“Sono felice, sono felice, ho amato la vita”: Gerard Manley Hopkins, il poeta che amava le nuvole

Posted on Luglio 27, 2020, 6:34 am
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La poesia è un lascito – sembra lasciata lì perché qualcuno la raccolga. Forse la poesia non deve essere pubblicata: bisogna poggiarla per terra. Lasciare a un altro il favore della scoperta, senza altro scopo. Nel caso di Gerard Manley Hopkins, l’angelo e il destinatario fu Robert Bridges: erano diventati amici a Oxford, ventenni. Bridges, che praticò l’arte della medicina per poi vivere come un recluso nel Berkshire (aveva problemi di salute), scrivendo poesie, fu eletto da Giorgio V “Poeta Laureato” nel 1913: uno dei primi atti che scelse di compiere – e per cui è ricordato – fu quello di curare la raccolta dei versi, dispersi, inediti, del suo antico amico, morto anni prima, nel 1889, a 44 anni. Le poesie di Hopkins uscirono nel 1918 e il mondo inglese, in differita, scoprì il suo poeta più grande.

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Augusto Guidi, grande anglista, sintetizzò così – era il 1942, Guanda pubblicava la prima raccolta di Poesie di GMH – la vita di Hopkins: “Nella sua vita breve non conobbe nessuna sorta di gloria né di notorietà: visse tra la sua preghiera e la sua poesia, noto a pochi insigni amici. Soltanto dopo la sua morte se ne è scoperta la grandezza. V’è chi lo ritiene il maggior poeta inglese dei suoi anni”. Il frammento odora di leggenda. Diciamo che Hopkins nacque in una famiglia fertile: il padre era stato console generale delle Hawaii a Londra, il nonno era compagno di università di John Keats. I fratelli – Gerard era il più vecchio di nove – erano tutti genialoidi: alcuni diventarono artisti, altri – Lionel – sinologhi di fama mondiale. La sorella più giovane, Grace, mise in musica i suoi versi. Lui, beh, aveva studiato con Walter Pater, incrociò Christina Rossetti, di cui amava l’opera, fu convertito sulla via della fede da John Henry Newman. Pare che morendo abbia detto “Sono felice, sono felice, ho amato la vita”; secondo Guidi, “ha giocato d’azzardo col lessico, non meno di Joyce”, di certo, Dylan Thomas, W.H. Auden e T.S. Eliot gli sono debitori, discepoli, quasi. “La vita ascetica non lo induriva, anzi lo inteneriva di più di fronte agli affetti umani delle persone che aveva a cuore”. Fu un lettore irrequieto e sagace: amava la “virile tenerezza” di Eschilo e preferiva Robert Louis Stevenson a Dickens (“non posso sopportare il suo pathos”).

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Tradotto dai poeti – Nanni Cagnone, Silvia Bre, Andrea Ponso – il poeta Hopkins è pressoché scomparso dal parterre dei grandi editori italiani. Forse anche questo è un segno: la poesia non va data, va azzardata, azzannata tra le ombre, come una primizia, una cosa solo per sé.

Oh, la mente, la mente ha montagne; rupi a precipizio,
spaventose, implacabili, nessun uomo le ha esplorate. La ritiene facile
chi non è le è appeso. Non può sopportare a lungo
quella profondità vertiginosa la nostra misera forza. Qui! Striscia,
maledetto, sotto un conforto servito in spirali: tutta
la vita sfinisce nella morte il giorno muore nel sonno.

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In un antico studio pubblicato su “La Critica”, nel 1937, Un gesuita inglese poeta. Gerard Manley Hopkins, Benedetto Croce vede il genio del poeta in un “profondissimo sentimento della vitalità o, come si suol dire, della natura, che al tempo stesso viene da lui innalzato ad ansia, angoscia ed aspirazione morale: per modo che, sensibilissimo come esso si dimostra agli spettacoli naturali, niente è in lui della sensualità e del disgregamento impressionistico oggi consueto”. Una delle poesie più belle di GMH, in effetti, s’intitola Frassini, ha l’altezza compositiva di una Dickinson: “Niente di ciò che vedono i miei occhi, vagando per il mondo/ è un tale latte alla mente, né sussurra abissale/ poesia, che un albero i cui rami esplodono nel cielo”.

