“È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza”. Parlare di Lao-Tse in Piazza Libia: le poesie inedite di Giampiero Neri

Posted on Ottobre 11, 2019, 11:54 am
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Di Giampiero Neri sorprende, sempre, la vastità delle letture, da Milarepa a Boris Pasternak, da Melville a Omero e Lao-Tse, in rapporto alla poesia, microscopica, da anatomista dell’attimo, da astronomo delle vite minuscole, liminali, che lambiscono la vita. Immaginare il poeta seduto sulla panchina, negli scarni giardini di Piazzale Libia, a Milano, che parla di Lao-Tse, l’enigmatico fondatore del taoismo, con un disoccupato, mi fa pensare che un altro mondo esiste, senza esitazioni, che l’uomo fiammeggia, ancora. La storia si fa lì, dunque: mentre la città-cloaca, la metropoli-Cocito, ingurgita, sminuzza e digerisce le orde umane, due saggi ne domano la furia famelica. In un lungo articolo – benché sostanzialmente tiepido –, intorno all’ultimo libro di Neri, l’“antologia personale” dal titolo “Non ci saremmo più rivisti” (Interlinea, 2018), Roberto Galaverni, sul “Corriere della Sera”, ha scritto che “La grande questione del male, della colpa, della responsabilità, diventa una cosa sola con l’etica della scrittura”. Esaspero l’agnizione dicendo che Neri, consapevolmente, modula la poesia in aforisma, in placca esemplare. Intendo: qui il poeta, soprattutto, è un uomo; la poesia è spina dorsale, l’ambito della disciplina, non gioco retorico ma dizione del rigore d’esistere. Autore fermo e pudico (tra i libri importanti: “L’aspetto occidentale del vestito” e “Liceo”, per Guanda; “Teatro naturale”, “Armi e mestieri”, “Il professor Fumagalli e altre figure”, per Mondadori), d’inesausta ispirazione, come se la poesie fosse una nota sul corrimano del giorno, qui Giampiero Neri si mostra attraverso un manciata di inediti che siamo lieti di ospitare. (d.b.)

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PIAZZA LIBIA

Sulla scena di piazza Libia, con le sue piante, i cespugli e quei platani in doppia fila che fanno corona, è facile incontrare un personaggio, un uomo sulla cinquantina, disoccupato in apparenza, di nome Giovanni che vive della benevolenza altrui.
È quasi leggendario per il talento, l’eloquenza e anche la saggezza.
Non ha fissa dimora. Per ogni evenienza, durante il giorno, fa capo al giornalaio, che dice di lui: “È puerile, un immaturo”.

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Di solito è seduto su una panchina.
Gli offro un caffè e parliamo un po’. Ho citato un verso di Lao-Tse, il filosofo noto anche per l’oscurità dei suoi testi. Il verso dice: “Sebbene illuminato, apparir come scemo, è questo il segreto essenziale”. Lui ha detto subito: “Ma è una difesa”.
In tanti anni che lo leggo, io non c’ero arrivato.

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D’abitudine è intento a giocare a sudoku.
Nel cerchio dei platani di piazza Libia era passato una volta anche un campione di quel gioco, che aveva notato Giovanni e l’aveva invitato a fare una partita. Lui aveva accettato.
Me ne parlava un giorno che andavamo a prendere il caffè. Mi diceva: “Ma io non gioco per vincere, gioco per passione, mi diverto”.
E infatti, aveva vinto.

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Era stato un cattivo studente, Giovanni, forse non aveva finito le medie e dopo, qualche lavoro qua e là.
Aveva trovato un posto di magazziniere ma, nei primi tempi della crisi, il principale gli aveva detto: “Mi dispiace, tu sei l’ultimo arrivato e devo cominciare da te”.
Così si era trovato a spasso.

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È di statura media, con tendenza alla pinguedine, ma non si cura del proprio aspetto, tutt’altro che spiacevole.
Ha uno sguardo vivace, espressivo, e un modo pronto di parlare, con la erre francese, anche troppo veloce.
Ha perso i denti incisivi e qualche giorno fa mi ha detto di aver rotto forse l’ultimo pezzo di quel che gli era rimasto.

Giampiero Neri