“Ma tu hai stupende, benedette le mani”: Giaime Pintor compie 100 anni. Elogio del traduttore di Rilke e di Trakl (e feroce lettore di Jünger)

Posted on Novembre 08, 2019, 7:40 am
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La morte tragica, in guerra, la famiglia – i Pintor: il fratello fu deputato della Repubblica e cofondatore de “il manifesto” –, l’intelligenza anomala, le amicizie precise – Cesare Pavese, Massimo Mila, Leone Ginzburg, insomma, il nerbo einaudiano –, la giovinezza, che fa supporre everest culturali irraggiunti, soprattutto, la fascinazione per autori assoluti, per lo più intoccabili. Nato 100 anni fa – 30 ottobre 1919 – Giaime Pintor muore a 24, il primo di dicembre, arruolato dagli Alleati, su una mina – fu lui, piuttosto, un fuoco, uno scoppio di cui i frammenti ci ulcerano ancora il viso.

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Al di là della fatidica lettera al fratello Luigi, usata come stendardo patriottico – da Napoli, il 28 novembre 1943, Giaime scrive: “Musicisti e scrittori dobbiamo rinunciare ai nostri privilegi per contribuire alla liberazione di tutti. Contrariamente a quanto afferma una frase celebre, le rivoluzioni riescono quando le preparano i poeti e i pittori, purché i poeti e i pittori sappiano quale deve essere la loro parte” – Pintor fu autenticamente al centro della cultura italiana. Nel 1942, per dire, scrive un corrosivo resoconto sulla sua presenza, insieme a Elio Vittori, al “Convegno dell’Unione degli scrittori europei” di Weimar, con sottofondo di svastiche. Il pezzo, redatto per “Primato”, la rivista fondata e diretta da Giuseppe Bottai, non vide mai luce, perché troppo rapace. Questo il finale: “Con Vittorini che conosce ‘il mondo offeso’ fu facile parlare di quegli argomenti che un congresso della letteratura europea non può affrontare; della letteratura come una onesta vocazione, e soprattutto dell’Europa: una cosa che ci pareva troppo grande e incerta e afflitta perché trecento signori riuniti a Weimar nell’ottobre 1942 potessero parlare in suo nome”. Qui, a contrario della lettera al fratello, con ironia, Pintor colpisce l’inutilità, il vacuo clangore, la codardia retorica a cui si riduce il cenno letterario privo di scelta, di presa etica, di precipizio storico.

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Di Pintor si sa che ha dato voce poetica, priva di bizantinismi lirici, a Rainer Maria Rilke: la scelta delle Poesie è ancora nella ‘bianca’ Einaudi. Fu Franco Fortini, nel 1955, a elogiare quel gesto traduttivo: “Fra quante valorose versioni di Rilke si conoscono nella nostra lingua (Errante, Traverso, Paoli, Zampa) queste di Giaime Pintor seguitano a sembrarci le più schiette; o per meglio dire, quelle che con maggiore fortuna artistica testimoniano del momento di incontro e della influenza di Rilke sulla nostra poesia, serbando a noi la voce seconda del loro traduttore”. Il giudizio, anni dopo, fu confermato da Pier Vincenzo Mengaldo che ritenne quelle traduzioni così degne di lode da incapsularle nei Poeti italiani del Novecento (dove “è pur possibile distinguere quel di più di inquieta partecipazione e direi di tensione col testo tradotto che differenzia queste versioni dalle levigatissime e totalmente assimilatrici, che Quasimodo andava distillando in quegli anni di sui lirici greci”).

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L’Annunciazione di Rilke nelle parole di Pintor, in effetti, è perfino memorabile:

Tu non sei più vicina a Dio
di noi; siamo lontani
tutti. Ma tu hai stupende
benedette le mani.
Nascono chiare a te dal manto,
luminoso contorno:
io sono la rugiada, il giorno,
ma tu, tu sei la pianta.

Al di là del “proverbiale Rilke”, Mengaldo pone occhio alle “poche e splendide traduzioni del grande Trakl”. Questa è Hohenburg, a mo’ d’esempio:

Nessuno è in casa. L’autunno alle camere;
sonate chiare di luna
e risvegliarsi al confine di una foresta in penombra.

Sempre tu pensi al bianco viso dell’uomo
lontano i clamori del tempo;
sopra il dormiente si curva facile il verde dei rami,

una croce e la sera.
Stringe il suo canto con braccia di porpora un astro
che sorge al segno di finestre vuote.

