“Hitler ha la faccia da cane, ma su una cosa ha perfettamente ragione”. George Orwell recensisce “Mein Kampf”

Posted on Marzo 12, 2020, 7:40 am
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Nel 1940 George Orwell è un uomo in guerra. Intanto, cerca di arruolarsi. Non può, la patria ha bisogno di uomini in salute. Allora, in giugno, “si arruola con entusiasmo fra i Local Defence Volunteers. L’iniziativa, che vede l’adesione di civili e di qualche militare in congedo, dovrebbe in teoria addestrare i propri membri a tecniche di sabotaggio e guerriglia in vista dell’invasione tedesca. I LDV saranno presto trasformati, per espressa richiesta di Winston Churchill, nella Home Guard. Per un certo tempo Orwell si illude che questo organismo, in cui militano parecchi ex combattenti di Spagna, possa servire ad armare il popolo, spianando la strada alla rivoluzione inglese che egli auspica. La storia lo smentirà” (Guido Bulla).

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Nel frattempo, ha fatto guerra alla propria faglia politica. Lascia il Partito laburista indipendente, su “Time and Tide”, il 30 marzo 1940, scrive come la pensa: “In questo momento i pacifisti, i comunisti, i fascisti eccetera, stanno dando una mano a Hitler. Hanno tutto il diritto di farlo, basta solo che siano convinti che la causa di Hitler è migliore della nostra e che siano disposti a subirne le conseguenze. Se io mi schiero dalla parte della Gran Bretagna e della Francia, è perché preferisco stare con i vecchi imperialismi – decadenti, come giustamente li definisce Hitler – piuttosto che con quelli nuovi, assolutamente sicuri di sé e quindi assolutamente spietati. Ma, per amore del Cielo, non raccontiamoci che stiamo entrando in questa guerra con le mani pulite”. Con i “numi tutelari della sinistra letteraria”, i poeti con l’alloro, W.H. Auden, Stephen Spender, Cecil Day Lewis, d’altronde, aveva già messo le cose in chiaro da tempo, dal 1937, dalla guerra in Spagna: “Io non sono uno dei vostri finocchietti alla moda come Auden e Spender… Io so cosa sta succedendo, cioè che il fascismo viene imposto ai lavoratori spagnoli con il pretesto della resistenza al fascismo”, scrive, esasperato, alla “Left Review”, in risposta a un questionario per intellettuali.

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In questo clima, il 21 marzo del 1940, sul “New English Weekly”, Orwell recensisce la traduzione inglese del Mein Kampf. La recensione è un capolavoro perché Orwell non cade nel tranello di dileggiare il nemico. Prende sul serio Hitler, non demonizza il suo libro, al contrario, riconosce in esso una verità ineluttabile. Insomma: Orwell usa il Mein Kampf come un’ascia per dissezionare le ipocrisie del sistema intellettuale inglese.

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Anzi tutto, Orwell, con il consueto linguaggio privo di orpelli, stigmatizza l’editoria d’Albione. “L’edizione integrale di Mein Kampf pubblicata non più di un anno fa da Hurst & Blackett”, attacca, “tendeva chiaramente ad attenuare la ferocia del libro, presentando Hitler, che a quel tempo era ancora rispettabile, in una luce quanto più benevola”. Visto che i tempi passano ma il libro continua a vendere, l’editore fa una ristampa, mettendo una pezza che non fa che esasperare la vergogna: “alla nuova edizione fu aggiunta una sovraccoperta in cui si precisava che tutti i profitti sarebbero stati devoluti alla Croce Rossa”. Come a dire: comprate il libro del demone, così fate il bene del prossimo.

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Orwell capisce subito che la ‘questione Hitler’ non si può minimizzare, è fatale, pertiene al destino di un popolo. L’ascesa di Hitler non si spiega con “l’appoggio finanziario dei magnati dell’industria pesante, che hanno visto in lui l’uomo in grado di schiacciare socialisti e comunisti”. Piuttosto, quei finanziamenti sono l’esito del successo popolare di Hitler, seguono “il fascino esercitato dalla sua personalità, un fascino che traspare perfino dallo stile goffo in cui Mein Kampf è scritto e che diventa senz’altro travolgente quando si ascoltano i suoi discorsi”.

