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“Sono antipatico, fortunatissimo, mi piacerebbe essere Kafka”. Dialogo con Gad Lerner

Milano, primavera 2017, ancora lontani dalla pandemia. Mi ha sempre affascinato. Racchiude in lui ciò che ammiro in chi fa il suo mestiere: libertà, tenacia, onestà e preparazione, con in più questa componente sfiziosa di essere ebreo e libanese e di possedere implicitamente uno sguardo molto più vasto rispetto ai colleghi solo italiani. Lo ammiro a tal punto che il giorno in cui espressi il desiderio di intervistarlo mi parse di aver desiderato la luna. È la mia prima intervista. Lui non solo accetta subito di vedermi, ma il giorno dell’incontro mi aspetta davanti all’ascensore, sull’uscio della porta. Affabile e gentilissimo, mi accoglie in casa dicendo che ho carta bianca. Soltanto, abbiamo a disposizione un’ora e mezza a causa di un aereo da acchiappare. Uno dei figli scherza affettuosamente sulla sua maniacale puntualità. Risponde alle domande senza infiocchettare. Chiacchiere, pregiudizi e “si dice” sembra non trovino spazio nella sua occupatissima, puntualissima vita. Nella stanza da pranzo osservo rapita le meravigliose, giganti conchiglie del Mar Rosso riunite su un ampio piatto. Ripenso alle mie indonesiane, più piccine, altezzosamente esibite in bagno.  

*

1.

Come ti chiami, e perché i tuoi genitori hanno scelto proprio questo nome?

Gad Lerner – Mi chiamo Gad. È un nome biblico che rappresenta uno dei dodici figli di Giacobbe che dà il nome ad una delle dodici tribù di Israele. Non saprei dire perché l’abbiano scelto. So che mi hanno odiosamente aggiunto un secondo nome, come “Pierfrancesco”, solo che quello è tutto attaccato. Invece Gad e Eitan non c’entrano nulla. Dell’origine di “Eitan” non sono particolarmente informato perché trovo odioso avere un secondo nome che mi è stato sempre di intralcio. Me li hanno molto spesso non solo storpiati, ma anche appiccicati… all’anagrafe, oltre ad avere il fastidio di essere stato apolide molto a lungo, cosa che comportava fatiche burocratiche di rinnovi, permessi di soggiorno per viaggiare complicatissimi, mi avevano scritto “Gadeitan”, un nome che non esiste, come “Francescogiuseppe”… E per staccarli all’anagrafe, una burocrazia pazzesca! L’unica cosa divertente è che quando scrivevo il nome “Gadeitan”, dicevano: “Ma quante storie fai per darti delle arie! Ti chiami Gaetano!”.

M.D. – Gad è molto bello.

G.L. – A me piace… Anche se nei paesi anglosassoni passi per mitomane quando dici il tuo nome, perché ti paragoni a Dio, (pronuncia la parola all’americana) “G^d”. Invece in Russia “Gad” vuol dire “stronzo” (ridiamo insieme). E mi è capitato di fare dei viaggi di lavoro in Russia in cui l’interprete scoppiava a ridere, e poi, un po’ impietosito, mi diceva, “È meglio che non diciamo il tuo nome all’intervistato”.

M.D. – Addirittura!

G.L. –  In Italia, quando ho cominciato a fare la televisione, c’erano ancora le annunciatrici, ed io mi divertivo ogni sera perché ogni sera lo storpiavano in maniera diversa, a volte “Gardner”, poi “Ged Lernr”, “Fernet”, di tutto… Mentre, grazie al Cielo, in Israele è un nome assolutamente comune. Comunque anche a me piace…

M.D. – In ogni caso, in Italia, quando si dice “Gad” si pensa solo a te.

G.L. – C’è la brevità… Sì, adesso sì… C’è stata anche la sigla! Anche questo(Squilla il suo cellulare. Si scusa e risponde velocemente. Chiude e mi spiega, ancora scusandosi, che era una cosa urgente).

M.D. – Non c’è problema. …Quindi… Due. Seconda domanda.

G.L. – No…ma… stavamo dicendo…

M.D. – Della sigla.