Così nel buio trema l’ignaro
quando sommesso leva gli occhi a creature ora distanti;
una argentea voce dà il vento nell’atrio.

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Nel libro curato da David Bidussa per Aragno, La responsabilità dell’intellettuale, sono raccolti “una scelta di scritti di Giaime Pintor”. Sorprende la volontà, decisa, con piglio d’ascolto critico, nel leggere scrittori audaci, inquieti, contraddittori. Spesso Pintor si ferma su Ernst Jünger, di cui deplora “l’estetismo di alcune raffigurazioni” e il “respiro frigido”, ma di cui apprezza “il rigore della prosa… i primi tentativi di deformazione fantastica: tentativi ora così rari in una letteratura tutta intenta al più umile lavoro documentario e celebrativo”. Legge con canini tirati, ad esempio, Gilles di Drieu, “brutto per molte ragioni”, eppure libro di cui bisogna parlare “perché questo libro, che racconta la vita di un francese tra le due guerre e in cui evidentemente molti francesi si sono riconosciuti (se ne sono fatte 27 edizioni), è uno dei documenti più precisi e convincenti sul costume dei francesi degli ultimi vent’anni”. I nomi che ricorrono di più in questa raccolta di saggi, in effetti, sono quelli di Drieu, di Jünger, di Hemingway, di Henry de Montherlant, a dire non solo del piglio europeo di Pintor – d’altronde, ha tradotto Nietzsche e Hesse, il Vathek di Beckford, von Kleist – ma soprattutto che l’intellettuale pensa il suo mestiere come una lucida mischia, si confronta, pugnando e pungolando, con chi è diverso da lui, reclama l’opposto. (d.b.)

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Sulle scogliere di marmo di Ernst Jünger

Ernst Jünger, di cui si comincia a parlare ora in Francia e in Italia e che anche in Germania è considerato con grande disparità di giudizi, è forse il maggiore scrittore tedesco di oggi. Una definizione così brusca deve essere presa con cautela: emergere nel mondo letterario della Germania contemporanea non significa portare un messaggio nuovo e positivo, ma affermare con un certo diritto la propria validità letteraria. In questo senso Ernst Jünger ha un’importanza già chiara: il suo posto nella prosa tedesca è quello di un maestro; e fra coloro che scrivono e pubblicano entro i confini del grande Reich forse il solo Carossa può stargli a pari per naturale dignità di scrittore. A Carossa, che gli si potrebbe contrapporre come uomo e come «Weltanschauung», lo apparenta anche la posizione che essi occupano di fronte alla storia letteraria tedesca. Provenienti da mondi di dottrina e di gusto affatto diversi, essi sono i più illustri epigoni della tradizione letteraria tedesca, e in questo rappresentano meglio di ogni altro le sorti di una cultura che non ha saputo rinnovarsi oltre certi limiti e vive in modo assai precario di un patrimonio ereditato. Carossa ripete nella sua calma e nobile maturità il mito di Goethe, molto attenuato e impoverito; Jünger si può considerare l’ultimo episodio della tradizione romantica e precisamente di quella via orfica e tumultuosa che passa nei suoi ultimi «detours» attraverso Nietzsche e George. Tale qualifica gli viene dal suo gusto di prosatore e di stilista non meno che dal suo atteggiamento di pensiero, che fa di lui una figura estremamente rappresentativa per indicare la crisi odierna. Gli inizi di Jünger sono caratteristici. Egli si rivelò al pubblico come scrittore di guerra nel 1919, e dai primi diari di quegli anni fino alle ultime meditazioni dell’uomo maturo, la guerra è rimasta il motivo inspiratore della sua arte, le leggi e i valori del combattimento i termini della sua moralità. Questa esperienza si è riflessa prima di tutto in una forma letteraria nuova; la prosa rigida del giovane scrittore, il taglio netto del suo discorso lo hanno separato subito dalla marea di retori tornati dal fronte e hanno elevato i suoi saggi di guerra sopra molte pagine celebrative o patetiche nate in Germania dopo la disfatta. L’annullamento delle più forti emozioni in una immagine fredda e perfetta, il riscatto della povertà umana attraverso la visione fantastica, sono stati la sua scoperta originaria e hanno dato alle sue prime opere il sigillo formale della «Stahlhartromantik». Più tardi questa dote naturale si è progressivamente affinata sino a produrre quei liberi giuochi della fantasia che con il nome di Capricci e figure e di Foglie e pietre costituiscono il più autorevole contributo di Jünger alla letteratura moderna europea. D’altra parte la sua intelligenza costruttiva si esercitava su temi politici e sociologici, e negli ultimi anni di Weimar Jünger pubblicava un saggio sulla Mobilitazione totale e l’opera teorica Il lavoratore in cui è annunciato il sorgere di una società futura fondata, come un moderno ordine cavalleresco, sulla disciplina del lavoro. Questi saggi, che pure hanno avuto un notevole influsso sulle tendenze più avanzate della Germania del dopoguerra, portano i segni della vocazione letteraria dell’autore, e sono importanti piuttosto come indicazione di un interesse culturale che per il loro contenuto di dottrina.

