“Mi sento uno sconfitto, come il principe Bolkonskij di ‘Guerra e pace’. Ero a Belgrado quando Arkan fu ucciso, resto un ribelle con un codice ben preciso”: dialogo con Gian Ruggero Manzoni

Posted on Marzo 27, 2019, 7:38 am
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Robusto e malatestiano, esteta armato, uno che avresti potuto incontrare al bar insieme a Majakovskij, a duello con Malaparte, sul fronte con Ungaretti, nelle catacombe londinesi insieme a Pound. Gian Ruggero Manzoni, a dispetto della carne – ha il corpo glorioso di un omerico – mi è sempre parso evanescente, inafferrabile come lo è la parola – che seduce la verità flirtando con la menzogna – un po’ Herzog e un po’ Kurtz, amico di Jack London, il calco di Handerson the Rain King di Saul Bellow. GRM, voglio dire, forse per via dei suoi studi cabbalistici, mi è sempre parso ovunque, in ogni tempo: sta bene tra i briganti di Romagna, come sodale di Giovanni delle Bande Nere, a fare da braccio a Jorge Luis Borges, il grande cieco. Per questo, devo dire, facendo scempio della meraviglia, non mi sono stupito quando l’ho visto incassato nel romanzo di Pier Paolo Giannubilo, Il risolutore (Rizzoli, 2019; l’unico, tra i dodici residui, degno del Premio Strega, diciamolo in massa). GRM è ‘romanzesco’ per natura. Lo conosco da parecchi anni, ho invidiato Giannubilo – l’amicizia è primizia e privilegio, avrei voluto essere il primo a narrare GRM – il romanzo mi ha convinto. GRM resiste ancora, nonostante l’agiografia livida, inatteso e inafferrato. La prima volta – anzi, forse la seconda – l’ho visto a Lugo – che sempre più mi pare l’emanazione di una sua fantasia, un parto in case, storia, civiltà, la bella, feroce provincia. Quindici anni fa. Lo chiamava “cenacolo”, pareva una milizia. Intorno a una antologia, Oltre il tempo (Diabasis, 2004), aveva radunato certi poeti affini per spavalderia. C’era Andrea Ponso. C’era il compianto Danni Antonello. Ho avuto la sorte e la fortuna di lavorare due libri di GRM. Un romanzo, Acufeni, che gli ho estorto per la collana che ho fondato con Guaraldi, ‘I Nazirei’. Era il 2014 e lui, GRM, raccontava la morte e la rivalsa come nessuno, vale la pena ricalcare: “…e gli aveva piazzato due pallottole in corpo e ora si accingeva a finirlo. Ma ecco l’angelo della vita, il segno dal cielo, la variante, perché tutto è già scritto, ma la variante sta nel come viene interpretato. Agli uomini, come grazia, è concesso questo”. In quarta scrivevo che “le atmosfere da ‘noir’ francese si mescolano alla ferrea cronaca del Libro di Re”, dicevo di “un racconto biblico”. Nel 2010, per una folle collana pensata con Raffaelli (‘La Bibbia’: l’intento era quello di ritradurre il testo sacro, libro per libro, grazie al talento di poeti e di scrittori e di vagabondi della Parola), ho avuto l’Esodo secondo Gian Ruggero Manzoni. Il libro – che sta in una mano – con le note e i disegni di GRM è straordinario, è fiamma pietrificata. Soprattutto, GRM è poeta di atroce grandezza, di anomala densità: libri – spesso affidati a edizioni d’arte, poi raccolti nel micidiale Scritture scelte, Edizioni del Bradipo, 2006 – come Le tavole dei reziari, Il dolore, Le battane di bronzo, Deserti di quiete devono essere meditati e riediti, lì la parola accade in gesto. Il romanzo sulla vita – pazzesca – di GRM è necessario perché si rinnovi l’opera, rocambolesca, memorabile, necessaria. Lessi Il risolutore in un giorno. Con foia gelosa. Poi scrissi a GRM. Ti intervisto. Pazienta, fece, da buon padre e da saggio. Ora è il tempo giusto. (Davide Brullo)

A bruciapelo. Che effetto ti fa leggerti, essere un “eroe da romanzo”, cementato, mummificato in un libro? Insomma, non è che adesso ti metti in cantina, non è che il romanzo è una testimonianza definitiva di un tempo malmenato, vissuto, perduto?

