05 Febbraio 2020

«Fare l’insegnante è l’incarico supremo». La lezione del maestro George Steiner. Un ricordo di Danilo Breschi

Immenso. Non trovo altro aggettivo. Lo uso nonostante il rischio dell’enfasi retorica, che certo non piaceva a lui, George Steiner. Nato in Francia a Neuilly-sur-Seine il 23 aprile di 91 anni fa, è un altro esponente di quella meravigliosa classe 1929 che ci lascia. E siamo un po’ più poveri, o forse no, perché chi pensa e scrive con quella potenza e quella sincerità di passione e d’intelletto lascia patrimoni immensi. Basta volerli raccogliere e coltivare.

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In queste ore, in questi giorni, leggerete molti articoli sulla sua vita avventurosa all’esordio, poi quasi placida nel prosieguo dell’età matura, ma non per questo meno vitale e feconda. Nato in una famiglia di ebrei viennesi che qualche anno prima avevano lasciato l’Austria per timore dell’antisemitismo, poco dopo avrebbe dovuto abbandonare anche la Francia e l’Europa tutta per sfuggire al nazismo, stabilendosi nel 1940 negli Stati Uniti, dove sarebbe in seguito divenuto cittadino americano. Leggerete anche molti articoli con l’elenco delle sue opere più note, da cui saranno estrapolate frasi e pensieri più consoni al coro ufficiale dei grandi quotidiani nazionali, e parrebbe perciò inutile aggiungere altro. Ma credo che meriti fare una cosa meno diffusa in questo profluvio di coccodrilli, ovvero dare il giusto rilievo all’opera di uno dei critici più acuti e originali, perché devoti non ad altro che alla passione per il vero, il bello e il buono nella letteratura (“anarchico platonico” amava definirsi), dunque un pensatore assolutamente indipendente, libero. E immenso, appunto, proprio come gli orizzonti di conoscenza che ti dischiudeva, come quella curiosità, onnivora, che lo animava. Non erudizione sterile, beninteso, ma costante interconnessione creativa tra le grandi opere della letteratura, della filosofia dell’arte tutta, comparate con l’estro e il sentimento sempre avvertito dell’impasto umano tra relativo e assoluto. Sapeva perciò cos’è classico, cosa ne fosse alfiere e cosa scudiero, fiero signore o umile servitore.

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Giace inoltre in luogo ignoto un carteggio inedito ad “un’interlocutrice segreta”, così la definisce in un’intervista del 2014 a Nuccio Ordine, pubblicata soltanto adesso perché fu rilasciata da Steiner a condizione che uscisse postuma. Proprio così. Si tratta di centinaia di lettere annunciate come densissimo deposito della sua intensissima quotidianità di lettore, di piccolo grande uomo curioso della vita in ogni sua manifestazione, colta con tutto lo sfavillare della sua ironica e pietosa intelligenza, un ammontare di lettere che per volontà testamentaria non uscirà fino al 2050. Probabile che non riesca a leggerle, e questo mi rammarica molto. Mi consolo perciò col ricordo dell’ascolto che potei farne a Firenze, all’Altana di Palazzo Strozzi; lui che, minuto, pareva immenso nel mentre parlava illuminato dalla luce del sole che, tramontando lentamente in un pomeriggio di fine aprile, lo inondava alle spalle tramite i vetri di una grande finestra da cui si affacciava incuriosita la collina di Boboli. Visione quadridimensionale, la mia, in quegli istanti eterni. Il titolo della conferenza, articolata in due giorni, era efficacemente riassuntivo di molto dello stile steineriano: Le poetiche del pensiero. Correva l’anno 2009, Steiner aveva appena compiuto ottant’anni. Ma mi consolerò anche, come già facevo quand’era in vita, rileggendo tutti i suoi libri finora editi in italiano, non pochi. Ne estraggo qualche brano che motiverà a sufficienza tutti i perché della sicura persistenza di questo immenso studioso di letteratura comparata. Continuare a leggerlo dovremo, per far sì che non si inaridisca la critica letteraria contemporanea e prevalgano le forze oscure e bigie e plumbee.

