“Siamo tutti colpevoli di qualcosa. Il Paradiso non esiste. Esiste solo l’Inferno”: il Grand Tour di Horace Walpole e di Thomas Gray. Un racconto di Gianluca Barbera

Posted on Marzo 17, 2019, 9:04 am
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Ormai, francamente, che importa del Premio Strega, come sempre lo scrittore trascende il can can della premiopoli nostrana, è già altrove, alfiere dell’altro, del nuovo. Il romanzo d’avventura – e avventato – di Gianluca Barbera è stato uno dei più incredibili successi della stagione letteraria in corso. Pubblicato da Castelvecchi – non un colosso, come dire – “Magellano” ha solcato con successo i mari del consenso pubblico (ha venduto assai, portandosi a casa, tra l’altro, il Premio Città di Como, il Città di Fabriano, il Premio Scrittori con gusto e conquistando la finale al Premio Costa Smeralda) e di critica (al di là dell’immane rassegna stampa, il libro è stato portato sul ciglio dello Strega da Arnaldo Colasanti, che ne ha scritto così: “Magellano di Gianluca Barbera è una vera sorpresa nel panorama della letteratura italiana contemporanea. Nelle forme apparenti del romanzo storico, è di fatto un libro incessante di avventure e di scoperte, con un gusto libero per il romanzesco e una intensità narrativa che, a tratti, ha dello strabiliante”), anche oltre i confini nazionali (è tradotto in Portogallo e in Brasile). Ora, a un anno di distanza da “Magellano”, Barbera si orienta verso il prossimo romanzo, “Marco Polo”, edito da Castelvecchi, in maggio. L’ho letto in anteprima: Barbera s’insinua nel meraviglioso con agio raro, con malizie narrative da incantatore. Il romanzo è riassunto entro i confini di questa frase, epigrafica: “Sono giunto a dubitare perfino di me, della mia identità; e parecchie notti ho sognato di non essere me stesso, Marco, di averlo incontrato su una pista carovaniera e di essergli stato accanto così a lungo da finire per credermi lui, dopo la sua morte per mano dei predoni. E di prenderne il posto, per tenerlo in vita, e con lui la sua storia, che mai potrà essere dimenticata. Ma chi può dire cosa è vero e cosa è falso. Io meno di tutti; perché ciò che importa è la storia: e quella deve durare in eterno”. Come antipasto al romanzo, pubblico un racconto inedito che esemplifica l’arte narrativa di Barbera. “Grand Tour” (questo il titolo originale) narra il viaggio in Italia di Horace Walpole, lo scrittore de “Il castello di Otranto”, e di Thomas Gray, il poeta dell’“Elegia scritta in un cimitero campestre”. Il viaggio dei due illustri è il pretesto per una serie di avventure emblematiche – strabiliante la gita a Roma, micidiale lo sketch con il ‘Senesino’, cioè Francesco Bernardi, notissimo castrato che ha lavorato a lungo con Händel. Insomma, Barbera si è inventato un nuovo genere, che guarda alla freschezza di Robert Louis Stevenson e alle arguzie di Jorge Luis Borges; fluidità narrativa, cioè, ben assecondata dall’arguzia. Una scrittura per il nuovo tempo. Si sente, leggendo, che Barbera si diverte – per questo, ci divertiamo anche noi.

***

“L’era della velocità e del confort ha scoperto con sempre crescente
interesse la seduzione dei viaggi narrati, il fantasioso diletto del
viaggiatore sedentario, confinato nella propria gremita solitudine”.
Quando viaggiare era un’arte, Attilio Brilli

“Senti un po’ cosa scrive il caro Adam. Sembrano parole tagliate su misura per noi”.

“Il caro vecchio Adam? Ancora scrive?”.

“Eccome. E senti con che maestria lo fa: Contrariamente a quanto si pensa, i giovani che si recano all’estero per compiere la loro educazione al ritorno sono più vanitosi, dissoluti e inetti di quanto sarebbero stati se fossero rimasti a casa”.

“Oh oh” ghignò Thomas.

“Ma non è tutto” continuò Horace. “Senti che affondo: I turisti inglesi a Parigi offrono uno spettacolo indecoroso. Bevono fino a notte fonda, poi tornano a casa barcollando, a meno che non finiscano per inciampare in qualche bordello lungo la strada. E così il resoconto del loro viaggio si riduce all’elenco delle bottiglie scolate e a quello delle avventure da postribolo”.

“Sembra proprio che parli di noi” fece Thomas.

“Quel che gli rode” osservò Horace “deve essere il fatto che un giovane durante il suo apprendistato in Europa rischia di acquisire quella scaltrezza che gli consentirà una volta tornato in patria di tenere testa proprio ai vecchi satiri del suo stampo”.

“Pare che quando fu il suo turno, a Siena, abbia insidiato più di una giovinetta. Circola un gustoso aneddoto che lo ritrae mentre a Firenze seduce una cameriera venuta a recargli in camera una tazza di cioccolata; per di più incinta!”.

“Chi non può più dare il cattivo esempio si consola dispensando cattivi consigli. O qualcosa del genere”. Emise un paio di starnuti.

“Salute”.

