Fuga spiritata alla ricerca della fatale Euridice con il guanto, tra Max Klinger a Bagnacavallo e i nostalgici a Predappio

Posted on novembre 02, 2018, 1:09 pm
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Detta da una persona che è musicalmente allergica ai cantautori italiani significa solamente ed essenzialmente una cosa, e cioè che Francesco De Gregori ha saputo incidere in maniera magistrale la descrizione dell’opera che ha visto e voluto raccontare. Facile per chi è cresciuto a pane e parole, a Dalla e De André, a Battisti e Venditti, ma per chi ha sempre – per forma mentis e per esterofilia – “ghettizzato” il cantautorato italico, l’attestato rilasciato al “Principe” per un pezzo del 1996 equivale a un Master all’Università IULM, o all’Accademia di Brera.

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Il punto di partenza è tutto lì: capire se quella cosa che aveva colpito quella persona è visibile all’interno della mostra ospitata all’interno del Museo Civico di Bagnacavallo assieme ad altre 150 opere. E quella cosa lì non ha colpito solo lei e solo me. Gianrico Carofiglio ne “La regola dell’equilibrio” (Einaudi) scrive a pagina 214: “C’è una canzone di De Gregori molto bella” (segue il titolo). “Me la ricordo. Una canzone ermetica”. “È ispirata ad alcuni disegni di (segue il nome dell’autore). La si capisce molto meglio ascoltandola mentre li si guarda. Parafrasi sul ritrovamento di (nome dell’oggetto), mi pare si chiami il ciclo”.

Insomma, tre indizi fanno una prova. Quella cosa è una cosa che lascia il segno.

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Il giallo di Carofiglio non l’ho letto: ho preferito andare a vedere di persona se quella cosa c’era davvero. Non tanto per sfiducia o per curiosità, ma per un motivo che mi porto addosso come una cicatrice, ed è quel motore che mi fa andare da 30 anni a teatro. Nel 1989 il “Carlo Goldoni” di Venezia ospitò “Il grigio” di Giorgio Gaber, uno spettacolo “diverso”, non il suo classico “teatro-canzone” ma un monologo. Nell’ultima frase del primo atto una perla: Non si può vivere… in quel raffreddore dell’anima. È per questo che si ha bisogno di un nemico… sì, anche inventato. Questa assurdità del ‘superare’, questa spinta alla lotta, questa finta corsa alla vita e alla morte, di cui noi non abbiamo alcuna parte cosciente… è il nostro tormento e la nostra delizia”.

“Il grigio” è la storia di un uomo che si allontana da tutto e da tutti, afflitto più da problemi personali che sociali. Si ritira in campagna per essere più tranquillo e concentrarsi meglio su di sé e sui propri problemi. La sua ambita solitudine è però disturbata da un fantomatico topo: ecco ‘il grigio’, l’elemento scatenante degli incubi dell’uomo e del suo inesorabile e ironico flusso di coscienza.

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Nel dicembre del 1989, nel foyer del teatro, c’era una donna bellissima e tirata (a Venezia si va a vedere gli spettacoli “addobbati” in maniera consona e non in jeans, felpa con il cappuccio e scarpe da ginnastica come se si andasse a “bacari” a farsi uno spritz o un “bianchetto”). Aveva un abito lungo, pieno di pizzi, i capelli raccolti in un nastro di sera, a mo’ di fiocco, posizionato in basso, all’altezza della schiena. E indossava un paio di guanti neri. Da 30 anni, quasi, vado a teatro per rivederli, per incontrare quelle mani colte, quella forma estrema di eleganza, forse desueta, ma meravigliosa. Oggi le sue mani saranno raggrinzite, ma nella memoria tutto si cristallizza, si miticizza: il tempo viene inchiodato, anzi inciso, nell’attimo esatto in cui avviene l’accadimento. E quelle mani, quelle dita affusolato che poi ha “svelato” appena si è seduta in platea togliendosi i guanti, sono arti, la parte maschile dell’arte.

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Orfeo: “Tu dici che sei come un uomo. Sappi dunque che un uomo non sa che farsi della morte. L’Euridice che ho pianto era una stagione della vita. Io cercavo ben altro laggiù che il suo amore. Cercavo un passato che Euridice non sa. L’ho capito tra i morti mentre cantavo il mio canto. Ho visto le ombre irrigidirsi e guardar vuoto, i lamenti cessare, Persefòne nascondersi il volto, lo stesso tenebroso-impassibile, Ade, protendersi come un mortale e ascoltare. Ho capito che i morti non sono più nulla”.

Bacca: “Il dolore ti ha stravolto, Orfeo. Chi non rivorrebbe il passato? Euridice era quasi rinata”.

Orfeo: “Per poi morire un’altra volta, Bacca. Per portarsi nel sangue l’orrore dell’Ade e tremare con me giorno e notte. Tu non sai cos’è il nulla”.

