sono convinte, così facendo, di andare incontro alle richieste del pubblico; ma si sbagliano. Tutto ciò che ottengono è di svalutare la letteratura, riducendola a una cosa di scarso interesse e avvilendo i pochi lettori rimasti. Se uno deve pubblicare robetta, alimentando la pigrizia dei lettori, è meglio che faccia altro. Se manca la qualità letteraria, che altro resta? Oggigiorno sono disponibili forme di intrattenimento assai più stimolanti dei romanzi. Leggere narrativa ha ancora senso solo se si tratta di opere potenti e di qualità altissima. Altrimenti meglio il cinema, il computer, la rete, i social, gli amici, i viaggi, il cibo, il vino, lo sport. O meglio leggere saggi. Su quel terreno c’è meno concorrenza. Un documentario non prenderà mai il posto di un saggio filosofico. Ma un film può sostituirsi facilmente a un romanzo, se questo non è di grande levatura. Spesso il tempo speso sui social risulta più stimolante di quello dedicato alla lettura di un romanzo. Certo, se uno legge Musil, Proust, Kafka, o Cèline, non c’è film o social o cena con gli amici che regga il confronto”.

Tu, comunque, hai il passo potente del narratore. Ti sei messo a fare il segugio di Gheddafi e a scrivere di Anna Frank. Scrittore mercenario?

“Per necessità. Scrivo si può dire da sempre. Ho iniziato a farlo professionalmente sul Resto del Carlino durante gli anni universitari e a pubblicare racconti su storiche riviste come Fernandel, Maltese, ‘tina, all’inizio del Duemila. È una quindicina d’anni che, bene o male, vivo di scrittura (mia o altrui). La biografia di Gheddafi, per esempio, l’ho scritta per sfida. Erano i mesi della rivolta in Libia. L’argomento era caldo. Serviva un istant-book. Mi sono detto: ora scrivo una biografia su Gheddafi (argomento riguardo al quale avevo all’attivo diverse letture e conoscenze più o meno dirette). Vuoi vedere che faccio fare un po’ di soldi alla casa editrice e ottengo degli inviti in Tv? È puntualmente accaduto. Di quel libro ho venduto quasi tremila copie e sono stato ospite di svariate trasmissioni televisive. Senza contare le numerose interviste radiofoniche. Storia di Anna Frank invece l’ho scritto su commissione. Scrivendo quel libro ho provato momenti di commozione che non mi sarei aspettato da una persona razionale come me”.

Poi tiri fuori romanzi come “Finis mundi” e “La truffa come una delle belle arti”, del tutto eccentrici dal ‘canone’. Cosa leggi? Cosa cerchi nella letteratura? Esiste ancora una letteratura italiana contemporanea, o gli scrittori sono totalmente sputtanati dal post-postmoderno?

“La stesura di Finis mundi (romanzo sulla ricerca di dio, della verità ultima) ha coinciso con il mio ritorno alla narrativa, dopo quasi dieci anni di lontananza. Nei primi anni duemila, come dicevo, pubblicavo racconti sulle migliori riviste. Ma non ne ero soddisfatto. Sentivo che avevo ancora bisogno di studiare.