G.L. – È successo anche questo… E poi basta! Sennò… Devo ricordarmi bene… Io sono stato molto impegnato in politica, prima Lotta Continua, poi il primo Ulivo… E ad un certo punto, quando si doveva rifare una coalizione dei partiti del centro-sinistra con Romano Prodi a capo… Alla fine è stato scelto il nome “Unione”, ma c’è stato un momento in cui l’avevano chiamata “GAD”, anche se… accidenti… non ricordo cosa volesse dire la sigla! Poi te lo trovo…

*

2.

Se non ti chiamassi in questo modo, che nome sceglieresti se potessi prenderlo in prestito ad un personaggio storico o reale del passato o del presente?

Gad Lerner – Allora, ti posso dire come ho chiamato il mio primo figlio. Per reazione a questo nome strano mio per cui devo sempre spiegare… hai visto quanta parlantina anche con te! Mio figlio l’ho chiamato Giuseppe (dice quasi soddisfatto), perché è il nome più diffuso del mondo! Ed è una ragione. Poi è un nome popolare, popolano, José, Youssef, Joseph.

M.D. – Poi il papà di Gesù…

G.L. – …Si, anche. Ma diciamo che su Gesù io vado malissimo… Comunque Giuseppe lo consideriamo uno dei nostri… Noi Gesù lo consideriamo…

M.D. – Ma per gli Ebrei e i Cristiani, dopo Geppetto il falegname, c’è anche Giuseppe.

G.L. – Esattamente (sorride e poi riflette qualche istante). No, ma Giuseppe nella Bibbia, nel primo testamento c’è… “ I sogni di Giuseppe” sono qualcosa di meraviglioso. Quindi è un nome classicamente ebraico. Il papà di Gesù si chiamava Giuseppe per quella ragione, diciamo (ridiamo entrambi).

M.D. – Era vagamente ebreo (dico, continuando a ridere).

G.L. – Era molto vagamente ebreo (ripete lui, condividendo l’ilarità diffusa)… Ho perso il filo…

M.D. – Questo era per il personaggio storico…

G.L. – No, ma se devo dirti il personaggio storico per cui amo il nome Giuseppe, è banalissimo, ma è Giuseppe Garibaldi (lui sorride alla mia sorpresa). Perché, quando sono arrivato in Italia, e ho cominciato a frequentare le scuole elementari, avevo bisogno di identificarmi in questo paese nuovo. Avevo una maestra bravissima ed erano gli anni, credo io fossi in prima o seconda elementare… al massimo in terza, nel 1961, ed era il centenario dell’unità d’Italia…

M.D. – Ah… ma sì, infatti! Il 1911 (la data in cui si svolge il mio romanzo) era il cinquantesimo anno…

G.L. – E c’erano celebrazioni pazzesche… Per cui io ho avuto un amore per i personaggi del Risorgimento italiano… Le loro storie, la loro epopea…

M.D. – Forse lo associ appunto a questo momento di scoperta, di integrazione della cultura italiana.

G.L. – Sì, esattamente. E io volevo, come dire, diventare come gli altri bambini italiani…

M.D. – Ma questo è normale…

G.L. – Per cui Giuseppe Garibaldi è stato l’eroe della mia infanzia. Mi piaceva da morire (l’affetto di cui parla gli si legge ancora negli occhi )… la camicia rossa, la barbona…

M.D. – Che poi in effetti andava in giro correndo dietro agli eventi…

G.L. – “L’eroe dei due mondi” (ripete il celebre epiteto con fierezza)… quindi sì, mi piaceva da morire (riflette e indugia, quasi gli spiacesse lasciare l’argomento). Non ti dico, l’impresa dei Mille la sapevo tutta a memoria… lo sbarco, le battaglie…

M.D. – Ma verso che età?

G.L. – Te lo dico subito… io son nato nel dicembre del ’54… Quindi nel ’61 quanti anni avevo? Sei, sette anni avevo… e mi sono innamorato di Giuseppe Garibaldi e dell’Inter. Insieme. Però non potevo chiamare mio figlio Inter… (rido).

*

3.