Indubbiamente una grossa fetta del mio tempo è andata. Ho sessantadue anni ma sento di averne vissuti cento e ottantasei, come certi personaggi biblici. Inoltre sono nato innegabilmente già vecchio, sebbene una qualche cavolata compiuta in gioventù… ma poi anche i vecchi le compiono, di solito alla fine della loro vita, quando ritornano bambini. Mi domandi come mi sento, dopo l’uscita del romanzo “Il risolutore”, di Pier Paolo Giannubilo, edito, di recente, da Rizzoli? Come il principe Andrej Bolkonskij di “Guerra e pace” di Tolstoj, che poi, nella realtà, non era altro che il conte baltico tedesco Ferdinand von Tiesenhausen, che perse la vita, combattendo contro i francesi, nella battaglia di Austerlitz, dove Napoleone ebbe parole di enorme apprezzamento per il coraggio dimostrato dal nobile nemico. Quindi e infine mi sento uno sconfitto, seppure elevato dai complimenti e dai riconoscimenti di un imperatore, ma pure uno sconfitto. Del resto, il più delle volte, quando si omaggia con una dedica un qualcuno, soprattutto all’inizio di un libro o di una poesia, non se ne sancisce, quel tanto, la morte? Non sta nell’omaggio, perciò nel ricordo, di già una sorta di morte, di perdita, di abbandono, di testimonianza nei confronti di un qualcuno che o non c’è più oppure che ha avuto importanza, nella vita dell’autore di quel libro o di quella poesia, ma ora ha perduto il suo valore, oppure ha esaurito un valore, per l’autore stesso che, dall’omaggiato, ha ormai ricevuto ciò che voleva? Mi consolo sapendo che il principe Andrej Bolkonskij, dopo essere stato attratto dalla gloria da conquistarsi sul campo di battaglia, dopo allo scetticismo e al cinismo che lo colsero riflettendo sulla sua vita e su quella di tutti gli esseri umani, poi riesce, tramite la penna di Tolstoj, a rinascere, anche se con somma fatica, merito l’amore per una donna, fino a giungere a un grado sommo di elevazione spirituale in punto di morte, una volta colpito al ventre dalle schegge di un proiettile di cannone durante la battaglia di Borodino. Quindi, per estensione, essendo divenuto il protagonista di un romanzo ho elaborato e ancora sto elaborando il lutto di me stesso tramite quelle pagine, la mia catarsi, ma, nel contempo, anche la mia palingenesi, la mia rigenerazione, quella, ovviamente, metafisica, trascendentale, cioè quella che non ha più nulla a che fare con una condizione terrena. Infatti il libro di Giannubilo mi ha liberato da una schiavitù, quella data da me stesso. Come diceva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson: “L’elevazione è il creare nuove valutazioni”, così che oggi mi sono dato un prezzo, quando mai, finora, me l’ero tributato, o, meglio, me lo avevano assegnato. E quel prezzo ha a che fare con la luce, non con la tenebra.

…e poi… perché non te la sei scritta tu la tua storia?

Perché non ho mai amato coloro che si sono autobiografati, autoincensati, magari, raccontando di sé, un oceano di balle. Inoltre, ed è inutile che lo dica, forse che un poeta o un narratore, ma anche un artista visivo o plastico, o un musicista, o un regista, ogni volta che realizza un’opera, la stessa non risulti una biografia di se stesso? Sono solito dire che anche quando un pittore dipinge un paesaggio non fa altro che autoritrarsi. Quindi è da oltre quarant’anni che sto scrivendo e dipingendo la mia biografia, Giannubilo l’ha sintetizzata in quattrocento e ottanta pagine, magnificamente scritte.

Il romanzo è pieno di atti brutali, intinti nel dramma più che nel romanticismo di retroguardia (merito dello scrittore, bravo, ci voleva poco per scadere nella macchietta, nel fumetto a tinte forti). C’è l’arte e c’è la morte: ti domando se questi due concetti sono fraterni.