gianluca barbera

Ecco a voi Gianluca Barbera

I miei modelli erano Borges, Musil, GombroWicz, Pasolini. Capirai. Non certo Carver, Fante, Bukowski, Salinger (autori che pure apprezzo). Perciò ho staccato e mi sono messo di nuovo a studiare. Poi un giorno ho detto: ora sono pronto a riprendere. E nel 2013 ho scritto Finis mundi. Perché a quel punto nella mia scrittura era entrata prepotentemente la filosofia, per non uscirne più. Lo stesso è stato con La truffa come una delle belle arti (romanzo che procede alla ricerca dell’uomo), tra i dodici finalisti al premio Neri Pozza (da inedito), finalista al Premio Chianti e al Premio Città di Como (da edito). Lì alla filosofia ho aggiunto il mito, un’affabulazione che ha pochi eguali oggi. Ma sono stimolato anche da chi segue strade diverse. Sono tutto il contrario del dogmatico. Se scrivessimo tutti le stesse cose e alla stessa maniera sarebbe la fine. Leggo molta filosofia e saggistica scientifica e storica. Pochi romanzi. Per lo più mi annoiano. Nella letteratura cerco bellezza e intelligenza. E poi idee, suggestioni, densità di pensiero, emozioni, vite alternative, qualcosa che mi faccia sentire vivo, che mi inchiodi alle pagine; non risposte: quelle si trovano solo nella filosofia, nella scienza, e nell’esperienza individuale, nel proprio rapporto col mondo. Il romanzo si situa nelle zone d’ombre, vive e si nutre di ambiguità, moltiplicando le domande, non certo fornendo risposte. Abitando la filosofia posso dire di avere risolto molti dei miei conflitti interiori. Ecco perché sono uno scrittore da conflitti esteriori. Ma attenzione: non si scambi l’interiorità con la profondità e la complessità. Il Kafka narratore fu scrittore tutto esteriore (altra cosa i Diari o Lettera al padre). Eppure che eleganza e che complessità. Spesso i fatti rivelano più delle introspezioni. Si vedano Hemingway, Carver, Salinger. E poi, per dirla con Foucault: ‘Le differenze proliferano in superficie, svaniscono in profondità’”.

Insomma, cosa resta da raccontare, oggi?

“Tutto. Ogni generazione ricomincia da capo. Per lo più si racconta il proprio tempo. Certo, oggi ci sono i social, dove le persone ostentano quotidianamente il proprio vissuto. Ma dov’è l’arte? Dove la bellezza? Dove la verità? Se mia moglie se ne stesse tutto il giorno a spiattellare le sue cose su Facebook credo che la pianterei. È una cosa talmente di pessimo gusto! Ma per tornare al mio lavoro di scrittore, ho deciso per qualche anno di tuffarmi nel passato, alla ricerca del mito, di ciò che perdura. Ho appena finito un nuovo romanzo potentissimo, un libro che credo possa fare la fortuna di un editore e che ho scritto anche per il cinema o per la Tv. Una grande storia. Una grande scrittura. Il mito al centro. È il primo di una trilogia ideale che completerò nei prossimi anni con altri due romanzi. Ancora non l’ho fatto girare, avendolo appena terminato. Lo sto rivedendo. Però è una strada mia. Non va seguita. Ognuno deve trovare il suo percorso. C’è ancora molto da raccontare e ce ne sarà sempre. Ogni autore deve parlare del suo tempo secondo forme e modi che rendano quel suo raccontare immortale o comunque duraturo. Forse esagero. Forse niente sarà più eterno. Quel sogno si è perso. Forse fra un secolo nemmeno di Dante o Shakespeare ci si ricorderà più. Ma, se qualcuno mi chiede perché scrivo, io rispondo: per restare. Quest’anno comunque ho letto anche qualche buon libro italiano: Works di Vitaliano Trevisan, Tabù di Giordano Tedoldi, un libro di Andrea Caterini, ancora inedito (l’ha appena ultimato). Diverse cose di Andrea Carraro. E sto leggendo per recensirlo Libro dei fulmini, di Matteo Trevisani, libro di stupefacente bellezza”.

Qual è il libro più bello che hai pubblicato? E quello che avresti voluto pubblicare?

Angeli sulla punta di uno spillo, del russo Yuri Druznikov è il libro migliore che ho pubblicato. Avrei invece voluto essere l’editore di Viaggio al termine della notte di Cèline. O di Sommario di decomposizione di Cioran. O dei Vangeli; della Bibbia”.

Esiste un libro che ti ha cambiato la vita?

