“Avrei voluto essere Stevenson, al limite Céline, fondamentalmente sono un solitario e ho scritto l’Odissea del nostro tempo”. Dialogo con Gianluca Barbera

Posted on Maggio 13, 2020, 9:55 am
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Forse è un prestigiatore, di certo ha la tenacia – e il ceffo – di un molosso, un tempo lo definii una specie di Orson Welles. Per mesi si è sotterrato in isolamento senese, nella folgore immaginativa, facendo della sua casa – l’ho capito dopo – il centro del mondo, alcova di navi, base spaziale, castello in aria, tormenta onirica. Ne è emerso, Barbera, come ringiovanito, con Il Viaggio dei Viaggi (Solferino, 2020), romanzo caleidoscopico, uno e multiplo, costruito come una collana di racconti assemblati dall’espediente di una picaresca gita al “Museo dei grandi viaggi di avventura, di esplorazione e di scoperta” sotto la sferza del professor Terranova. Il titolo del libro richiama Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile – di cui assume il carisma fiabesco, il barocco che serve l’improbabile in palmo di mano –, la struttura narrativa pare desunta dal ciclo di film Una notte al museo. Non mi si fraintenda: Barbera è coltissimo – in esergo piazza Roberto Bolaño, il Giorgio Caproni de Il muro della terra, una frase del grande esploratore James Bruce, che scoprì le sorgenti del Nilo e il libro apocrifo di Enoch, trafugato in Etiopia – e proprio per questo vuole farsi leggere, sbriciolando l’alta sapienza in felicità narrativa, rompendo le fila e i luoghi comuni dei palazzinari della letteratura, quelli che credono di essere archistar del libro e guardano allo Strega con invidia celata da petulante polemica. Molto più banalmente, Barbera, in due anni – da Magellano, 2018, in qua – ha rifondato un genere, quello di Salgari e di Jules Verne, che affonda nel Milione di Marco Polo – a cui nel 2019 ha dedicato un romanzo biografico di successo – dando aria nuova all’asfittico, affollato, genericamente ingrigito panorama letterario italico (permettendosi perfino un libro ‘minore’, in odore d’abiura, La leggenda di Jesse James, edito l’anno scorso da Stampa Alternativa). Quanto a questo libro: i racconti sono studiati come un ciclorama ottocentesco, le stanze circolari, illustrate, che davano l’idea di essere nel culmine nudo della Storia, una festa dei sensi e delle meraviglie. Alcuni racconti ho avuto il pregio di vederli dal vivo: tra tutti, forse, prediligo Grand Tour, sul viaggio in Italia di Horace Walpole e Thomas Gray; per chi ha amato Magellano sarà bello scoprire una sorta di spin off, Il grande Oceano Pacifico; devo dire che mi ha folgorato la storia – autentica – dell’esploratore e archeologo italiano Giovanni Battista Belzoni (che appare in Un italiano tra le piramidi) e il modo in cui viene raccontata la disfida tra Umberto Nobile e Roald Amundsen (L’ultimo volo). Barbera, che unisce la baldanza ipnotica dei poemi intorno al fuoco (sfogliatevi Manas, l’epopea dei Kirghisi) al gergo di Jack London, confessa che il suo ‘pezzo’ migliore è Allunaggio – un tempo, se non ricordo male, era L’isola di Robinson, che riorienta la storia di Daniel Defoe – forse perché è l’ultimo che ha scritto. Non ho mai incontrato uno scrittore così proiettato nel futuro come Barbera: oggi vi dirà che il suo libro più bello è questo, Il Viaggio dei Viaggi – di certo è il più elaborato, cercato, vissuto – ma in realtà sta pensando che è il prossimo, quello che ha in mente, che ha appena ipotizzato, il suo capolavoro. È un uomo in moto, che forza il parto dell’alba, un entusiasta, un eterno bambino – scaltro come un cobra e puro come lo smeraldo. Per questo, in fondo, sono ancora qui, a chiacchierare con lui di avventatezze, avventure e altre necessarie amenità. (d.b.)

Sintetizzo. Con Magellano e Marco Polo hai ridato vita al romanzo biografico, virando dalla complessità ‘filosofica’ alla narrazione multiforme. Ora fai ‘esplodere’ gli intenti romanzeschi in un romanzo che ne contiene molteplici. Come nasce Il viaggio dei viaggi?

Dall’intenzione di dare vita a una nuova “Odissea”. Un viaggio mitico attraverso spazio, tempo, abissi dell’animo. Protagonista del romanzo è l’arte di viaggiare, in tutte le sue declinazioni. Potrei sintetizzare così la storia: una scolaresca in visita al museo dei viaggi, si imbatte in un libro che li fa precipitare in una grande avventura nel tempo e nello spazio.

…penso, cioè, alla ‘struttura’ della narrazione, su cui mi pare tu abbia lavorato molto. Non solo per ‘inscatolare’ diversi racconti in una comune cornice narrativa, ma trovando la formula di una scrittura ‘felice’, scattante. Come l’hai ottenuta, quali sono i segreti alchemici del tuo scrivere?