Sono indissolubili come per fare un figlio, cioè per creare vita, necessitano, per noi umani, e non solo, un maschio e una femmina. Sia la morte sia l’arte, per me, hanno sempre in sé un altissimo senso tragico, la mia formazione di tipo classico nonché i miei studi inerenti l’ebraismo, la storia delle religioni e delle filosofie mistiche mi hanno tatuato, sul corpo, detta coscienza, detta percezione, detto valore, perché di un vero e proprio valore si tratta il continuo rapporto col tragico, soprattutto se il tuo veicolo di espressione è l’arte… o, se non altro, e lo ripeto, così è per me. La tragedia greca, nell’antichità, ma ciò vale anche per l’oggi, aveva, sempre, uno stretto legame con l’epica e, soprattutto, col mito, e aveva una funzione educativa e pedagogica. Affrontava e dibatteva i grandi temi morali, politici e religiosi, spingendo alla riflessione sui problemi inerenti l’esistenza umana, specialmente quelli che scaturivano a seguito dall’esperienza del e con il dolore, perciò come poter disgiungere l’arte dalla morte, quando l’arte stessa, inoltre, è primo esorcismo della morte stessa, o, almeno, tenta di esserlo?

…nel libro c’è l’amore violento, l’amore tenero, l’amore assoluto. L’amore per le donne, per la donna, per Dio. Ci sono tante tinte dell’amore che sono forse, ogni volta, la resurrezione di un sopravvissuto. Spiegami.

La resurrezione è un ritorno alla vita dopo la morte, ma, anche, quale analogia, il risveglio dopo il sonno. Credo che una volta che inizi a osservare te stesso che pensi, come tu fossi esterno al tuo essere, si inneschi un livello superiore di consapevolezza che non rientra, più, nelle dimensioni di ordine mentale, bensì in quelle più tipiche del sentimento, della passione, dell’affetto, del legame. In quell’attimo capisci che esiste uno spazio sterminato di comprensione che supera ogni dimensione intelligente presente su questo pianeta e hai la prova che ciò che in realtà conta si trova al di là della ragione, della logica, del senno. Risulta quell’istante l’inizio del rinnovamento. Si trova lì il tempio del divino, del sacro. In quell’estensione del tuo essere… e tu, quale estensione dell’intangibile… dimora l’eterna origine. Ognuno di noi vive, se vuole, un perenne mattino, basta, solo, abbandonarsi ai raggi di quel sole e ai flussi di quel mare. Pablo Neruda scrisse. “La nascita non è mai sicura come la morte. In ciò risiede la ragione per cui nascere non basta. Infatti è per rinascere che siamo nati”.

Qual è stato, al di là del romanzo, l’evento centrale della tua vita? Quello che ti ha perduto e quello che ti ha redento. 

La nascita di mia figlia. Mi ha perduto perché buona parte di me, confido la migliore, si è trasferita in lei. Mi ha redento perché ogni nascita risulta una scelta, quindi una salvezza, se si decide per il buono e il bello.

Gran parte del romanzo è focalizzata sulla tua attività nei ‘servizi’. A un certo punto, balugina anche il cadavere di Arkan. Si è come condotti nel macello di una allucinazione. È tutto vero?

Tutto è vero, come ciò che a Giannubilo non ho detto e che mai saprete. Io sono stato tangente ai Servizi, ho operato per loro, ma mai ho deciso quale l’operazione, quale la missione, e il perché. Io ho eseguito quale “risolutore” ciò che mi veniva ordinato di fare. Arkan? Innegabilmente meritava quello che gli è capitato. Io posso solo dire che mi trovavo a Belgrado quando Arkan venne ucciso. Altro non so e, se anche lo sapessi, di certo non lo direi. Ciò non toglie che possa avere una mia idea del come siano andate le cose, ma sono solo supposizioni quel tanto suggerite da una certa esperienza in materia. Lo stesso lo potrei dire della bomba di Bologna del 1980 e delle tante bombe esplose nei cosiddetti “anni di piombo” o a seguito della “strategia della tensione” dovuta al fomentare gli opposti estremismi, così come di altri fatti successi qui e là non solo in Italia ma anche nel mondo. Ad esempio mai ho creduto che Bin Laden abbia fatto la fine che gli americani ci hanno raccontato, e tanto altro ancora. Rifletto, via via metto assieme le tessere del puzzle, e l’immagine, o ciò che si avvicina molto alla stessa, prima o poi viene fuori.

Che valore ha per te la parola obbedienza, che è una costante nel romanzo? A cui fa il paio, però, la parola ribellione. 

Io sono stato e sono un ribelle che, qualora abbia dato o dia la sua parola d’onore, ha mantenuto e mantiene ciò che ha promesso. Questo mi ha portato al punto di agire per un Sistema che fino a quel giorno avevo combattuto e che ancora combatto. Ciò che viene considerato come contraddittorio, anche nel libro, io lo definisco quale patto. Ho accettato un patto, e, per venticinque anni, mi sono attenuto a quella firma tra le parti, cioè tra me e lo Stato italiano, tramite il notariato delle Forze Armate. Molto semplice. Quando io do la mia parola, la mantengo, anche se ciò dovesse portarmi alla morte. Sono un ribelle, ma di parola. Un ribelle che ha un codice comportamentale ben definito, al quale si attiene, e a cui si è sempre attenuto.