Sai che questa intervista anticipa il mio prossimo progetto letterario in cui sono intervistate persone note o sconosciute che avrebbero potuto condurre una vita comoda e vivere con tranquillità, facendo finta di nulla, ma che han deciso di sobbarcarsi rischi, disagi di ogni genere ed il biasimo della famiglia, degli amici e\o della società, per aver compiuto scelte ‘scomode’. Tu, secondo te, perché sei seduto su questa sedia e stai per essere intervistato?

Gad Lerner – Perché… tu ti sei sbagliata. (Rido, sorpresa. Lui sorride divertito). E sì… Perché? Dov’è la scomodità mia? Io ho avuto una fortuna sfacciata. (Gli faccio osservare che il genere di inchieste da lui condotte, come quelle recenti sull’Islam, o l’essere nominato direttore del TG1 e dare subito dopo le dimissioni per motivi di trasparenza, non sono proprio il frutto di scelte “comodissime”.) Ok… mi piglio l’incenso (sorride). Credo che ci sia in me una pulsione, un’indole, anche se minoritaria, un po’ da bastian contrario… Quindi non voglio dire che sia tutto un bene… Deriva molto dall’essermi sentito diverso fin da bambino. Questo probabilmente c’è, come c’è nella cultura ebraica e anche nella mia condizione che raccontavo prima, dell’assurdamente prolungata apolidia, dell’essere senza nazionalità, con i documenti che non erano mai a posto. Tutto questo ti rende naturalmente eccentrico. Per cui quando, più per caso che per scelta, mi sono ritrovato a fare il giornalista, entrandoci fra l’altro da una porta strana, perché non è che ho fatto la gavetta nelle redazioni… Ho fatto Lotta Continua. Abbiamo fatto un giornale di movimento, molto anticonformista, irriverente, che inventava linguaggi provocatori, nuovi… per cui ci sono entrato in quella maniera lì… Vergognandomi pure di fare il giornalista. Quando il gruppo di LC si è sciolto, noi abbiamo continuato a fare questo giornale, molto liberi da vincoli di linea politica. Ci è venuto bene tanto che ci hanno anche scopiazzato, i titoli di LC facevano moda, etc., per cui ad un certo punto hanno cominciato a corteggiarci. “Venite a lavorare a Repubblica, al Corriere…” E noi ci sentivamo in colpa da morire. Lo consideravamo un tradimento andare a lavorare in un giornale “borghese”.

M.D. – Poi però ci siete andati!

G.L. – (Ride) Poi ci siamo andati.

M.D. – È un vecchio dibattito dell’estrema sinistra se rimanere in una realtà integra e rischiare di ghettizzarsi parlando sempre a quattro gatti, oppure, corrompersi un pochino per portare un po’ di integrità fra i “corrotti”. È una storia lunghissima. È anche una disputa infinita fra me e mio fratello.

G.L. – Non so… Posso solo dirti che me lo sono portato dietro tutta la vita… Questa storia del “ci vado o non ci vado in quei giornali, mi ‘corrompo’ o non mi ‘corrompo’?”. Ma davvero: il “mi contamino o non mi contamino” è da quando ho venticinque anni che mi segue, e oggi ne ho sessantadue.

M.D. – Però in questo modo hai portato un po’ di quella giovane integrità nel sistema… anche se ti è difficile ammetterlo (rido).

G.L. – No, perché “mi è difficile ammetterlo?”… È la mia consolazione. Io, che come tutti gli esseri umani, tendo ad essere indulgente con me stesso, penso davvero di avere avuto, nel corso del mio fortunatissimo percorso giornalistico, anche tutta una serie di avventure, incidenti, anche molti insuccessi, dovuti al fatto che ci tenevo a restare quel Gad lì. Questa cosa rischia anche di tradursi in snobismo. Ho fatto per anni una trasmissione che si chiamava L’Infedele

M.D. – Eccome se non la conosco! Mia madre per anni ci diceva “Non mi disturbate stasera, c’è Gad Lerner con L’infedele!”.

