Gerusalemme, oggi: il silenzio è morto (insieme a Dio?), frotte di turisti si fanno i selfie sul Golgota e a Betlemme vendono gli stickers di Bansky

Posted on Gennaio 06, 2019, 9:38 am
10 mins

Posso non credere in niente, posso avere dei dubbi sul fatto che quell’uomo, Gesù, fu fatto giacere proprio in quel Santo Sepolcro prima di risorgere, ma ho fatto comunque un’ora di coda per inginocchiarmi in quella piccola edicola e finalmente iniziare a rendermi conto di dove mi trovassi. Ho appoggiato le mani sulla sua tomba ma immediatamente dopo un uomo mi ha avvisato che toccava a un altro e che me ne dovevo andare. Come risvegliata da un sogno, sono uscita, ancora non connettevo bene, ma ho sentito le mani chiamarmi. Ho rivolto i palmi verso l’alto, li ho guardati, e li ho sentiti pulsare, mentre venivo travolta da un fiume di pellegrini, invasati, turisti, o quel che è.

Qui non è regno del silenzio. Solo nella fugace intimità dell’edicola del Santo Sepolcro non sono permesse fotografie o schiamazzi, sia lode a Dio! Non c’è cappella, non c’è chiesa, dove non ci sia brusio, dove non si senta scattare una foto.

Il turismo, qui, è ormai qualcosa di aberrante. E non solo per i voli low cost che hanno permesso a tutti di viaggiare – e ben vengano, anche se un po’ di ‘educazione al turismo’ non farebbe male – ma per la mancanza di rispetto che troneggia in ogni luogo, anche il più sacro del mondo.

Mi considero una cristiana perché sono stata battezzata e cresimata, non certo una praticante, ma vedere il sudamericano, l’italiano, il filippino, il coreano, il russo ecc. che si fa il selfie davanti al Golgota, fa male al cuore. Così come fa male vedere ragazzine saltare dieci volte davanti alla Cupola della Roccia per ottenere lo scatto perfetto da mostrare su Instagram.

Cosa siamo diventati? E perché e per chi facciamo tutto questo?

Deleghiamo il nostro ricordo alla memoria di uno scatto.

In giro, nel caos generale, si vendono anche coroncine di spine di legno da appendere in casa.

Mentre camminavo per Gerusalemme, mi è venuta in mente la scena di Jesus Christ Superstar in cui Gesù entra nel Tempio, spacca tutto, e poi grida: “Get out!” (Con quell’acuto che solo Ted Neeley sa fare).

Se Gesù dovesse tornare, credo che sarebbe il primo a dare fuoco a tutto e tutti.

È proprio l’eccessivo permissivismo della Chiesa ad aver consentito tutto questo e ad averle fatto perdere appeal e sacralità?

È la morte del silenzio a preoccuparmi; è l’assoluta incapacità a stare zitti e a ritirarsi per un momento con se stessi. È il tracollo della contemplazione di fronte a ciò che ci è più vicino a farmi chiedere: ci si avvicina alla mindfulness perché semplicemente l’erba del vicino è sempre più verde?

Si può essere agnostici come me o atei e pretendere comunque il silenzio nel luogo di sepoltura di Gesù, anche solo per la sua rilevanza storica.

Ne ho trovato di più nel museo di Arte Contemporanea di Tel Aviv, di fronte a Chagall, forse oggi più sacro e importante di un San Tommaso qualunque.

È il turismo di massa il problema o i cellulari? O la perdita di qualunque valore?

Quando siamo diventati così?

Quando abbiamo smesso di ascoltare? Quando siamo diventati troppi? È in luoghi come questi che ci si rende conto dello spropositato aumento demografico. Come quando arrivi a Nuova Delhi e non ci puoi credere che tutta quella gente viva in una sola città.

Siamo maleducati, siamo indifferenti, siamo disinteressati. Viviamo attraverso l’occhio delle nostre telecamere, delle macchine fotografiche, dei nostri cellulari, e nel frattempo il mondo ci passa davanti, mentre l’ebreo piange davanti al muro del pianto, il musulmano prega a terra verso la Mecca, il cristiano tocca il Santo Sepolcro, e in India l’indù si lava nel Gange e il buddista porta in offerta il burro di Yak.

Siamo più simili di quello che crediamo.