Un uomo d’azione. Eppure, perpetuo contemplativo. A volte sembri avere i vezzi di un Alfieri, di un Byron, di un uomo da cui trasuda l’ego; dall’altra, annienti l’ego nel pregare, sei il miniatore di un’opera poetica che sembra la rivelazione di un monaco stilita. Come tieni insieme le contraddizioni?

Il nostro Dio è Uno, Trino nonché Molteplice, nelle sue forme, e noi siamo a Sua somiglianza. Idem è un Motore Immobile. Quindi una tempesta senza vento né pioggia. Su questo si basa la nostra tradizione, ed io sono in linea con la stessa. Dio è anche il Tutto, ma, contemporaneamente, anche il Vuoto. Più di così non posso dirti. Logico che io non sono Dio, e ci mancherebbe, ma che mi senta Sua derivazione e che mi ponga, quale figlio, come Sua somiglianza, questo sì, questo ci sta. Del resto noi abbiamo come testi sacri il Vecchio e il Nuovo Testamento… al che potrei domandarti: Cristo era in linea o era in contraddizione, Lui, quale Nuovo, col Vecchio Testamento, oppure era una conseguenza dello stesso, una continuazione? Esiste rottura, spaccatura, lesione, diversità fra il Cristo e il Dio del Vecchio Testamento, oppure sono un Unico? La risposta che mi viene più facile alla mente risulta un ossimoro: sono la stessa essenza nelle sue differenze.

Ti hanno avvicinato a Limonov. Non mi pare ti faccia piacere: perché?

No, non ho nulla contro Limonov, anzi, mi è piaciuto leggere la sua storia scritta, in maniera potente, dal grande Emmanuel Carrère, narratore e sceneggiatore che ho sempre amato. Credo che fossimo, Limonov ed io, seppure su barricate opposte, in Bosnia nello stesso periodo. Non condivido, con lui, certi atteggiamenti e certi credi, tutto qui. A suo tempo, quando mi informai su quello che sosteneva a livello ideologico, riguardo molto mi trovai in linea con lui, poi ho seguito Aleksandr Dugin, nel momento in cui i due fondatori del Nazionalbolscevismo si sono divisi, cioè, come Dugin, ho visto in Putin un possibile leader per una nuova Europa, al contrario di Limonov; e ancora sostengo il pensiero religioso, che Limonov ha abbandonato. Questo è quanto.

Nel romanzo mi pare sia assente la tua bibliografia, la tua vita da poeta e da scrittore, forse perché nota (anche se non a sufficienza, giudizio mio). Sei uno che s’è dato da fare nel creare cenacoli, nell’inaugurare dialoghi, pur necessitando, come tutti, di una salutare dose di solitudine. Questa specie di cameratismo, di ‘milizia’, mi pare assente nel mondo dell’arte, oggi, saturo di malizie. Dimmi.

Infatti tale “militanza d’insieme” è ormai quasi del tutto assente. Domina, inoltre, il tradimento, qualora si parta uniti formando un gruppo. Ci si vende con facilità, rinnegando, anche, i tuoi primi compagni di strada, qualora se ne abbia la convenienza. Un tempo è finito. Se al fianco ti restano quei quattro o cinque sodali puoi considerarti un uomo e un artista fortunato. Ciò non toglie che, ancora, seppure le energie stiano quel tanto sfumando, io non ci sia, io non sia pronto a imbarcarmi, con altri, per nuove imprese intellettuali o creative. Il gene del fighter è nel mio DNA, come quello del “corsaro”, nell’accezione conradiana del termine. Con Pier Paolo Giannubilo tali aspetti sono scattati e hanno dato vita a “Il risolutore”. Invece, per quel che concerne la mia componente letteraria… beh, se dovessi morire, qualora lo riteniate giusto, e qualora abbiate un po’ di tempo da dedicarmi, affido a voi il ricordarmi, anche solo per un minuto, ogni tanto, quindi per fare un brindisi in mia memoria.

*In copertina: Gian Ruggero Manzoni in una fotografia di Daniele Ferroni