G.L. – (Sorride distrattamente come se non avesse ascoltato, ancora fermo sul suo pensiero) …Ecco, ne L’Infedele era quasi snobismo il fatto che mentre negli altri talk show si invitavano personaggi popolari o i politici che urlavano più forte eccetera, io invitavo il raffinato intellettuale, affrontavo il tema religioso, filosofico. Era quasi una sfida: voglio farvi vedere che sono diverso! E c’è un elemento di narcisismo in questo. Però era anche per restare fedele a me stesso.

*

Manuela Diliberto insieme a Gad Lerner; photo Cristina Dogliani

4.

Ne L’Arte della guerra, scritta fra il 1519 e il 1520, Machiavelli diceva che “Gli uomini che vogliono fare una cosa, debbono prima con ogni industria prepararsi per essere, venendo l’Occasione, apparecchiati a soddisfare a quello che si hanno presupposto di operare”. Nelle piccole cose, o ancor più nelle grandi, è sufficiente impegnarsi con ogni industria, con grande zelo, tenacia e ostinazione, o si ha anche bisogno dell’Occasione?

Gad Lerner – Allora, ti rispondo, intanto, che nella mia storia la fortuna ha un ruolo decisivo, perché io sono il figlio di due migrazioni entrambe salvifiche, miracolose… perché i miei nonni, i genitori di mio padre, sono gli unici che si sono salvati della loro famiglia, decidendo che appena sposi avrebbero lasciato la Galizia ebraica, quella che oggi è l’Ucraina, dove stavano bene, dove c’era tutta la loro numerossissima famiglia, relativamente benestante, per andare in quel posto caldo e del tutto sconosciuto che era la Palestina, dove poi è nato mio padre e dove andavano in estate in vacanza.

M.D. – E perché hanno deciso così? (Domando, sorpresa).

G.L. – Eh… gli piaceva… così… Per un senso di avventura. Forse già avvertivano che c’era un clima sinistro.

M.D. – In che anni era questo?

G.L. – 1925. Beh… mancavano ancora molti anni alla catastrofe, però l’antisemitismo, i Pogrom, c’erano… Non lì. Non proprio lì dove sono nati loro, tant’è vero che i parenti dicevano “Ma siete scemi?” Loro tornavano d’estate, in vacanza, anche con mio padre piccolo… Mio padre è nato ad Haifa nel ’26, ma le estati se le ricorda, me le ha raccontate, tornavano, facevano un viaggio incredibile per tornare in questo posto alle pendici dei monti Carpazi, e questi gli ripetevano, ma fa caldo laggiù, ma che andate a fare, ma siete pazzi, finché naturalmente questo viaggio non solo non l’hanno potuto più fare, ma di quella famiglia non è rimasto più nessuno. Sono stati tutti sterminati, per cui… Ok, prima migrazione… botta di fortuna fantastica senza la quale io non esisterei. …Ma poi la seconda, dal Libano, in un Medio Oriente che non era ancora suddiviso nelle nazioni di oggi. Da Haifa si spostano ad Aleppo: mio padre è cresciuto in questa città meravigliosa tutta la sua infanzia, ha studiato nelle scuole di Aleppo fino a diciott’anni. Poi a Beirut, quando la Siria era diventata…

M.D. – Dove sei nato tu…

G.L. – …Dove sono nato io. Però anche da lì, nel frattempo, è nato lo stato di Israele nel ’48, c’era la guerra fra gli Arabi e gli Israeliani e gran parte dei miei familiari era andata a vivere in Israele. Poi, siccome c’era lavoro in Italia (loro facevano import-export), decidono: “andiamo a Milano”, città con la quale non avevamo la minima relazione… Non è che avessimo avuto parenti, amici… niente: zero. Sono arrivati qua per ragioni di lavoro di mio nonno, figurati… Quindi una seconda migrazione da una zona di guerra. Se io fossi rimasto in Libano, sarei morto probabilmente… cioé, avrei avuto più probabilità di morire che di vivere.

M.D. – Sì, però si può anche dire che loro si siano apparecchiati. Hanno deciso, sentendo i tempi, di crearsela l’Occasione… non è stata solo la fortuna!