Però mi fanno sorridere certi cristiani che d’improvviso diventano buddisti e cominciano a giocherellare con Mala e a dire mantra di cui spesso non sanno neanche il significato, quando a loro portata hanno sempre avuto il rosario e le preghiere.

Cambiare religione è un po’ come cambiare squadra di calcio? La fede non vacilla neanche davanti a un prete pedofilo, altrimenti non è fede.

Vaghi per Gerusalemme e ti viene da pensare che l’essere umano sia proprio stupido: fa la guerra anche se Dio è uno e su quello sono tutti d’accordo. Quello che non piace è quello che c’è stato in mezzo. Gesù era il Figlio di Dio e per altri solo un ciarlatano, per altri solo un profeta, e via dicendo.

Gesù e il Buddha, per esempio, non sono molto diversi. Sono stati due uomini, due messaggeri, due persone che hanno cercato di suggerirci come non finire all’inferno, l’uno per non rinascere mai più e l’altro per risorgere ab aeterno.

Il finale è un po’ diverso ma il mezzo molto simile. Gesù ricorda un po’ anche Milarepa…

(Però nei monasteri tibetani è assolutamente proibito scattare foto, girare video, e il silenzio è assoluto!)

È tutta un’unica e grande storia, una storia di fede e di speranza; una storia fondamentale per la sopravvivenza dell’uomo. Noi crediamo che le guerre in nome della religione ci distruggeranno, ma la conservazione della società si basa sull’esistenza del religioso. René Girard docet.

Ne ho già parlato su Pangea, ma vorrei aggiungere alcuni passaggi fondamentali:

“Durkheim afferma che la società è una, e la sua unità è innanzitutto religiosa. […] Durkheim ha intuìto che gli uomini sono debitori di ciò che sono, sul piano della cultura, a un principio educatore situato nel religioso. Perfino le categorie dello spazio e del tempo, afferma, provengono dal religioso. […] Il religioso consiste innanzitutto nel togliere il formidabile ostacolo che oppone la violenza alla creazione di qualsiasi società umana. […] Per completare l’intuizione di Durkheim bisogna capire che il religioso fa tutt’uno con la vittima espiatoria, quella che fonda l’unità del gruppo contro e, al tempo stesso, intorno a essa. Solo la vittima espiatoria può procurare agli uomini tale unità differenziata, là dove essa è a un tempo indispensabile e umanamente impossibile, in seno a una violenza reciproca che nessun rapporto di dominio stabile né alcuna riconciliazione vera può concludere”.

Il religioso ci ricorda chi siamo, da dove veniamo, e su quali basi abbiamo fondato le nostre comunità. Ci dà la forza di sopportare e di comprendere la necessità del primo sacrificio dell’umanità, compiuto con immensa pietà. Le sue regole ci rammentano cosa bisogna o non bisogna fare per evitare il ritorno della violenza distruttrice. E quando s’indebolisce l’adorazione terrorizzata, quando cominciano a cancellarsi le differenze, i sacrifici rituali che hanno tenuto in piedi la società perdono la loro efficacia.

“La presenza del religioso all’origine di tutte le società umane è un fatto indubitabile e fondamentale. […] Noi affermiamo che il religioso ha come oggetto il meccanismo della vittima espiatoria; la sua funzione consiste nel perpetuare o nel rinnovare gli effetti di quel meccanismo, ossia nel mantenere la violenza fuori dalla comunità”.

E oltre alla progressiva e preoccupante perdita del sacro a Gerusalemme e alla mancanza del silenzio, colpisce anche il muro, colpisce Betlemme, che per andare avanti vende gli stickers di Banksy. Colpisce la tristezza del palestinese che vede arrivare orde di turisti in bus che nel giro di una giornata scompariranno. Nessuno vuole restare a dormire a Betlemme. Si va a vedere la Chiesa della Natività, dove le persone si fanno i selfie davanti al supposto luogo dove Maria partorì, un punto ben segnato con una stella di metallo impressa nel marmo, e si torna a Jerusalem.

Qui tutto colpisce in faccia come raffiche di vento sugli scogli di Jaffa.

Qui ci si lascia ammaliare dall’affascinante canto del muezzin, anche se si è seduti dentro la chiesa del Getsemani.

Perché forse, in fondo, è giusto che a Gerusalemme non esista il silenzio, perché soprattutto qui ognuno ha bisogno di gridare il proprio diritto a esistere.

Dejanira Bada