All’infuori delle divagazioni politiche Jünger torna sempre all’autobiografia; pura autobiografia è un piacevolissimo romanzo Giuochi africani in cui è raccontato con molta vivacità di colori un episodio avventuroso della sua adolescenza. Salvo che per uno studio di Delio Cantimori sullo scrittore politico e per alcuni saggi di traduzione apparsi sulla rivista romana «La Ruota», l’opera di Jünger non era conosciuta in Italia. Alessandro Pellegrini ha raccolto ora in un volume della «Medusa» di Mondadori il libro più significativo della sua recente evoluzione: Sulle scogliere di marmo e alcuni capitoli tolti dai precedenti volumi di saggi. In quelle ultime pagine di Capricci gli amatori del giuoco fantastico potranno trovare i più raffinati esempi dell’intelligenza da acquario di Ernst Jünger. La sua crudeltà cerebrale, il suo gusto del nitido e del levigato si esprimono in quei brevi capitoli con grande forza persuasiva, e la traduzione veramente notevole di Pellegrini permette di seguirne tutte le asperità e le dolcezze con una mano delicatissima.

Lo stesso mondo di superbo estetismo, ma più compatto e uniforme, riappare nelle Scogliere di marmo, unito a una insolita profondità di significati. In una regione fantastica, che per i suoi aspetti fisici ricorda la Dalmazia, mentre per i nomi dei luoghi e la natura dei personaggi appartiene a una curiosa mitologia, si svolge la lotta fra l’ordine umano, impersonato in alcune figure di saggi e di eremiti, e l’irrompere oscuro della violenza e della follia. Il pregio letterario del libro è nella sapiente descrizione di questa marea montante dell’angoscia e nella libertà stilistica di alcune pagine, mentre altrove il linguaggio ricercato e purissimo non riesce sempre a sostenere lo sforzo di uno stile così prezioso. Tuttavia l’interesse del libro, il suo valore di curiosità è, piuttosto che in queste qualità letterarie, nel suo significato di confessione personale. Jünger ha tradotto la sua esperienza del dopoguerra in una allegoria che non si sa se più ingenua o temeraria. I riferimenti sono così chiari che si potrebbe quasi compilare un glossario: così i mauretani, politecnici della potenza, sono i militari, la guerra di Alta Piana è la grande guerra; e altrettanto facile sarebbe riconoscere Bracquemart e le tetre bande del Forestaro. Questo premere dell’esperienza sulla fantasia prova la serietà con cui Jünger ha sentito certi problemi del suo tempo; insieme sollecita a un dialogo e propone alcune soluzioni per i giovani venuti dopo. Pellegrini sottolinea nella sua intelligente prefazione il motivo di riscatto religioso che dà al libro un valore apostolico; e in realtà molti in Germania credono al messaggio di Jünger. Ma nonostante i suoi significati religiosi e guerrieri Jünger appartiene per noi a una letteratura decadente o, se si preferisce, decaduta. Egli non ha nulla da dire alla nostra generazione, e i soldati tedeschi che si sono portati al fronte Auf den Marmorklippen accanto ai testi di Goethe hanno commesso un grave errore di scelta. Nello stesso anno in cui usciva in Germania Auf den Marmorklippen, Elio Vittorini pubblicava in Italia Conversazione in Sicilia. I due libri portano due messaggi assolutamente diversi e significano nelle loro evidenti allegorie il contrasto di due tempi fra cui forse si iscriverà il segno di una vera rottura.

Giaime Pintor