Bacca: “E così tu che cantando avevi riavuto il passato, l’hai respinto e distrutto. No, non ci posso credere. Orfeo: “Capiscimi, Bacca. Fu un vero passato soltanto nel canto. L’Ade vide se stesso soltanto ascoltandomi. Già salendo il sentiero quel passato svaniva, si faceva ricordo, sapeva di morte. Quando mi giunse il primo barlume di cielo, trasalii come un ragazzo, felice e incredulo, trasalii per me solo, per il mondo dei vivi. La stagione che avevo cercato era là in quel barlume. Non m’importò nulla di lei che mi seguiva. Il mio passato fu il chiarore, fu il canto e il mattino. E mi voltai”.

Bacca: “Come hai potuto rassegnarti, Orfeo? Chi ti ha visto al ritorno facevi paura. Euridice era stata per te un’esistenza”.

Orfeo: “Sciocchezze. Euridice morendo divenne altra cosa. Quell’Orfeo che discese nell’Ade, non era più sposo né vedovo. Il mio pianto d’allora fu come i pianti che si fanno da ragazzo e si sorride a ricordarli. La stagione è passata. Io cercavo, piangendo, non più lei ma me stesso. Un destino, se vuoi. Mi ascoltavo”.

(Cesare Pavese, “L’inconsolabile”, dai “Dialoghi con Leucò”)

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È per germinazione quasi spontanea, o forse per quella fase di imprinting teatrale che avviene dopo l’età dell’imprinting normale dei bambini (0-3 anni, a memoria), che quella canzone di De Gregori mi si è posata sulla testa già dalle prime strofe: “Un guanto precipitò/ da una mano desiderata/ a toccare il pavimento del mondo/ in una pista affollata/ Un gentiluomo, un infedele/ lo seguì con lo sguardo/ e stava quasi per raggiungerlo/ ma già troppo in ritardo”.

Il gentiluomo infedele. C’è modo e modo per tradire, e De Gregori sceglie quello più nobile, quello non più scusabile ma quello esteticamente meno rimproverabile.

Poi il Principe decide di fare l’incisore, e butta lì una dichiarazione d’amore che scioglierebbe anche una donna di marmo: “E intanto milione di rose/ rifluivano sul bagnasciuga/ e chissà se si può capire/ che milioni di rose/ non profumano mica/ se non sono i tuoi fiori a fiorire/ se i tuoi occhi non mi fanno più dormire”.

Lo stesso Francesco, a distanza di tempo, ha spiegato il pezzo: “La canzone ‘Un guanto’ mi è stata ispirata da una serie di incisioni del pittore tedesco Max Klinger. Un guanto perduto su una pista di pattinaggio si trasforma in un simbolo della femminilità e si moltiplica all’infinito finché finisce su un tavolo accanto a una statuetta di Cupido”.

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“Max Klinger. Inconscio, mito e passioni alle origini del destino dell’uomo” è in mostra al Museo Civico di Bagnacavallo: dopo aver ospitato Goya, da metà settembre (e sino al 13 gennaio 2019) il paese romagnolo ha deciso di dare spazio (circa 150 opere) al Maestro di Lipsia, uno che Giorgio De Chirico definì “l’artista moderno per eccellenza. Moderno nel senso di uomo cosciente che sente l’eredità di secoli d’arte e di pensiero, che vede chiaramente nel passato, nel presente e in se stesso”.

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Difficile capire se la definizione di De Chirico possa calzare come un paio di galosce, o come un grembiale, all’uomo che ha reso celebre Predappio in Europa: Benito Mussolini. Uomo cosciente, forse solo nel primo periodo (dal 1922 sino alla metà degli Anni Trenta) del Fascismo, il Duce lo è stato: quello più “socialista”, quello iniziato il 28 ottobre del 1922 con la marcia su Roma. Sua l’assicurazione di invalidità e vecchiaia e contro la disoccupazione, l’assistenza ospedaliera, l’INPS, le Leggi sulla Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le bonifiche alle paludi Pontine, in Emilia, Sardegna, Maremma Toscana, le dighe, la costruzione di numerose dighe e Università, la garanzia di un chilo di pane e un litro di latte alle famiglie, eccetera.

Sono in molti, ogni anno, che il 28 ottobre si radunano a Predappio. E quest’anno, con l’annuncio fatto dall’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia di manifestare a teatro e in piazza proprio lo stesso giorno, i motivi per percorrere Rimini – Predappio si accavallano. L’entroterra forlivese è, in prima battuta, un’ottima zona di vino Sangiovese, soprattutto quello “riserva”.

Vedere che facce hanno gli adepti dell’ANPI, oggi, a oltre 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Questo il secondo motivo. Vecchietti arzilli con bastone? Macché. Nonnini in sedia a rotelle? Sì, forse, alcuni. Ma la maggior parte sono giovani. Giovani e di mezza età, persone che non sano che non sono stati i Partigiani ad aver liberato l’Italia. Sono stati gli Americani.