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Apro da un testo che non ho ancora trovato citato nella masnada di coccodrilli piagnoni di queste prime ore. È La nostalgia dell’assoluto (Nostalgia for the Absolute), pubblicato originariamente nel 1974 e tradotto in Italia prima da Anabasi nel 1995, poi da Bruno Mondadori nel 2000, edizione da cui attingo. Il volume raccoglie le cinque conferenze che furono trasmesse per radio nell’autunno del 1974 e rappresentano la 14ª serie delle Massey Lectures. Tema di fondo quella nostalgia dell’assoluto che è dilagata nella cultura europea tra Otto e Novecento, fino alla deflagrazione finale della seconda guerra mondiale. Successivamente, e progressivamente, è subentrato un fortissimo senso di colpa e una fortissima nostalgia dell’innocenza. Ma ascoltiamo la voce del maestro, perché anch’egli appartiene alla schiera di coloro la cui lezione va appresa e tramandata.

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La lezione dei maestri è il titolo di un altro suo aureo libretto (trad. it. Garzanti, 2013), proprio come il testo destinato ad accompagnare uno spartito, composizione di parole e idee musicate affinché siano cantate. La lezione va imparata e trasmessa. È un dovere per chi della buona novella ha saputo. Un dovere per tutti color che sanno che «fare l’insegnante è l’incarico supremo. D’altronde la parola stessa rabbonim (rabbino) significa maestro. Termine prettamente laico, niente di sacro. Fare il rabbonim» (La passione per l’assoluto. Conversazioni con Laure Adler, Garzanti, Milano, 2015, p. 141).

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«Mi pare che la teoria sia da porre in relazione con il fatto che finora abbiamo usato per lo più la metà sinistra del nostro cervello, quella verbale, la metà greca, quella ambiziosa, dominante. Nella metà destra che abbiamo trascurato stanno l’amore, l’intuizione, la compassione, i modi più antichi, organici di fare esperienza del mondo senza prenderlo per il collo. Ci sentiamo invitare a rinunciare all’immagine orgogliosa dell’homo sapiens – l’uomo che conosce, l’uomo che va alla ricerca della verità – per appropriarci della visione affascinante dell’homo ludens, che significa molto semplicemente l’uomo che gioca, l’uomo rilassato, l’essere intuitivo, bucolico. […] Se può esistere una tecnologia alternativa, perché non allora una logica alternativa, un modo alternativo di pensare e di sentire? Prima di essere un cacciatore e un assassino, l’uomo era uno che andava in cerca di bacche proprio ai confini del giardino dell’Eden».

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Dietro questi ragionamenti, che Steiner svolge nel 1974, si agita l’ombra, all’epoca ingombrante e incombente, di Herbert Marcuse, a sua volta avatar del venerando e terribile Ginevrino, alias Jean-Jacques Rousseau. «Individualmente potrebbe funzionare» il ritorno ad uno stadio di sopravvivenza più semplice e primitivo, ma «socialmente – ammetteva Steiner – penso che sia una chimera». E proseguiva: «Se la mia diagnosi non è errata, continueremo a porre domande. Il filosofo tedesco Heidegger centra il problema quando dice che le domande sono la pietà, la preghiera del pensiero umano. Io sto cercando di esprimere la cosa con un po’ più di brutalità. Noi, in Occidente, siamo animali fatti per porre domande e per cercare di ottenere delle risposte, costi quel che costi. Non istituzionalizzeremo l’innocenza umana. Ci possiamo provare, di tanto in tanto. Possiamo cercare di trattare con più attenzione l’ambiente. Possiamo cercare di evitare almeno in parte la brutale devastazione, le crudeltà inutili nei confronti degli animali, nei confronti degli esseri umani meno privilegiati, che segnano perfino i grandi anni del Rinascimento e dell’Illuminismo. Questo deve sicuramente accadere. Ma, in ultima analisi, siamo degli animali carnivori abbastanza crudeli, fatti per andare avanti e per superare e distruggere gli ostacoli. […]. Era una convinzione profondamente ottimistica, propria del pensiero classico greco e certamente del razionalismo in Europa [Plato amicus, sed magis amica Veritas…, ndr.], che la verità fosse in qualche modo amica dell’uomo, che qualunque cosa si scoprisse, in ultima analisi sarebbe andata a beneficio della specie. Magari ci sarebbe voluto moltissimo tempo. […] Eppure la ricerca disinteressata della verità è ciò che ci attribuisce una superiore dignità. E non c’è più grande disinteresse di quello che mette a rischio e forse sacrifica la sopravvivenza umana. Io sono convinto che la verità abbia un futuro; è molto meno chiaro se lo abbia l’uomo. Ma non posso fare a meno di avere un sospetto su quale dei due sia più importante» [La nostalgia dell’assoluto, cit., pp. 75-79].

Danilo Breschi

 

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