“Solo i libri che ti cambiano la vita vale la pena, non dico di leggere, ma di rileggere. Questi, in ordine sparso, sono alcuni dei libri che hanno inciso sulla mia formazione: oltre ai due che ho citato poc’anzi, i poemi di Omero, la Metafisica di Aristotele, i Dialoghi platonici, Delle origini di Eraclito, le Storie di Erodoto, i Commentari di Cesare, il Vangelo di Marco, il Manuale di Epitteto, Dialoghi filosofici di Seneca, le Metamorfosi di Ovidio, la Commedia di Dante, il Decamerone di Boccaccio, Il principe di Machiavelli, l’Etica di Spinoza, Don Chisciotte di Cervantes, Candido di Voltaire, Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer, Fenomenologia dello spirito di Hegel, I fiori del male di Baudelaire, L’uomo senza qualità di Musil, il Tractatus di Wittgenstein, Nietzsche di Heidegger, Finzioni di Borges; e poi Conrad, Poe, Kafka, Orwell, Joyce, Svevo, Calvino, Fenoglio, Pomilio, Pasolini, Kundera. Tutti questi libri e questi autori (e altri che qui ho dimenticato) hanno giocato un ruolo decisivo nella mia vita. L’arte dell’ironia però l’ho appresa da Noam Chomsky”.

Ma… esiste ancora la ‘cultura’ in Italia o è tutto un tango con il nulla? Tu, come agisci, reagisci, mordi?

“Ogni epoca ha la sua impronta. Inutile combattere contro i mulini a vento della Storia. Ogni cosa può essere volta in opportunità. Comunque, non uso mai la parola ‘cultura’. Termine che è di recente conio e che risulta buono per tutte le stagioni. È cultura, ci vogliono far credere, pure andare alla sagra della piadina. Cultura eno-gastronomica, dicono. In Toscana, dove vivo, quando parlano di cultura si finisce sempre a tavola a mangiare e bere. A me interessano il sapere, la conoscenza, la ricerca della verità, per quanto pomposa questa parola possa apparire oggigiorno, per quanto possa far sorridere o tremare le ginocchia. Ridere di essa è solo un atteggiamento, una moda: anche questa passerà. Seneca insegna che non importa quanto si sa, ma sapere ciò che importa. Attenzione però a non tramutarsi in dogmatici. libro barberaÈ il rischio che si corre quando si maneggia la verità. Al riguardo Cioran avvertiva: ‘In ogni uomo sonnecchia un profeta e quando si risveglia c’è un po’ più di male nel mondo (…) Chi ama indebitamente un dio costringe gli altri ad amarlo, pronto a sterminarli se si rifiutano’. Cos’è la verità? Ciò che è incontrovertibile, ciò che cambia radicalmente il tuo sguardo, la tua esistenza; è risposta ultima: significa che dopo non ce ne sarà un’altra; insomma, qualcosa di definitivo, e dunque anche di terribile. Per esempio, Dio per un cristiano. Lo scetticismo per uno scettico (‘l’unica verità è che non c’è alcuna verità’). E così via. Vedi, io dico quasi sempre quello che penso, senza curarmi troppo delle conseguenze. Non so quanto mi giovi. Credo ben poco. Ma non posso farne a meno. Deve essere scritto nel mio codice genetico. Ma anche qui: attenzione a non tramutarsi in Alceste, il celebre misantropo di Molière, che per troppa verità finisce per non riuscire più a vivere in mezzo agli altri. Molto meglio allora il buon senso del suo amico Filinte, capace di trovare il giusto compromesso tra verità e menzogna; e di lì un equilibrio. Insomma, mai preoccuparsi delle contraddizioni. Io, lo si evince anche da questa intervista, sono un prodigio di contraddizioni; che però ho saputo mettere in equilibrio. Ma tutto in fondo si regge su opposizioni, contrasti, contraddizioni. Solo così il mondo sta in piedi; è così che la storia procede, per contrasti e superamenti”.

Tu hai un taglio perennemente ‘filosofico’. Esistono ancora i filosofi in Italia?

