A Siena con il Barbera. Ovvero: ecco perché gli intellettuali non contano nulla e gli scrittori in tivù fanno la figura dei fessi. Gita con l’Orson Welles della letteratura italiana (con consigli per scrivere un capolavoro)

Posted on Aprile 25, 2019, 11:53 am
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Mio figlio dice la parola ‘Siena’ – la parola, come un cubo di ghiaccio, passa dai denti a intrigare il resto labirintico dei nervi. Gli rispondo, partiamo. Era ieri.

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Il caso – esperto nell’arte scacchistica – fa sì che proprio ieri pubblichi un articolo di Gianluca Barbera su Pangea. Ricordo che Barbera abita a Siena o giù per quei fossi. Gli scrivo. Questo è il tuo articolo: sai che vengo a Siena con mio figlio? Lui fa: vediamoci. E ci vediamo.

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La terza – o la quarta – volta che vedo Barbera – ma lo vedo sempre, perché è spesso seduto alla mia tavola, anche se lui non lo sa – lo vedo eretto, energumeno, con le braccia a triangolo sui fianchi, in mezzo a una scia di strade, all’uscita di Siena nord, come se fosse lui il padrone dei traffici umani, come se l’asfalto fosse una coda di lucertola, e lui sappia afferrare e scotennare le vie, e mangiarle, e costruire qui, ora, una città ideale, disorganica.

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Gli faccio cenno, Barbera balza nell’auto, tu vai dove dico io, mi dice, banditesco. Mio figlio sorride, Barbera sembra un eroe dei fumetti. Diverse ore dopo, mentre la notte riduce la Sansepolcro-Cesena all’iride di un drago, gli scrivo, sei il solito Orson Welles della letteratura italiana, generoso e tracotante.

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La cosa più bella di Siena sono le colline, fa Barbera, che c’imbarca sul suo Land Rover scassato, s’infila per chilometri tra orridi senesi e boschi bucolici, pare di cavalcare un bue. La strada sterrata muggisce, Barbera ci racconta di quando un capriolo è piombato, scalciando, sul cofano della macchina di un suo amico, proprio qui, sfasciandogli il parabrezza, poi ragioniamo sul fatto che troppi letterati sono carne da macello, roba neanche buona da scotennare.

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Quando la fiorentina casca, sugosa, in mezzo al tavolo, ci pare apparizione santa, sovrana. Il paesaggio è una filastrocca di ulivi, tutto sembra buono e azzurro e Barbera si appresta all’azzardo retorico, alla zuffa verbale. Bottiglia di vino toscano. Importante. Il sommelier stappa. Barbera fa faccia brutale. Ho sentito una zaffata di tappo. Io lo tranquillizzo. Il vino è ad alta gradazione, per me tutto ciò che è sopra i 10 gradi va bevuto. Di vino so nulla, Barbera ha fatto due anni di corso da sommelier e ha Aristotele e Martin Heidegger nell’ugola. Il vino decidiamo di berlo comunque, ma Barbera s’incanaglisce, sorridendo, e ingaggia una lotta verbosa con il sommelier. Vuole vincerlo. Ogni tanto, quando il tizio si avvicina, lo colpisce – sornione, sorriso prezioso, crudele. Un vero sommelier avrebbe cambiato la bottiglia subito, colto dall’avvertimento di un sentore di tappo, dice. La frase schianta le meningi del ristoratore. Che cede. Infine, alla cassa, sconto di un terzo su una bottiglia dal prezzo sostanzioso. Barbera vince. E rimarca. Non sanno fare il loro mestiere.

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Di Barbera mi piace il cinismo barriccato nella tenerezza. Per questo faccio parlare sempre lui, che mentre guida canagliesco tra i colli senesi mi spiega le regole per scrivere un capolavoro. Trovare una storia con un personaggio forte; scrivere il riassunto della storia in quattro pagine; attenersi a quello schema; elaborare un linguaggio deciso ma corroborato dall’ironia; lavorare sui dialoghi; studiare tanto; concentrarsi, dopo pubblicato, sulla promozione. Così, dice, è nato il successo di Magellano – sistole e diastole, solitudine e lavoro di relazione, intelligenza senza snobismi, senza la paura di essere popolari. La regola del romanziere ottocentesco, dico. Già, ma con la marcia della modernità, dell’avventura e dell’avvenire, fa lui. Poi mi fa una testa così sul fatto che dovrei scrivere io il capolavoro, basta con i libri assoluti – che ti assolvono dal fatto di non essere un narratore – etc. Magari il capolavoro l’ho già scritto, mi dico, magari non so più scrivere, è una malia possibile.

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Mi faccio raccontare la sua vita – amo le vite degli altri, pizzicare i particolari, immaginare il timore e la gloria – della mia, non ho niente da dire, la vivo. Nel florilegio di frasi, ne appunto alcune:

“Lascio agli altri scrittori occuparsi del sociale, dei migranti, della politica, io faccio agire l’immaginario, amo scrivere di Magellano e di Marco Polo, d’altronde, c’è più politica in Cuore di tenebra che in un romanzo d’attualità”;

“I filosofi hanno ancora qualcosa da dire? Quelli che vedo in televisione non dicono cose particolarmente interessanti. Per non parlare degli scrittori. Si piegano al politicamente corretto e sono letteralmente disintegrati dai giornalisti o dai politici che riempiono i salotti televisivi”;

“Gli scrittori non contano nulla. Solo la Murgia – che a suo tempo ho apprezzato – e Roberto Saviano, che piacciano o meno, hanno un seguito. Seguito di cui mi interessa poco, per altro. A mio avviso lo scrittore non può occuparsi dell’oggi, della stringente attualità, si mette in una strettoia già piena di opinioni, non può dire nulla di nuovo, di diverso. Lo scrittore, invece, deve farti vedere le cose da un altro lato, da un’altra altezza; ti porta da un’altra parte”;

“Nella cultura, lo sforzo è verso l’abbassamento, l’appiattimento, perché tutti vogliono sentirsi complici, vogliono essere protagonisti, cioè scrittori, mica semplici lettori”.

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Nella città che fu di Caterina, Barbera non contempla, divora – c’è qualcosa di incontenibile e di buono nel suo cammino, parla pietrificandoti. Davanti a Simone Martini mi blocco, vado a Mario Luzi, al poeta che sulla punta della lingua tiene Medioevo e avvenire. Alla parola poeta, Barbera si tappa le orecchie, se lo scrittore è un poveraccio il poeta è un mendicante.

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Poi ci lasciamo, come se ci vedessimo il giorno dopo, tra chi vive sollevando le mani come fossero pane. Ed egli va, Barbera, tallonato dalla generosità, eccessivo e fiero, che la gloria sia cannibale da questa parte di evo, di mondo. So anche quale sarà il suo prossimo libro, ma questo, davvero, non posso dirlo. (d.b.)