Posted on novembre 10, 2017, 11:26 am
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Le cose andarono così. Lo dico così, per capire il carattere del tipo. Sicuramente era il 25 ottobre scorso, di certo era sera. Mi telefona Giampiero Neri. Non riesco a rispondere in tempo. Faccende di figli da prendere da qualche parte. L’Università Cattolica di Milano ha dedicato a Neri, quel giorno, una giornata intera di studi. Per un poeta è un po’ come ricevere il Nobel dall’accademia italiana. Neri mi lascia un messaggio in segreteria. È felice, è un po’ stanco, ma la sua voce, che pure ha 90 anni, è ancora omerica. Ferma e dolce, piena di vita. Era felice, sì. Ma anche leggermente irritato. I superprof della Cattolica, infatti – mando a memoria il messaggio – avevano scavato con archeologica perizia nella grammatica di Neri, denudando intenzioni, controintenzioni, alfabeti superficiali e riposti, messaggi da sfinge e balocchi lirici. A Neri tutto questo pareva un eccesso di zelo e di stile. Poi gli hanno chiesto cos’era per lui la poesia. “Eh, beh, cosa vuoi che abbia detto? Io non so mica cosa è la poesia, che domande…”. Ha parlato per un tot con la segreteria, il poeta. Il che mi ha stupito. Neri è riuscito a dare un volto al vuoto della segreteria telefonica. Ora capisco perché, con sapienza geografica, sa rientrare nei suoi ricordi. Ridà vita a ciò che non c’è, Neri, fertilizza il vuoto, che bello. In una intervista di qualche tempo fa, pubblicata su questo foglio telematico (qui), Neri ci svelava di lavorare a un nuovo libro, Piano d’erba. Ora da quel libro il poeta ci fa il dono di alcuni inediti, che ricalco. Autore di tanti libri importanti (Teatro naturale, Armi e mestieri, Paesaggi inospiti), spesso pubblicati da Mondadori, fino all’ultimo, Via provinciale, edito da Garzanti, molti leggono in Neri, giustamente, per carità, “una dizione tersa, a tratti volutamente elementare, o con passaggi quasi didascalici” (cito Maurizio Cucchi da Poeti italiani del secondo Novecento, Mondadori, 1996). Io, che sono tonto, ci vedo altro. Ci vedo l’astronomica attenzione verso la cruna e il crine delle cose dei moralisti francesi (dalle vertigini di Pascal ai vezzi di Chamfort, per intenderci) e la gioiosa certezza – più orientale che stoica, più Milarepa che Seneca – che tutto è per non esser più, che tutto ha colore perché scolora, che l’uomo va amato perché lo perdiamo, irreparabilmente. Voi, poi, vedeteci ciò che vi pare. (d.b.)

 

1.

Qualcosa ci distingue dagli animali, loro capiscono le intenzioni.

2.

Dalla casa del Nene fatti pochi passi cominciava una via di giardini e ville, che saliva verso la Clerici in mezzo agli alberi.

Sulla collina l’architetto Terragni aveva costuito la sua scalinata come accesso all’acropoli, al sacro monte. A ridosso del teatro, l’altro versante era un luogo scosceso ricoperto di un fitto bosco.

3.

Quello strano ragazzo, all’aspetto e ai modi, sembrava un pellegrino, anche se non aveva il bastone e la ciotola del questuante. Era vestito di poco, si notava, ma eravamo d’estate.

Proprio lui, quella volta che si parlava di montagne, mi aveva detto, “Io vorrei morire in montagna”.

4.

Sulla facciata della sua casa in Roma, nei pressi di via Merulana, il pittore, un nome oscuro, aveva voluto una iscrizione che lo ricordasse “Qui ha dimorato” diceva di se stesso “al riparo delle intemperie, non dalle invidie dei contemporanei”.

5.

“Le parole” mi diceva il poeta Giovanni Giudici, “prima di tutto vogliono dire le parole”. Era il suo momento fortunato, ai riconoscimenti importanti per la sua poesia si univa una certa felicità di rapporti che prendeva gran parte dei suoi pensieri. Stava traducendo l’Eugenio Onegin di Puskin, un lavoro in cui aveva messo molto dell’arte sua. Ci si vedeva di frequente, avevamo gli uffici quasi confinanti. Prendevamo il caffè insieme, lui prendeva anche tranquillanti.

6.

Quella mattina aveva nevicato e sul marciapiede della strada provinciale era rimasta la neve.

Lei camminava davanti a me, sentivo il rumore scricchiolante dei suoi passi sulla neve.

Aveva delle grosse calze fatte a mano, bianche di lana, sulle gambe arrossate dal freddo.

Mi sembrava di vederla per la prima volta, era una mia compagna di scuola.

7.

A Marco Rota

Dalla finestra aperta, era Giugno, entrava l’aria profumata del parco dell’ospedale.

Si vedevano le montagne di là dal luogo, e una in particolare si notava.

Mia madre aveva alzato il braccio dalla lettiga e aveva chiesto “Che nome ha quella montagna?”.

“È il monte Barro” aveva risposto l’infermiere.

Sentivo quel nome per la prima volta.

8.

La finestra dell’ufficio dava sul giardino di casa Manzoni.

Quella volta un passero stava inseguendo una farfalla, sempre sul punto di afferrarla, ma non era facile.

La farfalla volava con quella sventatezza di chi non sa dove andare, tipica della sua specie, farfalleggiava, e il passero dietro.

La scena si era protratta non poco finché, come per caso, era finita.