Gettarsi lì, ora, in quell’omelia verde: le fotografie di Galderio sul Sempione impegnano alla fuga tra i monti e ci parlano di un grande scrittore dimenticato, Maurice Chappaz

Posted on Ottobre 01, 2018, 1:50 pm
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In un luogo inconcepibile, in una via che svicola come un coltello, a Domodossola, c’è la più astrusa galleria d’arte del mondo. Sede de ‘L’École des Italiens – Museo Immaginario’, al 2 di via Mellerio, la galleria è una wunderkammer: di solito è chiusa e arguisci la mostra in atto – rassegnandoti a desiderarla – dal finestrone che si apre sulla strada. Regno dello stupore, creato dal pittore Marcovinicio & dai suoi in opposizione alle norme imperanti del ‘sistema museale’ italico (mortificante), da un paio di mesi espone le fotografie di Roberto Pastore Galderio, “Simplon by Bus”. Si tratta, appunto, di un viaggio in autobus – deformato, dunque, dalla visione ‘dal finestrino’ – lungo il passo alpino più antico, così grave di storia, il Sempione, appunto. Si poteva sconfinare sul senso occulto di confini e di valori del tempo antico. Invece. A me quelle fotografie hanno portato alla mente un grande scrittore svizzero, Maurice Chappaz (1916-2009), già amato da Paul Eluard, che ha scritto libri pieni di poesia, “L’altra Via” (2004), “Vallese-Tibet” (2009), “Il Vangelo secondo Giuda” (2010; tradotto, questo, dall’ottimo Flavio Santi), pubblicati da un piccolo, eccezionale editore, Tararà.

Un elmo con visiera, come astronauti in corazza medioevale impegnati in un viaggio nel tempo. Le fotografie di Roberto Pastore Galderio sono sguardi: dilatati, divaricati, deformi. Come una emersione dalla pozzanghera terrestre, su Marte.

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Da Briga a Domodossola, sull’autobus come su una navicella spaziale, lungo la strada più antica, il Sempione. Un valico alpino avvia destini, definisce il circuito di una civiltà – il tempo, sotto la signoria dei monti, l’inginocchiatoio di Dio, ha un altro volto, va preso a schiaffi.

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Dal casco dell’astronauta: il fiume che sembra una bava di luce, un tuono, e spacca la roccia; le case con le tegole di pietra che cantano; lo sciabordio del bosco, che s’ingioiella a festa, con le nuvole simili a brani di seta; alcuni umani approcciano la montagna – i bastoni simili a parole di scongiuro; il cartello dice Milano da un lato, Sempione dall’altro: il caos che abbiamo chiamato città, con briglie urbanistiche, in contrasto al decalogo imprevedibile della montagna. C’è chi ha l’ambizione di valicare un grattacielo e chi ha le Alpi tra la narice e la palpebra.

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L’esperienza è quella di essere sott’acqua, l’autobus in realtà è un sommergibile. Le cose resistono immutabili, pietrificate, crisalidi di gesso, piene di una vita ‘turistica’. Ti pare di sentire l’odore del bosco, l’incipit delle montagne: sai che dovresti toglierti il casco e gettarti lì, in quell’omelia verde, quieta e feroce, senza ossigeno, finalmente spaesato, spossessato.

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Rispetto alla montagna, la strada, anche quella del Sempione, è un velo. Ogni sguardo, in fondo, è una litania, una preghiera: lassù, abita ancora qualche dio a quattro zampe, che ulula e bacia.

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Come il monaco, nell’ogiva della sua cella, riassume il pianeta e la galassia – e tutto il resto, al di fuori di quella claustrofobia, gli pare una prigione – così le fotografie di Roberto Pastore Galderio riassumono la vertigine.

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vallese tibetChi conosce il nome che rende le rocce di miele, le parole che avviano un tracciato tra i boschi, delineano l’endecasillabo dell’abete e l’inflorescenza della luna? Robert Graves, il poeta sciamanico, si ritirò a “vivere nella frazione di un paesino sui monti di Maiorca, dove la vita è ancora regolata dall’antico ciclo agricolo”. Lì scrisse La Dea Bianca, sintesi di sintonie mitologiche, che è il solenne canto funebre sul corpo disossato dal materialismo dell’Occidente. “L’oggi è una civiltà in cui gli emblemi primi della poesia sono disonorati; in cui il serpente, il leone e l’aquila appartengono al tendone del circo; il bue, il salmone e il cinghiale all’industria dei cibi in scatola; il cavallo da corsa e il levriero al botteghino delle scommesse; e il bosco sacro alla segheria. Una civiltà in cui la Luna è disprezzata come un satellite senza vita e la donna è ‘personale statale ausiliario’. In cui il denaro può comprare ogni cosa eccetto la verità, e chiunque eccetto il poeta posseduto dalla verità”.

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Al Vallese, da cui si articola il Sempione, ha dedicato un libro fremente Maurice Chappaz: “le epoche sono precipitate… una terza guerra mondiale sonnecchia o si sparpaglia… un suicidio di destino. Abbiamo scosso molte civiltà; come si sbatacchiano i vecchi susini… i paesi scappano, le campagne si impigliano, si perdono l’una nell’altra”, scrive lo scrittore, raccontando la fine di un mondo, della montagna come esclusiva, come versetto etico che impone la marcia ai giorni. Eppure, “sul punto di spegnersi il mistero parla”. Il Vallese ha analogie con il Tibet, nella mente dello scrittore – in effetti, le montagne, come un mandala, spariscono dopo aver toccato la grazia. Usciti dalla visione delle fotografie di Roberto Pastore Galderio, come ci si toglie l’elmo, come si sbobina il telo dagli occhi. La montagna non è persa – noi siamo i perduti.

Davide Brullo