G.L. – Sì.. Sì, certo! Se la sono anche creata… Però se vuoi che ti commento quella frase di Machiavelli, con questa premessa fondamentale della fortuna sfacciata e del fatto che le migrazioni sono salvifiche, cosa che imparo dalla mia esperienza e che cerco di leggere anche immedesimandomi in quella degli altri… Cioé… io quando vedo le file all’ufficio stranieri della Questura… So cosa vuol dire averle fatte… ecco.

M.D. – Immagino che non si dimentichino…

G.L. – (Riprende il filo del discorso) Però, detto tutto ciò, la preparazione all’impresa, di cui lui parla, nel mio caso è stata una lunghissima sfiga, timidezza e paura, e senso di umiliazione che derivava dal fatto di essere diverso. Questo ha dominato la mia infanzia e la mia adolescenza (pronuncia ogni parola scandendola per bene, con cura, facendo anche lunghe pause se c’è bisogno). Aggiungici che già allora, e anzi più di ora, ero molto brutto (Scoppio a ridere. Lui sorride e va avanti)… e quindi, un disastro nelle relazioni, non ti dico, con le ragazze… quindi proprio… ‘na catastrofe!

M.D. – Io ti trovo molto affascinante (mi permetto di aggiungere con slancio. La cosa non lo tocca neanche).

G.L. – Eeeh… Adesso da vecchio… sì… Troppo facile! Invece quella era la realtà (rido ancora più sorpresa. Lo dice come se stesse parlando di un’evidenza indiscutibile. Lo guardo ammirata. L’autoderisione è per me l’esercizio più elevato dell’intelligenza). Quindi, il nome strano, brutto, imbranati-i-issimo (rido ancora), timidissimo… Per cui è stata una lunghissima preparazione in disparte. E poi l’ultima delle cose cui avrei pensato era proprio ad un rovesciamento totale: l’uomo davanti alla telecamera, il one-man-show. Io nei gruppi, ma persino nella militanza politica, ero sempre quello un pochino nell’angolo, un po’ dissidente, brontolone… Per cui tutto questo ti dà un’enorme forza dopo… Ti prepara a reggere controvento.

M.D. – Ah… questo ci porta alla domanda successiva…

G.L. – Aspetta, però, finisco (mi incalza con garbo, ma in modo deciso). … E allo stesso tempo ti immunizza rispetto all’accontentarsi di stare nell’establishment. Cioè io ad un certo punto mi sono trovato a conoscere, frequentare i potenti di questo paese: industriali, finanzieri, banchieri, politici… ma non l’ho vissuto come un traguardo, non ho provato il godimento perché adesso mi invitavano a cena. Ho sempre avuto un piede dentro e un piede fuori, tant’è vero che non sono diventato mai una parte di questa gerarchia… (riflette). Due volte mi hanno nominato direttore, ed è durato pochi mesi, tutt’e due le volte… Perché sono sempre stato dentro e fuori. Si divertono a coinvolgermi, sono curiosi di me, e io ci vado: sono curioso anch’io. Però, non sono proprio dei loro.

*

5.

A cosa pensi, cosa provi nei momenti più duri quando hai tutti contro e le critiche si abbattono numerose? A quale forza ti sei aggrappato?

Gad Lerner – Al ricordo delle umiliazioni dell’infanzia… Tantissimo. Anche a un certo, come dire, cupo fatalismo, per cui io penso che dovrò pagarla alla fine questa fortuna sfacciata che ho avuto, questa bella casa che vedi, il fatto di avere avuto molto, molto più di quello che avrei osato aspettarmi… no? Penso che alla fine queste cose si paghino… Non può andarti troppo liscia! (Lo dice con un tono di inevitabile rassegnazione, cercando quasi il mio consenso). E quindi questo mi porta a relativizzare sempre i miei momenti di inciampo, alcuni dei quali sono stati molto clamorosi perché avvenivano in pubblico, con attacchi duri, veri e propri incidenti.

M.D. – Quindi da una parte c’è: “E’ giusto che queste cose succedano perché la mia fortuna è grande”, e dall’altra: “Comunque ho già vissuto tutto questo, in peggio, da bambino…”.

G.L. – Esattamente.

*

6.