“La verità” proseguì Horace “è che Adam ce l’ha con questa moda un po’ fanatica, dobbiamo riconoscerlo, di viaggiare su e giù per il vecchio continente. Oggigiorno si può dire che non vi sia inglese di buona famiglia e di qualche ambizione che non voglia godere dei piaceri offerti da un viaggio in Italia. La guida del Sandy consiglia di attraversare lo Stivale, fino in Sicilia, possibilmente senza mai ripetere lo stesso percorso, godendo di ogni possibile scorcio pittoresco, senza trascurare il più piccolo dei tesori nascosti. E tuttavia disponendo ogni cosa in modo da trovarsi a Venezia nei giorni del carnevale, a Roma per la Settimana Santa, a Napoli per la processione di San Gennaro e a Bologna per i festeggiamenti in onore del Santissimo Sacramento, considerando che Firenze e Siena sono godibili in ogni periodo dell’anno. Che te ne pare?”.

“Ti dirò, non vedo l’ora di scendere da questa portantina. Ho le ossa rotte e il mal di mare. Piano, ragazzo! Così mi fai precipitare di sotto!”.

Il sentiero correva tra terrificanti strapiombi. In lontananza distese di boschi di pino a perdita d’occhio e qua e là giganteschi ammassi di roccia che lasciavano intravedere crepacci dalle cui profondità saliva il gorgogliare di ruscelli. I dieci portantini, scuri di pelle e nodosi, si muovevano agili sul sentiero sconnesso, simili a capre selvatiche, senza spiccicare parola, dandosi ogni tanto il cambio. A Horace e Thomas a tratti sembrava di volare.

“Credi che ci imbatteremo in qualche orso?” fece Thomas, che lo seguiva a poca distanza nella portantina rinforzata, tale da reggere il suo peso.

“Me lo auguro. Renderebbe il viaggio più vivace”.

“Stando alla mappa” lo interruppe Thomas, “tra poco raggiungeremo il valico. Dall’altra parte, se non vi sarà foschia, potremo scorgere il primo lembo di suolo italico; si dovrebbe anche poter distinguere il villaggio di Susa”.

*

In anteprima, mostriamo la copertina del nuovo romanzo di Gianluca Barbera, “Marco Polo”, che sarà edito da Castelvecchi in maggio

Avevano lasciato Lione diretti a Torino otto giorni prima, dei quali quattro solo per guadagnare il versante savoiardo del Moncenisio. Il viaggio era stato abbastanza deprimente, tra locande affollate, facchini, osti, vetturini, questuanti e file ininterrotte di muli che andavano su e giù scampanellando e sollevando un polverone frammisto a escrementi. Dalla Svizzera, come scriveva la guida, si poteva giungere in Italia solo attraverso i passi del Sempione e del San Gottardo, che conducevano a Milano passando per il Lago Maggiore. Oppure attraverso quello del San Bernardo. Provenendo dalla Francia invece, come nel loro caso, era d’obbligo passare per il tortuoso valico del Moncenisio.

Lasciata Lanslebourg, sul versante francese, e giunti ai piedi dell’imponente massa del Moncenisio, avevano dovuto scendere dalla carrozza per consentire che venisse smontata e caricata sui muli. Da lì in poi erano stati trasportati su portantine di fortuna, ricavate legando un sedile di vimini su due robuste barre di legno, sballottati come sacchi tra pendii scoscesi a tratti lastricati di ghiaccio e fiumi da guadare. La carovana, composta da nove muli carichi dei bagagli dei due gentiluomini, procedeva ordinata lungo pestifere mulattiere o sentieri appena segnati, attraverso passi alpini di orrida magnificenza.

Giunti nei pressi di un bosco di conifere si concessero una sosta. Horace scese dalla portantina e liberò il suo spaniel in modo che potesse sgambettare un poco e fare i bisogni. Thomas sedette su una roccia e aprì il suo album da disegno per eseguire qualche schizzo del paesaggio. Dopo essersi acceso un sigaro Horace prese a conversare col postiglione, mentre questi rifocillava i muli con avena e pane raffermo. All’improvviso dal folto del bosco sbucò un lupo che con mossa fulminea azzannò alla gola il povero Toby e prima che potessero impedirglielo sparì tra le rocce trascinandolo con sé.

Horace non poteva credere ai propri occhi. Tuttavia Thomas pareva il più sconvolto dei due. Lasciati cadere a terra album e matita, scattò in piedi.

“Dio mio!” si lasciò sfuggire, in tono lacrimevole, lanciando occhiate nervose qua e là. “Che possiamo fare?”.

“Ben poco, temo” rispose Horace, facendosi il segno della croce e volgendo lo sguardo al postiglione. Non era credente, ma quel gesto gli era sorto spontaneo.

Il postiglione, un uomo che pareva intagliato nel legno di cirmolo, scosse il capo a conferma del fatto che nulla potesse essere fatto per salvare il cane. Non restava che rassegnarsi.

Consumarono un frugale pasto, in rispettoso silenzio, senza alzare lo sguardo dalle gavette.

“Viene da rimpiangere di non aver preso la via che da Nizza porta a Genova” disse Thomas mandando giù l’ultimo boccone. “Pare che il tratto iniziale sia ripido e tortuoso e attraversi monti da incubo. Poi però la strada corre lungo il litorale e, stando alla guida, si aprono scorci di incredibile bellezza, tra i borghi di San Remo, Ventimiglia e Bordighera”.

“Così dicono” rispose Horace, lo sguardo perso nel vuoto.

“Oppure avremmo potuto optare per la via di mare, a bordo di una feluca” continuò Thomas.

 “Già. E invece, per voler dar retta al Sandy, abbiamo scelto questa maledetta via” sbottò Horace.

“Chissà che non sia d’ispirazione per il tuo romanzo” azzardò Thomas.

Siccome l’altro non si decideva a rispondere, insistette: “A che punto sei?”.

“A buon punto”.

“Hai già scelto il titolo?”.

