Confessioni di un poeta che ha rinnegato tutto, tranne l’ombra. Il vangelo secondo Gabriele Galloni

Posted on Novembre 29, 2019, 12:59 pm
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Negli ultimi tempi, diciamo così, è avvenuta una profonda ‘laicizzazione’ nella mia scrittura. Non so dire se abbia mai davvero creduto fino in fondo; se sia mai stato un devoto, intendo, un fedele assoluto. Per tre anni sono stato con una ragazza che lo era (anche lei poetessa), e di riflesso lo ero diventato anche io. Frequentavo i gruppi parrocchiali, andavo a messa, studiavo la Bibbia; mi confrontavo con teologi e sacerdoti; e poi ritiri spirituali, sedute di approfondimento mistico, pellegrinaggi e camminate infinite tra i monti dei vari santi d’Italia. La mia poesia, i miei scritti, ne hanno risentito molto. Il sacro era diventato il filtro attraverso cui raccontare le mie personali ossessioni – ma lungi da me l’intento blasfemo e/o la provocazione, come alcuni poco accorti hanno creduto.

Non dimentichiamoci che il cattolicesimo è, tra le altre cose, anche il culto della Carne, del Corpo – e il Corpo e la Carne hanno sempre trovato largo spazio nella mia opera letteraria.

Poi, conclusa la relazione, il mondo religioso ha cessato il suo ascendente su di me. Non del tutto, chiaramente; molte tracce sono rimaste e, credo, rimarranno per sempre. Ma a oggi non so bene quale sia la mia posizione all’interno del mondo cristiano-cattolico. Ogni tanto vado ancora in chiesa; faccio il segno della croce; rimango lì a osservare gli affreschi, le penombre dietro l’altare. Mormoro qualcosa; prego ancora.

Sicuro, sono rimaste le icone bizantine sopra il mio letto; e il rosario appeso alla lampadina da lettura. E Assisi che è ancora una delle città del mio cuore.

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Sempre ad Assisi – visitata con la ragazza citata sopra –  entrai in una piccola chiesa i cui affreschi mi turbarono oltremodo. Cristiani decapitati, donne squartate le cui interiora penzolavano al vento; occhi fuori dalle orbite; sangue a profusione. Non ho idea di chi fosse l’autore di quelle opere. Ma fu in quel momento che mi domandai: e se fosse questo ciò che cerco nel Cattolicesimo? Il martirio, cioè; la Carne. La dissoluzione, lo spregio del corpo – del fisico. L’annientamento; il darsi in pasto al prossimo. Del resto, quando ero bambino, fantasticavo spesso di essere ucciso a mani nude – e il mio cadavere lasciato alla furia dei miei coetanei.

Però la mia fede era salda; con Arianna, sempre la stessa ragazza già citata, parlavamo spesso della vita oltre la morte. Giocavamo a posizionare i nostri amici e le grandi personalità della Storia nelle varie destinazioni dell’oltrevita. Inferno, Purgatorio, Paradiso. Ricordo, in particolare, una dissertazione su Ted Bundy, il serial killer. Un omicida feroce, d’accordo; tra i più feroci che la storia ricordi. Eppure, senza alcun interesse personale, Ted Bundy salvò una ragazzina che stava affogando. Dunque, dicevo, la bilancia di Dio dovrà prendere in considerazione anche quest’atto di bene. E quale sarà il giudizio finale? Io e la mia ragazza credevamo in un Dio misericordioso; pronto a perdonare l’orrore. Assegnammo Ted Bundy nelle parti alte dell’Inferno, vicino la porta di uscita; prossimo all’Orrore eterno, certo, ma con un minimo di Luce a illuminare la sua pelle nuda. Per noi, invece, era scontato il Purgatorio; né io né lei avevamo mai commesso atrocità simili –  e il nostro Dio ignorava le inezie.

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Sono stato ad Assisi tre volte. Ho sempre amato l’Umbria. Per il nome, forse, che ricorda così tanto la parola Ombra; una delle mie parole-chiave. Assisi, dicevamo. Nessuna folgorazione sulla via di Damasco. Però, all’interno della Basilica di san Francesco, mi commossi profondamente. Quasi ignorai gli affreschi di Giotto; guardavo le persone. Ecco. L’aspetto comunitario del Cattolicesimo – questo mi faceva tremare fino alle ossa; il sentirsi parte di una comunità e perciò, in qualche modo, protetti. E mi commuoveva il sacrificio di Gesù, la visione collettiva del sacrificio di Gesù; il modo in cui mia nonna parlava di Gesù, come se fosse un lontano amico d’infanzia. Le campagne di Corviale come le valli della Galilea. Questo pensavo, inerpicandomi insieme alla mia ex compagna su uno dei colli che circondano Assisi. Scattammo delle foto.

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Gabriele Galloni con gatto

Fino a qualche tempo fa mi sono considerato, se non uno scrittore cattolico, uno scrittore quantomeno cristiano. L’elemento religioso (camuffato, velato, nascosto come un vecchio specchio in una casa abbandonata) era sempre presente. Andava di pari passo con l’Eros, con la Morte; ho sempre ritenuto questi elementi inscindibili. Ora, che sono passato oltre, mi rendo conto della palese ingenuità del trinomio religione, sesso, morte. Il gioco è troppo facile: bisogna andare oltre. Raccontare l’ascesi in trasparenza; preferire l’elegia all’epica.

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Mi piace immaginare la vita di Gesù Cristo come un eterno pomeriggio; un panorama ocra di tanto in tanto segnato da interferenze (come l’episodio del Tempio o la resurrezione di Lazzaro). In generale, mi piace immaginare che i luoghi della sua vita non abbiano mai visto la notte; e che la notte Gesù l’abbia vista solo al momento della morte – e quindi della sua Ascensione.

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Con l’eccezione di Arianna, non ho mai avuto ragazze cattoliche praticanti. La mia attuale ragazza è atea, per esempio, e molte volte ci troviamo a discutere su questo argomento. Ma tu credi o no? mi domanda sempre alla fine dei giochi. E io balbetto qualcosa; credo, sì, ma credo anche nella reincarnazione; nell’anima che cambia forma e luogo – che diventa altro, un ciclo perpetuo. E lei ribatte: se credi nella reincarnazione non puoi essere cristiano. E io: a volte credo anche in un Paradiso, però. Con Livin’ for your lover di Chris Isaak in sottofondo perenne. E il mare vicino. E sempre cene in pineta, tutti insieme, felici; sotto l’occhio di Dio – che però non è un occhio, ma un lampione distante qualche centinaio di metri.

Gabriele Galloni

*Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Ha pubblicato la trilogia poetica Slittamenti, In che luce cadranno, Creatura breve; e una silloge di racconti, Sonno giapponese, edita da Italic Pequod. Da pochi giorni è uscita la quarta raccolta poetica, L’estate del mondo (Saya edizioni).

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È in questa vita un’altra vita nuova
e in questo corpo un altro corpo ancora.

Mi segui fino al bagnasciuga e indietro; affiora
a pelo d’acqua una bottiglia vuota.
È notte, ma la spiaggia è affollatissima;
così che mi è difficile ascoltarti.

Raggiungiamo le dune. C’è un sentiero
dietro il canneto; porta
alla vecchia fabbrica di sapone.
La luce dei falò qui non arriva –
e nemmeno una voce.

Ho tredici anni. E della voce adesso
saprò tutto quello che c’è da sapere; da fare.

Ché in questa vita è un’altra vita nuova
e in ogni corpo un altro corpo ancora.