Cosa fa la differenza fra il decidere di intraprendere la via più tortuosa e, invece, il far finta di niente?

Gad Lerner – Decisiva. Bisogna sempre prendere la via più tortuosa. Aspetta… Questo nel lavoro. Perché invece nelle relazioni personali sono spesso vigliacchetto e tento, come dire, di aggirare i confronti aspri…

M.D. – Questo è un po’ tipico degli uomini, però (rido).  

G.L. – …Mentre, sono tignosissimo nei progetti culturali e nel lavoro.

M.D. – E in che modo?

G.L. – Quando mi dicono, “Questo non si riesce a fare” e proprio non mi va giù, ci provo, ci riprovo, trovo strumenti…

M.D. – Per Islam-Italia è stato facile?

G.L. – Ma che, scherzi?! È una cosa di cui vado orgoglioso. Per Islam-Italia ho fatto una cosa praticamente impossibile: andare in Nigeria, da giornalista, con una telecamera, per raccontare cos’è la megalopoli di Lagos, sapendo che non puoi girare senza scorta armata – è vero, ahimé!. Per andare a Lagos ci ho messo dei mesi, con tutti che mi dicevano: A. Non frega un cavolo a nessuno della Nigeria, perché perderci tanto tempo. B. Comunque c’è una burocrazia tale che non farai mai in tempo, etc. etc. Oh, ci siamo andati! Diciamo che seguire la via tortuosa è la cosa più appassionante, per me… e di cui vado più orgoglioso, come si nota da come spando (sorride).

*

7.

Una grande pena, una grande apprensione o una grande paura, possono giustificare la defezione da una scelta che in determinate circostanze può rivelarsi fatale sia per se stessi che per la collettività? Fino a che punto ci possiamo scusare quando a pagare per la nostra inerzia è anche qualcun altro?

Gad Lerner – Allora… questa domanda capisco che tu l’abbia fatta a Giancarlo Caselli, per dire. È una domanda molto adatta a una persona come lui. Io sono andato una volta a trovarlo a Palermo…

M.D. – Ma io l’ho chiesto a Gad Lerner! (Rido).

G.L.  – Allora ti rispondo! Non mi sono mai trovato davvero in quella circostanza… Ma me lo chiedo continuamente se sarei capace di comportarmi come è giusto di fronte alla necessità di una scelta eroica, chiamiamola così… No? Una scelta che comunque ti costringe a provocare anche dei dolori fortissimi nei tuoi figli… Ma lo devi fare… O a sacrificare la tua vita… a sacrificare tutto di te.

M.D. – Quindi tu non lo sai che faresti?

G.L. – Ti rispondo che io ho saputo correre dei rischi, me ne sono presi continuamente (dicendolo, avanza soppesando le parole)… Sono uno specialista in dimissioni al buio, per intenderci, senza paracadute… Quindi, diciamo, accettare l’incognita nel tuo futuro, ma… mai in condizioni di rischio fatale… e da alcuni d’anni, da una ventina d’anni almeno, con un bel paracadute sotto: un conto in banca. Non sono ricco, ma non sono povero… non sono più povero, quindi so che è relativo il rischio che mi assumo, mentre di fronte a scelte fatali come quelle che tu descrivi, chissà se avrei…

M.D. – E se da un servizio che mettesse in pericolo la tua vita dipendesse la vita di qualcun’altro?

G.L. – Allora… a parole, sul tuo registratore, mi è facilissimo rispondere di , ma… ci credi tu? Non lo so.

*

8.

Un mio conoscente conserva ben in mostra fra i suoi libri, nella libreria del suo salone, una copia di Mein Kampf. Davanti al mio stupore e alle mie domande ha spiegato seraficamente (pacatamente) che si tratta dell’omaggio che i suoi genitori ricevettero il giorno del loro matrimonio in Germania, negli anni ’30, come si usava fare per le coppie di giovani sposi, e che per lui non si tratta che di un caro ricordo di famiglia, e niente di più. Pensi che la sua spiegazione e la sua scelta siano comprensibili e legittime?