“Mhm… Il castello di Otranto” bofonchiò qualche istante dopo Horace, continuando a masticare e sempre fissando davanti a sé.

“Di che parla, se posso chiedere?”.

“Una complicata storia di spettri” disse laconico Horace. Non si sbottonava mai riguardo ai suoi scritti. Era sempre così pieno di riserbo, addirittura di mistero. A maggior ragione in quel frangente.

“Recitami qualche verso della tua elegia” aggiunse un attimo dopo. “Mi farà un gran bene”.

“D’accordo” fece Thomas deponendo gavetta e posate sulla tovaglia stesa sul prato e cavando dalla bisaccia un fascio di fogli; trovato quello giusto cominciò a leggere con la voce incerta che gli spuntava ogni volta che leggeva un suo componimento:

Sotto gli olmi frondosi, all’ombra
dei tassi – là dove troneggia
la zolla come su sparse rovine –
dormono gli avi del villaggio,
nei loro loculi li avvolge l’eterno riposo.
Mai più li sveglieranno nel letto
mattini luminosi e pieni di promesse,
odoranti d’incenso e di aria pura,
non gli infiniti garriti delle rondini
sotto i tetti di paglia, né il canto
del gallo, e nemmeno l’eco di un corno.
Mai più nel focolare arderà per loro
un grosso ceppo; nessun bambino
correrà ad avvisare che il babbo
è sulla via del ritorno, o sulle sue ginocchia
andrà a sedersi per il sospirato bacio…”.

Si udì un ululato; poi un secondo, un terzo.

“Meglio rimettersi in viaggio” disse il postiglione nel suo stentato inglese.

*

Gianluca Barbera insieme a João Neto, direttore del Museu da Farmàcia di Lisbona, dove lo scrittore ha recentemente presentato “Magellano”

Giunti sul versante italiano ed espletate le formalità doganali iniziarono la discesa. Fortunatamente passaporti, visti d’ingresso e bollettini sanitari erano in regola. Non appena il sentiero lo consentì fu rimontata la carrozza e quando il viaggio poté riprendere i due gentiluomini tirarono un sospiro di sollievo. Lungo un tratto in salita però i muli si misero di traverso e malgrado le sferzate non vollero saperne di avanzare. Trovandosi sull’orlo di un precipizio Horace e Thomas scesero dalla carrozza, giusto in tempo per non finire di sotto. I muli difatti rincularono di colpo e carrozza e animali rovinarono giù per la scarpata. Per fortuna dopo una decina di metri la corsa delle due bestie si interruppe contro una barriera di arbusti. Un po’ smarrite, si rialzarono e come se nulla fosse presero a pascolare. Le condizioni della carrozza invece, che aveva continuato a rotolare fino a sbattere contro un grosso masso, erano pessime: un paio di ruote fracassate oltre all’assale spezzato.

Pochi minuti dopo, mentre il postiglione cercava di riparare il riparabile scoppiò un temporale. Calavano le prime ombre della sera. Trovarono riparo in una grotta. Horace e Thomas si tolsero galosce e waterproof grondanti e trassero dal nécessaire l’occorrente per preparare un tè alla vaniglia. Il postiglione accese un fuoco attorno al quale tutti presero posto allungando le mani verso la fiamma. Non appena le condizioni del tempo lo permisero, caricarono i muli a più non posso e proseguirono a piedi. Ben presto si fece buio pesto. Il postiglione si apriva la strada con una torcia. A un tratto si udì una voce: “Altolà!”.

Horace mise mano alla pistola e alzò il cane.

“Chi siete?” disse la voce in inglese.

“Gentiluomini diretti a Susa” fece Horace. “E voi?”.

“Anche noi” disse la voce. “I nostri cavalli sono fuggiti piantandoci in asso”.

“Fatevi avanti e lasciatevi riconoscere”.

Il postiglione nel frattempo era avanzato di qualche passo con la torcia, illuminando il volto di due individui dall’aria distinta e un poco spaventata.

“Permettete che ci presentiamo” disse uno di loro. “Io sono Dominique Vivant Denon, modesto studioso d’arte, e questi è monsieur Louis Ducros, valente pittore”.

Ci fu uno scambio di convenevoli e galanterie.

“Se poteste aiutarci a recuperare le cartelle coi nostri disegni” disse Ducros “ve ne saremmo grati. Anche se temo che il temporale li abbia assai malridotti, se non del tutto guastati. Stiamo raccogliendo materiale per un libro destinato a viaggiatori curiosi e ad appassionati di bellezze artistiche e rarità archeologiche”.

“A quest’ora?” domandò Thomas.

“Siamo stati sorpresi dal temporale, proprio come voi, immagino”.

I quattro gentiluomini si scambiarono una quantità di sorrisi.

“Se volete possiamo guidarvi fino al paese, non è lontano. Appena un paio di miglia. Conosciamo la strada e visto che avete la torcia sarà un gioco da ragazzi”.

“Dove alloggiate?”.

“Alla Locanda del Grifone”.

“Anche noi” fece Horace. “Ci concederete l’onore di avervi ospiti a cena?”.

I due francesi si scambiarono un’occhiata.

“Con piacere” disse Denon.

*

Più tardi si ritrovarono, asciutti e ripuliti, nella sala comune per condividere una cena a base di cacciagione, pollame, cavolfiori lessati e pane nero; il tutto annaffiato da vino rosso tanto abbondante quanto scadente.