“E come si può non averlo? Tutti i grandi scrittori ce l’hanno avuto. La filosofia ha sempre funto da propellente per i narratori. Se oggi non accade è solo per l’insipienza dilagante. Non ho mai amato la cultura di massa. Ma serve anche quella. Tutto serve. Una cosa e il suo opposto. Dal mio punto di vista, il sapere è qualcosa di elitario. Mi spiace, vorrei che non fosse così. Ma che ci possa fare? È chi sta in basso a doversi innalzare, non viceversa. Oggi accade il contrario, specie a causa della rete. Se esistono ancora i filosofi? Più che mai! A riprova di ciò, ti segnalo che a gennaio uscirà per Mimesis un mio libro intitolato: Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi. Ancora oggi il modo migliore per inquadrare i fenomeni della contemporaneità secondo me resta sempre quello di rivolgersi a loro, far parlare i filosofi. Ma chi lo fa? Nei media (specie in Tv) imperversano gli economisti, gente che non capisce nulla, che sta mani e piedi dentro il sistema e non può avere uno sguardo critico radicale, innovativo, di rottura. I filosofi, se interpellati, sono spesso gli unici a dire cose interessanti, gli unici in grado di farti vedere le cose in modo nuovo e razionale. I narratori molto meno. I narratori lavorano con l’immaginazione. A loro la verità non interessa gran che. E del resto che cosa è un romanzo se non un mucchio di fandonie, di invenzioni spacciate per verità? Alla bellezza preferisco la verità. Secondo me le due cose di rado vanno insieme. Ma quando accade: ecco la magia suprema. Il vero attraverso il bello, per dirla con Todorov”.

Scrittore e potere. Che ruolo dovrebbe avere lo scrittore nei confronti della Storia? Narrarla, sbattersene, costruire una ‘altra Storia’?

Oggi gli scrittori hanno zero potere, nessuna capacità di incidere sulla realtà. E la colpa è loro. Quando vanno in Tv rimediano magre figure. In pubblico di rado risultano convincenti o interessanti. Lo stesso vale per ciò che scrivono. In fondo, tutto si è ridotto a un’industria, fatta di profitti e perdite. Per dirla tutta, molti non sono all’altezza. Mancano di sapere, di onestà intellettuale, di razionalità. Non tutti, è chiaro: c’è ancora qualche genio in circolazione. Ma non faccio nomi. Quanto è ridicolo tutto questo proliferare di ispettori (in pantaloni o in gonnella) e di romanzetti gialli! Almeno prendessero a modello Chandler o Simenon! Non capisco come faccia la gente a leggerseli ancora. Comunque, non capisco nemmeno quella parte di critici e di scrittori (pur di spessore) che non fanno che sentenziare la fine di questa o quella forma di romanzo cercando di imporre la loro visione. Assurdo. Uno grida: il romanzo tradizionale è morto! Poi arrivo io con il mio nuovo romanzo e lo metto a tacere. Quando un amico fece osservare allo scrittore Samuel Johnson che la dottrina di Berkeley – secondo il quale il mondo esisteva solo nella sua mente – non poteva essere smentita, egli diede un calcio a una pietra e tenendosi il piede per il dolore disse: ‘Ecco come la confuto!’. Cioè a dire: tutto quello che proclamiamo finisce inevitabilmente per cozzare con la realtà, che sa essere piuttosto dura, quando ci si sbatte contro”.

In fondo, perché si scrive?

“Citerò le ragioni che adduceva Orwell in un saggio intitolato Perché scrivo; esse mi paiono ancora valide: 1) puro egoismo (desiderio di apparire intelligenti, di essere ammirati, di essere ricordati dopo la morte, motivi di rivalsa a causa di torti subiti durante l’infanzia o da adulti ecc.); entusiasmo estetico; impulso storico; fini politici. In me sono presenti tutte queste ragioni, ma le prime due sono preponderanti. Se vuoi le approfondirò punto per punto in un prossimo articolo per Pangea”. Pare una minaccia… e siamo fieri di coglierla.

Federico Scardanelli