Gad Lerner – (Risponde senza esitazione) No. …No. Penso che un regalo del genere, per quanto obbligatorio al tempo in cui i suoi genitori si sposarono, è qualcosa di cui ti devi vergognare… tanto meno lo esporrei.

M.D. – Non era proprio in evidenza, era fra i suoi libri, ma visibilissimo.

G.L. – Io ho una copia del Mein Kampf nella mia biblioteca che mi serve per lavoro, perché credo che si debba coltivare la memoria storica ma per darne insegnamenti nell’oggi, mai per fare della retorica! Invece, per ripondere alla domanda che mi avevi fatto prima… qua, cos’è, siamo all’ottava? Per rispondere alla settima domanda, che cosa facciamo noi… Continuamente leggiamo la storia… leggiamo la storia dei partigiani e diciamo: “Ma io l’8 settembre del ’43, ce l’avrei avuto il coraggio di andare in montagna? Sarei stato capace di distinguere qual era la scelta giusta o qual era la scelta sbagliata?”. Per cui la storia la guardi per tirarne fuori degli insegnamenti… Io oggi mi occupo moltissimo di questioni legate all’immigrazione, no?, e ai profughi… Sapere come l’Europa ha trattato i profughi del Novecento, come li ha respinti, come ha litigato perché nessuno se li voleva pigliare nel proprio paese, non voleva spenderci dei soldi e che poi sono stati massacrati, mi aiuta a pensare a come ci dobbiamo atteggiare oggi di fronte ai barconi, no? Per cui capisco l’importanza della storia ed è il motivo per il quale trovo normale, anche, dover leggere Mein Kampf… Ma considerarlo un ricordo di famiglia, un caro ricordo dei genitori, mi sembra una perversione!

*

9.

Se non fossi te ma fossi un’altra persona e ti incontrassi e avessi occasione di conoscerti un po’, con che parole descriveresti Gad? Che descrizione ne daresti?

Gad Lerner – Antipatico… credo di suscitare, innanzi tutto, fastidio. Poi… magari uno si abitua, apprezza dopo delle cose di me…

M.D. – Per esempio, quali?

G.L. – (Mi guarda con divertito stupore e scherza, fingendosi indignato) Come quali? Tantissime! (ridiamo insieme). Ma non so, so fare ridere una persona, per esempio, in questo momento (scherza, alludendo a me). …Ma credo che tutto, inizialmente, di me sia respingente, a cominciare dalla voce che è strana, con delle “erre” molto… forti. Ricordo che quando Guglielmi mi mise a fare della televisione a Rai3, io ero quanto di più antitelevisivo si potesse immaginare. E infatti Guglielmi è uno che gioca col paradosso, con il rovesciamento dei canoni… Ci ha messo pure Giuliano Ferrara che era obeso e strillava… Per cui, insisto, antipatico e respingente credo siano le prime cose di me che uno pensa. Poi, la mia soddisfazione è che, dopo, posso suscitare anche reazioni diverse e positive. Ma resta il fatto che le prime, e le più diffuse, sono quelle di fastidio. Lo verifico continuamente. Anche ieri sera. Sono andato ospite in una trasmissione per criticare il diritto all’autodifesa armata. L’indomani sono stato attaccato da Belpietro sui social… gli faccio orrore: ha scritto “Sputasaliva”…

M.D. – Belpietro ha attaccato anche mio fratello, che in genere suscita simpatia, in modo del tutto infondato sui risultati del suo secondo film. Lo fa sempre con tutti!

G.L. – Ecco, vedi… No, no… però sono due cose diverse. Tuo fratello suscita simpatia e può avere ostilità culturali… Io c’ho l’occhio che si chiude…

M.D. – Io lo trovo un tratto di te molto simpatico!

G.L. – Di me si dice che sono “grifagno”, dal profilo semita, etc… Ma perché stiamo parlando di questo? Ah, sì… la prima impressione non è buona. Comunque, quando instauro una realzione con qualcuno, in genere diventa fortissima. Con le persone con cui ho lavorato si è instaurato quasi sempre un vincolo di affetto molto forte.

*

10.

Se non fossi Gad Lerner, chi vorresti essere?