Il fuoco divampava nel caminetto, mentre il girarrosto continuava a cigolare, lo spiedo carico di carni sfrigolanti. Alle pareti era appeso di tutto: da piatti di terracotta e di stagno a finimenti per i cavalli; mentre dal soffitto a travi pendevano prosciutti, pezzi di lardo, pentole, ceste di vimini, gabbiette per uccelli. Un tanfo di cavolfiore saturava l’aria. Agli altri tavoli sedevano turisti di varie nazionalità, oltre ad avvocati di passaggio, commercianti e uomini di fatica.

“Immagino viaggiate muniti di lettere di presentazione” disse Denon vuotando il bicchiere con uno schiocco delle labbra.

“Ne abbiamo quante ne volete” rispose Horace. “Da qui all’Islanda, nel caso ci venisse la fregola”.

“Molto bene. Mi raccomando” proseguì Denon in vena di consigli, “non mancate di dare una lauta mancia allo stalliere o ne vedrete delle belle. Circola voce che lo scrittore Tobias Smollet, vostro connazionale, mentre si trovava a Buonconvento, località non lontana da Siena, proprio dove all’imperatore Arrigo VII fu servita un’ostia avvelenata, rifiutò di dare la mancia lo stalliere; e questi, per vendicarsi, la mattina seguente attaccò alle tirelle della carrozza due cavalli giovani e focosi, i quali alla prima curva a gomito li trascinarono, carrozza e bagagli, giù per un dirupo”.

“E un’altra cosa” intervenne Ducros. “Fate attenzioni alle maestranze. Qui sembrano tutti in combutta tra loro per defraudare i viaggiatori stranieri”.

“Noi siamo persone di manica larga, vero Thomas” disse Horace dando di gomito all’amico. “Se si vuole viaggiare senza preoccupazioni bisogna saper allentare il cordone della borsa, all’occorrenza. O si viaggerà male, esponendosi per di più al disprezzo dei villici e perfino a quello degli altri turisti. Nella peggiore delle ipotesi poi si andrà incontro a guai seri. Dico bene?”.

“Perfettamente d’accordo” fece Denon. “È senz’altro il modo migliore di viaggiare nel continente, se si vuole essere rispettati e avere accesso nei luoghi più esclusivi. Suppongo disponiate di avvisi di pagamento e lettere di credito presentabili nelle banche dei vari Stati della penisola. Da questi parti vi è un tale caos di monete da perderci la testa: ducati, zecchini, fiorini, paoli, testoni, scudi, pistole…”.

“Naturalmente” si affrettò a rispondere Thomas.

“Che accordi avete col vostro postiglione, se posso chiedere?” domandò Ducros portando il bicchiere alle labbra.

“Che accordi abbiamo? Su, diglielo” fece Horace rivolto all’amico.

“Abbiamo concordato venti sterline a testa” disse quello, “più una mancia se ci riterremo soddisfatti: in cambio godremo di due pasti al giorno, una stanza riscaldata e un comodo letto. Questo fino a Roma”.

“Niente male” fece Denon. “Vi accorgerete che da queste parti i pedaggi doganali sono una vera calamità: ogni città o contrada impone il suo, a vario titolo. I doganieri poi sono tutti corrotti. Pensate che a Foligno un vecchio doganiere si mise a perquisire la carrozza con zelo, pronto a opporre chissà quale intoppo burocratico; questo finché non gli allungammo una moneta. Siccome era tenuto d’occhio da un superiore sulle prime fece finta di non vederla; posò però con una scusa il cappello rovesciato sul sedile e di soppiatto mi sussurrò: Nel cappello, prego”.

Risero di gusto.

“Badate in ogni caso di non presentarvi nelle locande a tarda ora” s’intromise Ducros “o rischierete di non trovare più nulla di commestibile. Questa locanda è un’eccezione, vi assicuro. Senza contare che spesso queste stamberghe sono così affollate che sembra di stare a Parigi. In una sala come questa potete vedere riuniti principi tedeschi, gentiluomini inglesi, esuli polacchi, dame napoletane, vecchie cortigiane provenienti dai più disparati angoli del continente in cerca di brividi; e poi plebaglia, magnaccia, briganti e soldataglia in preda all’ebbrezza alcolica”.

“Fate attenzione soprattutto ai vetturini” fece Denon quasi sobbalzando. “L’ultimo che abbiamo ingaggiato aveva il gusto della velocità. Pensate che scendendo da Radicofani, amena località nelle crete senesi, la strada si fece a un tratto così erta e lui sferzava a tal punto i cavalli, già infoiati di loro, che sembrava di volare. A ogni tornante era come se, a causa della velocità, la carrozza fosse sul punto di spiccare il volo. Altre volte, dopo una curva a gomito, si aveva la sensazione di precipitare nell’abisso. Senza contare che i finestrini non serravano bene, perciò entravano nella carrozza spifferi gelidi da tramortirci. A un certo punto, dal fatto che viaggiavamo sul lato sbagliato della strada, ci accorgemmo che il cocchiere si era addormentato e la carrozza correva senza guida. Che sarebbe accaduto se avessimo incontrato una carrozza proveniente dalla direzione opposta, magari subito dopo una curva? Per fortuna tutto filò liscio!”.

“Per non parlare di ciò che abbiamo visto passando per Pozzuoli” intervenne l’altro. “All’ingresso di un bosco scorgemmo decine di teste mozzate appese a dei pali sui lati della strada. E una infinità di membra umane bruciacchiate e penzolanti dai rami degli alberi. Così per mezzo miglio. Il postiglione ci spiegò che si trattava di briganti giustiziati dalle guardie regie”.