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Il ragionamento giornalistico di Orwell tocca l’acme, qui. Orwell usa la strategia letteraria del paradosso – “Non sono mai riuscito a provare antipatia per Hitler… non esiterei a ucciderlo, ma non riuscirei a provare alcuna animosità personale” –, del contrasto – “In quell’uomo c’è qualcosa che sollecita profondamente la compassione” –, del grottesco, bordeggiando l’inaccettabile:È una faccia patetica, la sua, da cane: la faccia di un uomo sottoposto a torti intollerabili. Riproduce, con un tocco virile in più, l’espressione di innumerevoli rappresentazioni del Cristo crocifisso, e sono quasi sicuro che sia lui il primo a vedersi in questi termini”. L’asserzione è blasfema: Hitler ha la faccia da cane, ha la faccia da Cristo in croce. È un povero Cristo con la faccia da cane.

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Dall’inaccettabile, Orwell passa all’analisi. Spietata: “Lui è il martire, la vittima, il Prometeo incatenato alla roccia, l’eroe che si immola e combatte da solo una lotta incredibilmente impari. Se dovesse uccidere un topo, troverebbe il modo di farlo apparire un drago. Si avverte che, come Napoleone, anche lui combatte contro un destino, che non può vincere, ma che per qualche ragione lo meriterebbe”. Orwell, ricordiamo, scrive nel 1940, qualche mese prima del blitz tedesco in UK. I caratteri contrastanti di Hitler, che è vittima e carnefice, patetico ed eroico, martire e boia, lo fanno affascinante; il fatto che la sua sia una battaglia “persa” fa del suo impegno qualcosa che tange la leggenda. I rapporti tra sublime e laido – Cristo/Napoleone; cane/topo – lo elevano a figura d’eccezione, di cui non si può ignorare il potere tragicamente magnetico. D’altronde, la Storia si serve del ‘mostro’ per compiersi.

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Nell’affondo finale, Hitler è utile a Orwell per screditare il modo di vita adottato dall’Occidente. La domanda fondamentale, quando si sceglie di dare la vita per qualcosa, è: che senso ha vivere? “Hitler ha colto molto bene le falsità delle visioni edonistiche della vita. A partire dalla fine dell’ultima guerra, buona parte del pensiero occidentale (e certamente il pensiero ‘progressista’ in blocco) ha dato tacitamente per scontato che l’uomo non desideri altro che una vita comoda, sicura, al riparo dal dolore”. Rispetto a una fasulla idea di felicità – ottenuta tramite laute spese e soldi facili – l’uomo si realizza nel rischio, nella prova, nella sfida alle paure, nel confronto furibondo. “Hitler sa, poiché la sua mente priva di gioia percepisce il fatto con un’intensità formidabile, che gli esseri umani non desiderano solo la comodità, la sicurezza, la riduzione dell’orario di lavoro, l’igiene, il controllo delle nascite o, in generale, il buonsenso: vogliono anche, almeno di tanto in tanto, la lotta e l’abnegazione, per non parlare dei tamburi, delle bandiere e delle parate patriottiche”. L’uomo non desidera “stare bene” perché non sta bene con se stesso, non può desiderare la comodità perché è inquieto, la sua natura non è pacifista perché non è in pace, una lotta interiore lo falcia. Questi non sono aspetti negativi, al contrario: l’uomo è grande perché non si accontenta, perché si mette costantemente alla prova, perché è in marcia, perché sa accettare tutto a ragione del vero che insegue. Vuole il sacrificio – come sanno i pensieri religiosi – vuole oltrepassare i propri limiti. Anche quando è in contemplazione, si muove. Se non consideriamo l’uomo nella sua natura profonda, accade lo sconsiderato, Hitler.

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“Mentre il socialismo e, seppure a malincuore, il capitalismo hanno detto agli uomini: ‘Io vi offro la possibilità di stare bene’, Hitler ha detto loro: ‘Io vi offro la lotta, il rischio e la morte’, e un’intera nazione si è prostata ai suoi piedi… Dopo qualche anno di fame e massacri, forse lo slogan giusto sarebbe: ‘La massima felicità per il maggior numero di persone’; ma in questo momento riscuote più successo ‘Meglio una fine nell’orrore, che un orrore senza fine’”. L’uomo è qui per guardare in faccia l’orrore, e redimerlo, non accetta, se non per intontimento, abitudine, frustrazione, che qualcuno lo celi con l’illusione del benessere. Certo, il principio di morte è attraente, in forme maliziose, ma la comodità non coincide con il piacere. Per dimostrarsi tale, semplicemente, l’uomo vuole la vita – e la vita ha denti. (d.b.)

*In copertina: Charlie Chaplin in “Il grande dittatore” (1940)