Giampiero Mughini ospite di “Pangea”: il Gulliver della Bibliofollia parla di Campana, Pasolini e Malaparte (e ci ricorda che siamo diventati degli idioti digitali)

Posted on settembre 08, 2018, 12:47 pm
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Nel giro di pochi minuti, il parolaio del Museo della città si è riempito di lillipuziani in attesa del Gulliver della Bibliofollia, colui che è stato sul soppalco dove Dino Campana aveva messo le copie dei Canti Orfici stampate dal tipografo Ravagli di Marradi. Forte della mia conoscenza, avevo anticipato al mio amico Paolo che Mughini avrebbe parlato di Campana, mi ero preparato anche la domanda da ingenuo pollo d’allevamento: “com’è, da marradese, il suo rapporto con il più grande poeta italiano del Novecento?”… volevo fare il Fenomeno, solo che avevo anticipato la domandina, via email, a Davide Brullo e… tac, mi ha fregato!… nel presentare l’ospite ha esordito con La petite promenade du poète. L’eloquio preciso, puntuale e colorito di Mughini ha fatto il resto. I sessanta minuti trascorsi con l’illustre ospite sono stati piacevolissimi, pareva surfare sull’olio d’oliva, toccando il Sessantotto francese, visto da protagonista, parlando dell’amicizia con Fabrizio Cicchitto, di Franco Fortini, Pier Paolo Pasolini, l’Adelphi di Calasso, Aldo Buzzi, Curzio Malaparte… ma gli occhiali di Mughini si illuminavano di plutonio quando raccontava di ricerche librarie e di cacce bibliofile per cadere in ginocchio davanti alla visione di una plaquette, perché averne una è come avere un pezzo di cuore di chi l’ha scritta.

Stimolato e stuzzicato dal diretur di Pangea, Giampiero Mughini, ha offerto il suo vastissimo repertorio di pose, parole e opere senza alcuna omissione, affondando la sua spada di carta nelle viscere delle nostre vite digitali, instupidite dalle banalità che si “postano” ogni giorno tra faccine idiote e aridi cuoricini di circostanza; ci siamo totalmente rincoglioniti nel pensare a questi ephod biblici come appendici della nostra umanità, che abbiamo dimenticato gesti nobili e creativi come mettere le dita nella terra bagnata dalla pioggia o pungersi con le spine delle rose; non guardiamo più negli occhi le persone per correre dietro a questi strumboli colorati che ti avvisano se alle isole Samoa piove o c’è il sole; non leggiamo più le parole sulla carta per perdere il tempo a polpastrellare stronzate sui cosiddetti “social”… social un cazzo, sono le fosse biologiche di questa “società” in decomposizione che lascia i poeti sul ciglio della strada a chiedere l’elemosina. Curzio Malaparte scrisse “Maledetti toscani”, vorrei che Giampiero Mughini scrivesse “Maledetti digitali”.

Bruciata la domandina da poppante su Dino Campana ho lisciato il pelo al mio ego chiedendo all’oratore di parlare di Bobi Bazlen, un uomo mite che viveva leggendo e leggeva vivendo e, soprattutto, riusciva a camminare nei prati della letteratura raccogliendo i fiori che nessuno guardava. Mughini ha parlato di Bazlen come il vecchio marinaio di Coleridge regalando suggestioni e ricamando con le parole il viaggio di Bobi da Trieste alla Liguria dei poeti come un vero istrione “…perdonatemi se con nessuno di voi, non ho niente in comune…”.

Pangea e Rimini hanno dato “quattro tavole in croce e qualche spettatore…” a Giampiero Mughini che ci ha fatto vedere chi è.

Silvano Tognacci