“Non bisogna dimenticare” tenne a mettere in chiaro Denon “che un viaggio in Italia, come ha osservato acutamente Herr Bruen, dopotutto è da paragonarsi al corso della vita umana, coi suoi alti e bassi, le sue gioie e le sue atrocità. La pianura padana e la valle dell’Arno incarnano l’età giovanile. Roma rappresenta l’età matura. A Napoli si confà la tarda età. E infine i templi di Paestum, dove le fatiche del viaggiatore giungono al termine, sono lì a simboleggiare l’eterno riposo. È a Paestum che le guide suggeriscono di concludere il viaggio in Italia. Di là in poi… sunt leones!”.

*

La conversazione proseguì su quei toni ancora per parecchio. Poi le due coppie presero congedo l’una dall’altra. Ogni stanza era munita di bacinella con brocca di terracotta, un asciugamano, uno specchio, un bacile per i piedi e una stufa di maiolica. La finestra affacciava sui monti, a quell’ora invisibili. I letti si componevano di due spessi materassi uno sull’altro. Lenzuola e federe apparivano sorprendentemente pulite: niente cimici, pidocchi o scarafaggi. Tuttavia Horace e Thomas, come d’abitudine, lasciarono cadere sul guanciale alcune gocce di essenza di lavanda e versarono nella caraffa un po’ di acido vitriolico per disinfettare l’acqua. Se qualcuno avesse dato una sbirciata al contenuto delle loro valigie non avrebbe creduto ai propri occhi; pareva si fossero portati dietro un pezzo di casa propria: da capi di vestiario adatti a ogni stagione a una piccola ma ben fornita dispensa, da una biblioteca da viaggio alla quale non mancava nulla di ciò che ogni gentiluomo inglese avrebbe ritenuto necessario per affrontare un simile viaggio a una farmacia portatile. Perfino un vaso da notte e una zanzariera.

Il sonno, favorito dall’infuso ai fiori di arancio sorbito un attimo prima di coricarsi, li avvinse ben presto. Seguendo i consigli della guida, si addormentarono senza togliersi pantaloni e panciotto; e con un pugnale sotto il cuscino.

L’indomani il loro umore era eccellente: a svegliarli era stato il canto degli uccelli. La colazione fu sostanziosa e passabile, e il viaggio poté riprendere sotto i migliori auspici.

Lasciatisi alle spalle il Moncenisio attraversarono la pianura piemontese, visitarono Torino, che a dispetto dei suoi viali trovarono piatta e monotona al pari del contegno dei suoi abitanti. Ebbero modo di visitare il palazzo Reale, traboccante di specchi e dorature, e la Reggia di Venaria, residenza di campagna della famiglia regnante. Qualche giorno dopo furono a Milano, che per chi cala dal Nord, come ebbe a dire un grande letterato di cui ci sfugge il nome, appare come “l’ultima delle capitali prosaiche piuttosto che la prima di quelle poetiche”. Il Duomo fece loro l’impressione di opera informe nonché di sfacciato omaggio a culti pagani. Non poterono tuttavia non apprezzare la comodità delle vie cittadine e il fascino dei cortili interni dei palazzi. Una puntatina a Genova li convinse che gli edifici più recenti e meglio esposti, con le loro facciate inondate di luce, valevano ben più dei marmi di cui erano rivestiti i palazzi più antichi. L’aspetto pittoresco del porto non li lasciò indifferenti. Trascurata Bologna e attraversati gli Appennini giunsero nella città del Giglio, che stando alla guida era da considerarsi “la più dolce città che esista sulla terra”, “l’Italia dell’Italia”. A tal punto ne furono conquistati che decisero di prolungare il soggiorno per tutta l’estate, trascorrendo intere giornate agli Uffizi, nel Giardino di Boboli o nelle pittoresche osterie sul Lungarno, sforzandosi di imparare qualche parola di toscano. Furono ricevuti al consolato dal celebre Horace Mann, che mostrò loro la sua impareggiabile collezione d’arte e di antichità. Dopo il torpore di Pisa fecero esperienza fugace della operosità di Lucca e della mollezza delle sue stazioni termali, nonché della parlata di Siena, “il più soave e perfetto tra gli idiomi italici”.

*

Giunti nei pressi di Radicofani, bussarono alla porta dell’unica locanda nel raggio di molte miglia, la quale si rivelò sprovvista di tutto.

“Che colpa ne ho!” fece l’oste allargando le braccia, con la cantata tipica del luogo. “Proprio questa mattina è passato di qui il Principe di Sassonia e ci ha ripuliti di ogni bene. Per la sua carrozza e per quelle del seguito ha preteso che gli mettessimo a disposizione tutti i cavalli di posta; e non è tutto: ha pensato bene di mandare avanti il suo corriere per riservare anche quelli delle stazioni successive, non trascurando di impegnare le stanze delle migliori locande lungo il tragitto”.

“Ma almeno posto per dormire ne ha?” domandò Horace.

“Nemmeno quello. Il Principe ha occupato tutte le stanze e ha dato fondo alle nostre scorte di cibo”.

“Una bella impudenza. E ora che facciamo?”.

L’oste allargò di nuovo le braccia. “Se vi adattate, posso sistemarvi nelle stalle”.

“E che ci darà da mangiare: la biada per i cavalli?”.

Proprio in quel momento entrò nel cortile una carrozza, da cui scese un ciccione avvolto in una rossa mantella a ruota, il capo sormontato da un turbante bianco che faceva l’impressione di un gigantesco giglio.

“Quello è il Senesino” fece l’oste sottovoce. “Immagino ne abbiate sentito parlare”.

Come potevano non conoscerlo? Si trattava del più celebre castrato d’Europa, noto in tutte le corti per la voce sublime.