Gad Lerner – Oddio… ma queste son domande a cui si danno risposte idiote…

M.D. – (Rido) Allora non rispondere!

G.L. – No, no… Se volessi essere falso e volessi dare delle risposte facili, direi un calciatore dell’Inter, ma invece temo di essere talmente avviluppato nella categoria degli intellettuali ebrei, che le persone che veramente ammiro le trovo lì dentro, e spesso sono figure tragiche. Mi piacerebbe da morire essere Kafka, Benjamin, quindi… come dire, andiamo nella mitomania acuta. Voglio dire, stiamo parlando di gente che è morta giovane oppure si è suicidata. E’ una risposta altrettanto cretina di quella del giocatore dell’Inter, ma, scusami, è una risposta cretina ad una domanda cretina… perché che vuol dire “Chi vorresti essere?”

M.D. – Io sono io, dici…

G.L. – Poi, certo, dietro tutto questo, hai detto una cosa giusta… cioè, in realtà, sono abbastanza narcisista da compiacermi del fatto che, nonostante tutto, me la sono cavata.

*

Domanda Personale. “Cosa rappresentano per te esattamente l’ebraismo, il cattolicesimo, l’Islam e la laicità?

Gad Lerner – Sono tutte, esperienze della mia vita. Tutte. Tutte esperienze con le quali ho familiarità (ci pensa, quasi ad alta voce), con tutt’e quattro queste definizioni. Il fatto che io appartenga per nascita ad una di queste e che, come dire, non ne voglio prescindere, tant’è vero che nonostante io abbia sposato due donne cristiane… cattoliche… sia la mia prima che la mia seconda moglie…

M.D. – Ma praticanti?

G.L. – No. Di cultura cattolica… anche a loro modo, impegnate… praticanti è troppo…

M.D. – Credenti.

G.L. – Credenti… impegnate in un mondo di solidarietà, associazionismo… Per esempio Umberta, mia moglie, lavora in un contesto spesso cattolico… Don Ciotti, qui a Milano… Però, i nostri figli, le sue due figlie (avute da un marito ebreo, fra l’altro)… noi abbiamo cinque figli in tutto, tutti e cinque ebrei, tutti e cinque convertiti all’ebraismo. Quindi io credo che sia ipocrita eludere la scelta ad un’appartenenza dicendo, decideranno loro da grandi… Loro certo che decideranno! Poi faranno quello che vogliono! Ma li aiuti se gli dai un’impronta, se gli dici chi sei. Ma detto ciò, delle quattro che mi hai proposto, l’ebraismo è fondante per me, ma le altre mi sono assolutamente familiari.

M.D. – E l’Islam in che misura?

G.L. – L’Islam nella misura dei miei luoghi di nascita…

M.D. – La discendenza da Abramo… (e rido).

G.L. – (Ride pure lui) Ah, se è così, la prendiamo molto da lontano! No, no, nel senso di… credo di poter intuire il mistero della loro fede, questo senso di assoluta sottomissione, il loro monoteismo così intensamente vissuto. In questo senso, ebraismo e Islam non c’è dubbio che siano molto, ma molto più vicini che l’ebraismo e l’Islam al cristianesimo. Sul piano dottrinale teologico, non c’è dubbio che sono molto più vicini l’ebraismo e l’Islam.

M.D. – E che mi dici della laicità?

G.L. – È il mio codice di comportamento, il mio abito mentale di tutti i giorni. La nostra fede, i nostri ideali li portiamo in un ambito plurale, in una società che chiama a confrontarci con diversità molto forti che stimolano la curiosità, l’interesse per l’altro… quindi senza tale abito mentale…

M.D. – Senza tale abito?

G.L. – Saremmo perennemente in guerra!

M.D. – Si può dire che il grado di laicità in un paese sia proporzionale al grado di tolleranza e rispetto per la diversità?

G.L. – Certo che sì!

Manuela Diliberto

*In copertina: Gad Lerner in un ritratto fotografico di Cristina Dogliani. Gad Lerner è giornalista, saggista, conduttore televisivo insofferente all’intransigenza. Si occupa di tematiche legate all’immigrazione e al dialogo interreligioso, si può dire dalla nascita.

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