La felicità della scrittura, come la definisci tu, è ottenuta attraverso la rapidità del pensiero e la felicità dello scrivere. O meglio del raccontare. Io sono stregato da chi possiede il dono dell’affabulazione. E quello dell’ironia. Nella scrittura come nella vita mi tengo lontano dagli “agelasti” (neologismo coniato da Rabelais), ossia da coloro che non sanno ridere. Il capitolo sull’allunaggio è, credo, il brano più divertente che abbia scritto.

Ti accusano di essere un narratore ‘d’evasione’: come rispondi?

Hanno ragione. Se attraverso la lettura non si evade, a che serve leggere? Anche un libro di filosofia ci fa evadere da noi stessi, trascendere dal quotidiano. I filosofi hanno concepito universi meravigliosi, superiori a quelli di tanti narratori. Basti pensare alle principali teorie metafisiche e cosmologiche. L’Essere di Parmenide, Platone e l’iperuranio, Aristotele e il primo motore immobile, Leibniz e le monadi, Berkeley e il solipsismo, Hegel e il Dio che pensa sé stesso, Severino e gli Eterni. Mi rendo conto di avere letto le opere dei filosofi come se fossero prodigiose architetture. Immani cattedrali gotiche. Ineguagliabili “città invisibili”.

Nel romanzo per racconti ci porti dall’isola di Robinson alla Luna, dal Polo al Grand Tour settecentesco. Qual è stato l’istante narrativo più laborioso da scrivere, quello più facile, quello che rimpiangi di non aver scritto, ovvero, quello che scriverai?

In verità, mi viene fuori tutto abbastanza facilmente. Perché sono cose che ho dentro, anche se le scopro via via. A volte penso a me come a una macchina-spara-storie. Simenon scriveva un romanzo a settimana. Lo invidio. A me serve più tempo. Spero di migliorare col passare degli anni. Ovviamente, quel che conta è il risultato. Sono piuttosto orgoglioso del mio nuovo romanzo. Rappresenta un punto di arrivo. Non escludo in futuro di virare sul genere noir.

Sbaglierò ma nella struttura narrativa – la gita scolastica – scorgo un intento ‘educativo’. Al sodo: che cos’è per te la letteratura? Una avventura, cosa che deve dare tanto diletto e poco pensiero? E poi: che libro consigli a un ragazzo delle scuole medie, a uno delle superiori, ai tuoi ‘colleghi’ scrittori?

Dici bene, un’avventura. Se c’è un intento educativo, non è mio, appartiene ai personaggi. I quali comunque sono tra loro dissonanti. Del resto si tratta di una scolaresca accompagnata al museo dei viaggi da un professore di storia. Io non ambisco a educare nessuno. Mi guardo bene dal dare consigli perfino ai miei figli. Le parole non sono in grado di educare. Solo l’esempio lo può. Quanto al pensiero, è nelle cose. In un romanzo deve sciogliersi nell’azione, nei personaggi. Consigli di lettura non ne do. Da ragazzino ero appassionato di Stevenson, London e Poe. Da adolescente di Kafka e Orwell. Ora, in cima a tutti metto Musil, Borges e Kundera.

…ma t’interessa poi far parte del ‘salotto buono’ degli scrittori italiani, vincere uno Strega, quella roba lì?

Se vorrei vincere lo Strega? Certamente. Petrocchi, batti un colpo. Il punto è: solo dopo aver conseguito un traguardo importante puoi permetterti di snobbarlo. Prima, il tuo atteggiamento potrebbe essere scambiato per invidia. Quanto ai salotti letterari, qualunque cosa siano, non mi appassionano. Se mi invitano a festival, presentazioni, incontri, vado volentieri. Specie nelle scuole. Sono una persona aperta, all’occorrenza. Ma fondamentalmente resto un solitario.

Domanda allo stratega editoriale: come cambierà il mondo del libro dopo la catastrofe da virus? Nascerà un genere nuovo – il ‘romanzo virale’ –, cambierà il modo di scrivere, resterà tutto come prima, cosa?

Ho rinunciato da tempo a fare previsioni. La professione di mago non mi si addice. A istinto, sono portato a dire che cambierà poco. Personalmente mi terrò lontano da narrazioni ambientate “ai tempi del virus”. Qualcuno dovrà senz’altro occuparsene, ma non sarò io.

Ultima. Il libro che avresti voluto scrivere. Il libro di un italiano vivente che consigli con la mano sul fuoco.

L’isola del tesoro e Viaggio al termine della notte sono i due libri che avrei voluto scrivere. Quanto agli italiani viventi, escludendo i presenti direi un romanzo inedito di Alessandro Gnocchi dal titolo Il martire. O Anatomia di un profeta di Demetrio Paolin. Ma non sono consigli. Solo opinioni.