Salutato l’oste e preteso di sapere che cosa affliggesse i due, li invitò senza tanti preamboli a pernottare da lui.

“Non accetto rifiuti” precisò. “Possiedo una modesta tenuta da queste parti. Sono passato di qui per approvvigionarmi di vino: una bella fortuna per voi, aver trovato un salvatore a quest’ora della notte!”. E affibbiò una pacca sulla spalla a Thomas, che traballò.

L’immensa mole di Senesino faceva a pugni con la vocetta da donna che lo aveva reso celebre.

Fattili accomodare in carrozza, dopo aver atteso che venissero caricate sull’imperiale un paio di botti di vino da prezzo, Senesino diede ordine al cocchiere di partire, anzi di “volare”. Era un tipo fin troppo allegro e cordiale per i gusti dei due gentiluomini, e decisamente chiassoso. Giunti alla sua “modesta” tenuta, che in realtà aveva la solennità e l’imponenza di un castello turrito di costruzione duecentesca, offrì loro una lauta cena e li intrattenne con aneddoti gustosi.

“Siete stati fortunati a incontrarmi” tornò a ripetere. “Non è consigliabile dormire in certe locande, da queste parti. Il nuovo proprietario è senz’altro un brav’uomo, ma l’ostessa che lo ha preceduto non lo era affatto. Pare fosse una specie di fattucchiera e che, in combutta col prete della vicina parrocchia, avesse l’abitudine di gettare gli ospiti in un pozzo dopo averli spogliati dei loro averi. Bisogna guardarsi dall’ostentare ricchezze, quando si viaggia. O si rischia di finire in un fosso con il collo spezzato. Comunque, checché se ne dica, l’Italia resta, come ebbe a osservare un grand’uomo di cui non mi sovviene il nome, il Paese che ha reso civile il mondo insegnando cosa significhi essere Uomo. Spero ne conveniate” concluse, riempiendo di nuovo le coppe.

I due inglesi aggrottarono le sopracciglia scambiandosi un’occhiata carica di significato. Un significato che però non poteva essere colto dal Senesino, tutto preso da se stesso come sempre gli capitava.

“Siete qui per curare la malinconia, se posso chiedere?” fece addentando una coscia di tacchino. “O semplicemente per fare esperienza?”.

“L’uno e l’altro” rispose Horace.

“E altre cose ancora” intervenne Thomas, allusivo.

“Capisco” fece Senesino, nascondendo un risolino con la mano.

“Viaggiare ritempra la mente” aggiunse Horace tutto serio.

“Non c’è dubbio” confermò il celebre castrato. “Spiace però notare come molti inglesi abbiano una pessima opinione degli italiani. Se proprio devono rivolgere loro un complimento, non si spingono mai oltre il considerarli delle creature pittoresche e passionali”.

“Non è il nostro caso, vero Horace” fece Thomas quasi spaventato.

“Naturalmente. Sarebbe sciocco viaggiare su quei presupposti. Ogni uomo avveduto è mosso dal desiderio di osservare abitudini e costumi diversi dai propri, non dalla smania di metterli in ridicolo” sentenziò Horace, non senza un pizzico di malizia.

“Eppure si sente spesso dire che nessun inglese si soffermerebbe a visitare un luogo il cui nome non sia sulla bocca di tutti: è così?”.

“Mi pare una esagerazione” fece Thomas.

“Da Roma passerete, immagino. Ne torno ora. Mi sono esibito davanti al Papa. Il Santo Padre era estasiato. Mi è stato assicurato che le sue gote si sono rigate di lacrime”.

“Come si potrebbe non vedere Roma” fece Horace in tono quasi scandalizzato.

La Città Eterna rappresentava in effetti il momento culminante del loro viaggio. Eppure niente li aveva preparati a ciò che li attendeva.

Ben presto la conversazione languì, le brocche di vino si svuotarono e il castrato, dopo aver intonato un paio di arie di Monteverdi, li fece accompagnare dal domestico nelle stanze preparate per loro.

*

Alle prime luci dell’alba furono svegliati da un trambusto. La servitù correva avanti e indietro lungo i corridoi in preda all’agitazione. Abbigliatisi come si conviene e senza fretta lasciarono le loro stanze giusto in tempo per esser informati che il padrone di casa nella notte era defunto a causa di un attacco di cuore. Dopo aver contemplato brevemente l’immane corpo del cantante lirico disteso sul grande letto a baldacchino, circondato da uno stuolo di dottori e domestici, scegliendo le parole più opportune trovarono il modo per lasciare quella casa al più presto e riprendere il viaggio lungo la Francigena, puntando verso Bolsena, cui rivolsero uno sguardo distratto, e Viterbo.

Sebbene i due non fossero facili all’emotività né avvezzi alla libera espressione dei sentimenti, la commozione che li toccò alla vista della Città Eterna non ebbe eguali e li lasciò pressoché tramortiti.

In verità finché non giunsero a Ponte Milvio non si resero conto che si stavano avvicinando a una grande città. Appena varcata Porta Flaminia però il quadro mutò: un viavai di carrozze e una folla eterogenea di persone a passeggio si materializzò davanti ai loro occhi. Il pittoresco albergo nel quale trovarono alloggio, su indicazione del corriere cui si erano affidati, era situato in un vicolo ombroso di Trastevere. Ma oltre quel vicolo un mondo intero si spalancava da ogni parte, rigurgitante di vita. Non si aspettavano tanto brio né tanta solarità; si erano sempre immaginati Roma come un museo a cielo aperto, pieno di vie ed edifici deserti e silenziosi.