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Più che altro, però, Hopkins ha affinità con le nuvole – certo, forse, che proprio ciò che si coagula in forme articolate, bizantine, ha l’estro di sfilacciarsi, scompare. Il bianco delle nuvole non è quello, ambiguo, del capodoglio: scevro di vendetta, etereo in una eterna indifferenza, esso ci respinge, dimostra che il cielo, senza dubbio, non è per noi. Cielo collassato di meduse, quello dove fluttuano le nuvole – le quali, dandoci la percezione che tutto è possibile, che si può toccare, ritraggono l’essenza dell’intoccato, dell’immanifesto. È un dio capriccioso, capricorno, quello che ha creato le nuvole: morgane di cui gli angeli non sono che epigoni.

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Nei diari Gerard Manley Hopkins cita costantemente le nuvole, è stupefatto dai mutamenti naturali, nel cielo vede una scrivania. “Lunga matasse avviluppate di nuvole grigie un po’ arrossate inferiormente, non proprio orizzontali ma alquanto oblique ascendenti da sinistra a destra, e in basso a sinistra una stanga o spranga più solida del resto con sopra un arruffato orlo di pelo o vello” (4 gennaio 1869; cito dall’edizione Guanda delle Poesie e prose scelte, 1987, in particolare dalla sezione Estratti sulle nuvole). La perizia descrittiva è da entomologo: come se le nuvole fossero bestie, come se Hopkins volesse avere ragione della loro equazione illusoria, quasi che soggiacesse a una regola il loro mutamento.

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Hopkins è un uomo che alza lo sguardo, mira al creato prima che alle creature – Dio, forse, non va cercato nella cella arroccata d’edera della propria mente, ma vagando, vaporizzati. Qui il poeta osserva l’aurora boreale: “Il mio sguardo fu preso da fasce luminose e oscure, molto simili alla corona di raggi fiochi che il sole forma dietro una nuvola. Dapprima pensai a nuvole argentee, finché mi avvidi che queste erano più luminose e non oscuravano la lucentezza delle stelle dell’Orsa… Poi vidi deboli pulsazioni di luce sollevarsi e passare in alto in forma d’arco, ma tremolanti e con l’arco spezzato. Sembravano galleggiare, non seguendo la curvatura della sfera, come sembrano fare le stelle cadenti, ma libere sebbene concentriche con essa. Questa alacre opera della natura, affatto indipendente dalla terra e che sembrava procedere in un momento di tempo sottratto ai nostri calcoli di giorni e di anni: più semplice e come correggendo la preoccupazione del mondo, preoccupandosi del Giorno del Giudizio, e appellandosi e facendo capo a esso, fu quasi una nuova testimonianza di Dio e mi colmò di un delizioso timore” (24 settembre 1870).

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Hopkins censisce i tramonti (“Bellissimo tramonto; prima, mi sembra, bossoli gialli incrociantisi, poi una leggiadra conchiglia orizzontale di nastri luminosi che si irradiavano dal sole calante…”, 14 agosto 1872), “un alone lunare” (“Era un cielo di cupa fattura, a pennellate che salivano da sinistra a destra…”), “il cielo rigato di cirri come le stoppie di un campo di fieno” (12 novembre 1883), la cometa (“la chioma rivolta al suolo, bianca, una coda soffice, acconcia, non grossa: provavo un senso di solennità, un senso di novità, di volo… e di minaccia”, 13 luglio 1883), la pioggia, il sole. Osserva i dati primi del mondo, come se il mondo fosse stato appena creato e lui, il poeta, ne fosse il censore, il diarista, colui che deve riportare con maniaca precisione – e minuziosa fallacia – all’Onnipotente ciò che esiste – ciò che appare esistente, senza esitazioni.

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Spesso le cose, preda di miraggio, trasmutano da una forma all’altra, contraria e complice. Il 16 dicembre del 1883 “un’ardente luminosità aveva circonfuso il sole tutto il giorno” fino a formare “i corpi di un branco di delfini” e poi “le curve delle incisioni, o come i Giapponesi rappresentano convenzionalmente le onde”. I fasci solari diventano delfini, segni su una lastra incisa, le onde del mare per gli artisti nipponici: tutto è vero perché la parola non descrive, crea congiunzioni, analogie inaudite.

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Le nuvole sono come le poesie: appena intuisci il senso, esso si sfalda, snatura nell’opposto; ciò che pare accessibile sfugge; l’immacolato dimostra la sua ferocia. Sulla cima di un foglio, Hopkins disegna le nuvole: strisce che vanno, incisioni illustri di attese, anime, evanescenze, ciò che rifiuta di risorgere. (d.b.)

*In copertina: John Constable, “Cloud Study”, 1820