“È nel fuoco che ci si perde, ci si consuma ‒ sempre ‒ per qualcuno o per qualcosa… e nel farlo, brillano gli occhi”

Posted on Gennaio 07, 2021, 1:40 pm
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È nel fuoco che ci si perde, nell’afflato che il sogno sperde. Più che in un sogno, però, si brucia nella vita, quotidianamente. Ci si consuma ‒ sempre ‒ per qualcuno o per qualcosa. Ci si dà, spassionatamente. E nel farlo, brillano gli occhi; o, tanto più, il cuore s’appassiona fino all’ossessione. Ci si ritrova, forse, ad intraprendere la medesima missione. D’altronde il fuoco è uno specchio. Lo spicchio più nostro dell’esistenza. Quello che forgia lo spirito, il carattere ‒ e lo tempra.

Che il fuoco derivi dall’acqua, lasciatemelo scrivere, è un ossimoro potente. Da un fonte battesimale riceviamo quel che conosceremo nell’avvenire. Ma già il fuoco di una candela esile brilla davanti ai nostri occhi bizantini e neonati. Senza coscienza ‒ volente o nolente ‒ siamo marchiati da un simbolo potente.

Il fuoco dunque rimanda al rito. A un Dio assente e presente. Ma se io brucio, lo devo a quel che sono, e a chi ho incontrato. L’importante semmai è non bruciare subito (mi raccomandava una voce di donna lontana), non ardere ed estinguersi come una rockstar. Restare perciò al mondo, combattendo, per vedere ogni volta come andrà a finire. O, meglio, come continuerà. Stando attenti a non scottarci. Oppure, no. Scottandoci ugualmente; parimenti sbattendo la testa contro il muro.

Il fuoco d’altronde è un richiamo, il bramito salvifico del cervo nella foresta, un riparo dal gelido inverno. Un’allegoria che è vita immensa. Nel fuoco si svela la festa, lo scoppiettio scintilla tra musica e danza; ci si accuccia, a perdifiato, facendo l’amore.

Quel che più importa, del resto, è che io brucio dentro, sentendomi tremendamente vivo. Perché c’è come una furia ad alimentare ciò per cui siamo nati. Il nostro destino, allora, ha un nome, e porta dell’angelo il sigillo infuocato che viene dal Cielo. Ci si brucia, anche, avvinghiati a un abbraccio, aggiogati all’eterno. Giacché tutto è luce, e attizzare un fuoco scongiura la paura delle tenebre, allontanando nemici e predatori.

Ma se pensiamo alla letteratura (e per un attimo ci eleviamo sopra noi stessi), leggendo soprattutto il sublime endecasillabo dantesco, è proprio nel XXVI canto del Purgatorio che troviamo un significato immenso e grande, quando Arnaut Daniel si presenta e ‒ alfine ‒ s’asconde “…nel foco che li affina”. A voler evidenziare un fuoco catartico, presente nel Purgatorio, che dovrebbe emendare lo stesso Daniel dal peccato della lussuria.

Però il fuoco, nella Divina Commedia, è anche l’elemento base del lavoro del fabbro. Così il poeta scopriamo essere un fabbro, che forgia dal fuoco, dalle scorie dei suoi peccati, una nuova bellezza. Che il poeta stesso lo sappia o lo intuisca almeno, dipende soltanto da lui e da un richiamo, che potrebbe farsi addirittura preghiera.

D’altro canto, sta nascosto nel vangelo il richiamo più potente. Poeti o meno, credenti oppure no, dobbiamo sempre attraversare delle prove; e sono queste a renderci più forti, a forgiarci come l’oro lavorato dal fuoco. Come a dire che ci sarà sempre, nella nostra esistenza, e in quelle a venire, una luce immantinente. Poiché la luce ci dona identità e ci mostra per quel che siamo o quel che, a volte, supponiamo d’essere.

Ovunque si vada a parare, infine, non voglio insegnare niente a nessuno. Semmai, soltanto farvi partecipi dello splendore che è lo scrivere e il far letteratura. Tutto il resto riguarda ciascuno di noi e la nostra libera coscienza. A me piuttosto interessa quel fuoco che va e viene, che passa e se ne va, nella mia esistenza. È una fiamma sciolta, senza preconcetti o pregiudizi, che fa di me ‒ spero, almeno a prima vista ‒ un essere migliore.

Giorgio Anelli