Le prime settimane furono dedicate a visitare basiliche, ville, collezioni d’arte, siti archeologici. Poi però si lasciarono risucchiare dall’anima segreta della città. Percorrevano le vie cittadine in estasi aspettandosi da un momento all’altro di veder apparire da un portone o da dietro l’angolo re, imperatori, papi, discendenti dei Cesari. Sotto la luce lunare il Colosseo pareva risuonare delle grida dei gladiatori, dei ruggiti delle bestie feroci e dell’incitamento della folla. Si fecero ritrarre davanti all’arco di Tito. La Cappella Sistina finì per ubriacarli. Da ogni parte, verso il cielo, s’innalzavano cupole, torri, colonne, obelischi. Era, quello in cui si trovavano, un mondo incantato, popolato di spettri che camminavano accanto a persone reali, ignorandosi reciprocamente. Come tra spettrale e reale era il suono delle campane che rintoccavano a tutte le ore, dalle centinaia di chiese dell’Urbe.

“Mentre si trovava nei Paesi Bassi” raccontò Horace durante una delle loro passeggiate, “a un mio amico capitò più volte di addormentarsi all’interno di una cattedrale. Un giorno il suo accompagnatore, un giovane pittore amante di Rubens, gli picchiò sulla spalla facendolo sobbalzare: ‘Amico mio’ disse, ‘piuttosto che viaggiare per le Fiandre in cerca di luoghi in cui addormentarvi, fareste meglio a imbarcarvi all’istante e sonnecchiare fino all’arrivo in Italia’. All’epoca non compresi appieno il senso di quelle parole. Ora sì”.

*

Una sera, al cospetto della basilica di San Pietro, ebbero una visione, entrambi e simultaneamente, proprio come se vivessero un’esperienza comune.

Davanti a loro, dietro il colonnato del Bernini, videro aprirsi una botola che conduceva nel sottosuolo. Pareva l’ingresso di un forno per cuocere il pane. Per nulla spaventati, si avvicinarono. Da quell’apertura si dipartiva un cunicolo molto stretto e buio.

“Entriamo?” domandò Horace.

“Come potremmo non farlo” rispose l’amico, “dal momento che questo varco si è spalancato proprio per noi”.

Scesero lungo una scala di ferro fissata alla parete di tufo fino a una sorta di vestibolo circolare del diametro di quattro o cinque metri. Di fronte a loro si aprivano due gallerie. Guidati dall’istinto imboccarono quella di destra. Chinando il capo procedettero ingobbiti, trovandosi ben presto a muovere i piedi su uno strato di melma e di immondizia, le narici trafitte da un odore pestilenziale e un fitto squittire di ratti.

Nei loro petti cominciò ad ardere un fuoco violento, tale da scuoterli. L’aria cominciò a mancare, i polmoni faticavano a pompare. Poco dopo però sbucarono in una vasta radura illuminata da un corteo di stelle e dalla luna più vasta che avessero mai visto. E lì, in quel vasto anfiteatro naturale, cinto da un bosco di faggi e betulle, si dibattevano le anime dei dannati, puniti con pene variabili a seconda della colpa. Un angelo dalle ali di luce comparve e si avvicinò sfiorando i loro volti.

“Quelli laggiù” disse “sono puniti con la perdita di Dio”.

Horace e Thomas si voltarono e videro un gruppo di uomini nudi e stesi a terra, con la faccia conficcata nella melma, scossi da convulsioni.

Horace fu sul punto di formulare una domanda ma, incrociando lo sguardo dell’angelo, si trattenne.

“Seguitemi” disse la creatura alata, e si mosse per un sentiero che attraversava la radura spaccandola a metà. “Questi altri sono azzannati da continui rimorsi di coscienza” fece indicando una massa di dannati dai corpi ricoperti di ferite e pustole. “Mentre quelli là sotto” continuò puntando il dito in direzione di una voragine nel terreno “sono tormentati dalla consapevolezza che la loro sorte non potrà mai mutare… Quelli invece che vedete appesi a testa in giù ai rami degli olivastri soffrono a causa di un fuoco perenne che consuma la loro anima: un fuoco puramente spirituale, beninteso, acceso dall’ira di Dio. Tra poco incontreremo le anime di coloro che vivono nell’oscurità, afflitti da un soffocante fetore. Sappiate però che tutte le anime dei dannati, benché sia buio, sono in grado di vedersi fra loro ed è come se sperimentassero anche il male che tocca agli altri, oltre che il proprio”.

Tacque, grattandosi sotto l’ala destra. Poi riprese: “Verso il fondo della radura incontreremo altre pene tremende, tra cui quella consistente nella compagnia continua di Satana, e quella della disperazione dovuta all’odio di Dio”.

Anche Thomas fu sul punto di dire qualcosa, ma l’angelo fece segno di pazientare.

“Vi sarete accorti che, oltre alla pena spirituale, ogni anima patisce una pena corporale”.

“Ci hai parlato delle pene” disse a quel punto Horace, con una certa impazienza nella voce. “Ma non ci hai detto nulla delle colpe”.

Al che l’angelo lo guardò sorridendo, pieno di una comprensione infinita: “Siamo tutti colpevoli di qualcosa. Nessuno scamperà dall’inferno. Il paradiso non esiste. Solo l’inferno esiste. E questo non per volontà di Satana, ma del Signore Dio Nostro. Così egli ha stabilito. Nessuno sa perché”.

A quel punto Horace e Thomas furono colti da un violento capogiro che li stese a terra privi di sensi. Al risveglio naturalmente l’inferno era svanito e per loro fu facile credere di aver sperimentato un’allucinazione condivisa; forse per via dell’assenzio di cui quella sera avevano fatto uso smodato.

*

Si concessero comunque di respirare a pieni polmoni quell’atmosfera rarefatta per altri quattro mesi, abbandonandosi a eccessi in taverne, fumerie e lupanari, incapaci di rimettersi in viaggio e lasciarsi alle spalle quell’altrove. Ma poi qualcosa di prosaico venne a infrangere quel sogno a occhi aperti: le loro risorse finanziarie cominciarono a esaurirsi; divenne pertanto necessario occuparsi dei preparativi per la partenza. Così, una incerta mattina di marzo si rimisero in viaggio, col cuore dolente, senza fretta. Superate le paludi Pontine, e passando frettolosamente, come ciechi, per Velletri, Cisterna, Terracina, Capua, Aversa, tra boschi di olivi, cespugli di mirto, ficaie, filari di olmi invasi da tralci di vite e ordinate distese di campi coltivati, si concessero due settimane di cura disintossicante. Napoli, che per numero di abitanti a quell’epoca superava Londra e Parigi, sembrò loro una terra di mezzo tra l’inferno e il paradiso, un luogo bacchico dove dissolutezza, superstizione, malizia, allegrezza e passione la facevano da padroni in una imprevedibile mescolanza. La dolcezza della baia, la vivacità della parlata, la caoticità dei mercati, la vitalità notturna delle vie cittadine, percorse a ogni ora da carrozze dirette a qualche ballo o festa, la dolcezza dei sorbetti, la piacevolezza delle sale da caffè: tutto ciò li volse in un perenne stato di sbigottimento. Vagarono ebbri per le campagne circostanti, visitarono il lago d’Averno, la solfatara, la grotta di Caronte e quella della Sibilla, Ercolano, Pompei; compirono una breve escursione sulle pendici del Vesuvio. Paestum, invece, li immalinconì. Oltre non osarono spingersi, temendo la mancanza di strade o le pessime condizioni delle poche esistenti, nonché lasciandosi scoraggiare dalle esagerazioni sulla ferocia dei briganti che infestavano il Meridione.

Risalendo dunque la penisola, giunsero in pochi giorni in Umbria, dove si lasciarono contagiare dal fascino di Perugia, Spoleto, Assisi, Narni, Papigno. Si trattennero a contemplare la cascata delle Marmore, presso Terni, e le fonti del Clitumno, lungo la Flaminia. Guadagnata di nuovo Foligno e, imboccato il passo di Colfiorito, discesero verso Tolentino e Macerata, fino al santuario di Loreto, che non fece loro alcuna impressione particolare. Percorsero il litorale adriatico fino ad Ancona e s’inoltrarono nei territori delle Romagne, fino a Rimini, senza trascurare una puntatina a Ravenna. Sostarono due giorni a Bologna per ammirare le opere di quella rinomata scuola pittorica. Ferrara apparve loro come una donna velata, triste e solitaria, rimasta vedova in giovane età. Venezia, col suo passato splendore di cui ancora recava tracce spettrali, li riempì di ebbrezza e di disgusto al tempo stesso: i suoi eccessi, piazza San Marco, il Rialto, la sua laguna e i grandi palazzi incantati, affacciati sui canali: ogni cosa risuonava di note dolci ma un poco stonate. Come ebbe a scrivere un grande viaggiatore, Venezia somigliava a “un fantasma sulle sabbia del mare, immobile e spoglia di tutto tranne che della propria grazia; quasi un sogno a occhi aperti non ancora svaporato del tutto”.

Osservando la città specchiarsi sulle acque della laguna Thomas si domandò quale fosse la città e quale l’ombra, ricordandosi di aver letto qualcosa di simile su un libro di memorie coperto da uno strato di polvere. Alcuni giorni dopo fu la volta di Padova: se le sue vie e la sua università evocarono loro immagini di decrepitezza, la cappella affrescata da Giotto li mandò in visibilio. Verona e Vicenza li ristorarono da ogni affanno grazie alla maestosità dell’anfiteatro romano e alla grazia delle architetture palladiane. E poi di nuovo sulla strada per Milano e Torino, fino al Moncenisio e ai valichi alpini, pronti a lasciarsi alle spalle quella straniante terra ritenuta “culla di civiltà e di oblio”, diretti in un turbinio di emozioni a Lione e alla fertile terra di Francia. Dove però non giunsero mai. Una immensa valanga discesa dal ghiacciaio sovrastante li colse mentre percorrevano l’impestato sentiero del Muraglione, tra dirupi e boscaglie infinite. I loro corpi non furono mai ritrovati. Il manoscritto del Castello di Otranto e quello dell’Elegia scritta in un cimitero di campagna, miracolosamente sì. Per di più in ottimo stato. Forse un modo per ricordarci che l’arte ci sopravvive?

Le fonti, chissà come, ci ricordano che questo fu l’ultimo scambio di battute pronunciato, senza scomporsi, dai due un attimo prima di finire sepolti vivi.

“È la fine, caro Horace”.

“È appena l’inizio, vorrai dire”.

“Come sempre, hai ragione tu”.

Due perfetti gentlemen.

Eppure un’altra versione della storia assicura che i due non perirono affatto lungo il cammino tra le Alpi; ma che al contrario, poco dopo il loro arrivo a Roma, si separarono tra gli insulti a causa di un violento alterco occorso per di più in un lupanare; e, quel che è peggio, per una squallida vicenda di denaro. A voi prestar fede alla versione che preferite. Quanto a me, tengo per buona la prima.

Gianluca Barbera