Se il fascismo oggi viene derubricato a folklore – non tornerà perché i tempi sono cambiati – altrettanto si deve dire per i Partigiani. ANPI, come ha confermato qualche anno fa il Presidente Nazionale Carlo Smuraglia, riceve anche un contributo statale: nel 2014 l’importo è stato di “65.000 euro, una somma irrisoria, rispetto alla nostra attività e – a maggior ragione – ridicola rispetto alle complessive spese dello Stato”. Il buon Giuseppe De Lorenzo su “Il Giornale” scrive che “nel 2017 il ministero della Difesa ha elargito ben 107mila euro tondi tondi”. Negli ultimi sei anni, prosegue, il giornalista, “(ANPI) ha incassato dal ministero della Difesa 573.450 euro, in un continuo crescendo”.

Fascismo e partigianesimo appartengono alla storia d’Italia, e oggi sono due movimenti, nelle loro infinite diversità, di assoluta nostalgia. Con la differenza che i primi ne sono consapevoli, i secondi invece no.

Non esistono più Fascisti del Ventennio (e non per la Legge Scelba del 1952 che introdusse il reato di apologia del Fascismo ma per i tempi che sono passati; e nemmeno per la Legge Fiano, caduta assieme al PD alla fine del 2017) come non esistono più i Partigiani che hanno combattuto per “liberare l’Italia”: se ne è rimasto qualcuno (sì, ce ne sono, pochi ma ce ne sono), ha passato i 90 anni. È più complicato capire piuttosto chi porta avanti il ricordo e la memoria, persone che non hanno vissuto quegli anni ma che hanno ascoltato le storie dei Partigiani dai genitori o dai parenti (come nel mio caso, lo zio di mia mamma, Antonio detto “Toni” o “Tango”, era partigiano e suo figlio Danilo ci ha scritto un libro. Io ho preferito dedicare il mio ricordo al nonno materno), e che oggi impegnano e ammorbano i teatri con reading, spettacoli teatrali, convegni, giornate di studio e manifestazioni.

Si inizi ad azzerare i contributi statali, l’Italia ha una fitta rete di associazionismo e di strade (una su tutte, il 5 x 1.000 dell’Irpef dei Modelli CUD, 730-1 e Unico) per sostenere senza troppi problemi queste iniziative. Chi lo vuole fare è libero di farlo.

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Passeggiare con una maglietta con la faccia di Ernesto Che Guevara o di altri assassini è legittimo, anzi, è quasi “trend”, mentre indossare una polo con il colletto tricolore è pericoloso.

La montagna, ovviamente, ha partorito un topolino. Cori, canti e striscioni, un serpente umano di persone ha coperto la distanza che separa la Chiesa dal cimitero di San Cassiano. Foto, video, sorrisi, saluti romani. Magliette e giubbotti, tantissimi, una divisa di riconoscimento. Nostalgici da tutta Italia, arrivati nel cuore della Romagna con auto, pullman. Comprano souvenir, mangiano, marciano compatti come opliti. Duemila persone, più o meno. Come possono spaventare? Nessun scontro con ANPI, riunita in assise nel teatro di Predappio lo stesso giorno. E la ribalta sui giornali se l’è presa Selene Ticchi, militante di Forza Nuova e già candidata a sindaco di Budrio (Bologna), che ha indossato una maglietta con la scritta “Auschwtzland”. Sì, di dubbio gusto, questo non lo posso negare. Nessun tafferuglio, comunque. Tanto tuonò che alla fine piovvero solo poche gocce d’acqua, e niente sangue.

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Giorgio De Chirico aveva ragione. L’opera di Max Klinger (1857-1920) rappresenta un capitolo fondamentale dell’arte europea tra Otto e Novecento e della storia dell’incisione. Artista versatile, pittore, scultore, incisore, musicista, teorico, abilissimo disegnatore, Klinger sperimentò tutte le possibilità del “bianco e nero” con maestria assoluta. Le sue “visioni” dal fascino sottile e ambiguo, oscillanti tra la realtà quotidiana, gli splendori del mito e il buio più profondo del nostro inconscio, oltre a rappresentare una delle vette dell’incisione simbolista, seppero anticipare molti temi centrali di alcuni tra i più importanti movimenti artistici del Novecento, dal surrealismo alla metafisica, in singolare dialogo con le ricerche della psicanalisi di Freud. Secondo Käthe Kollwitz, Klinger “ha toccato tutti i registri della vita, ne ha colto la potenza, la magnificenza, la tristezza e le ha interpretate per noi”.

Dalle prime tavole dei “Radierte Skizzen” (Opus I, Schizzi all’acquaforte) a “Eva e il futuro” (Opus III, 1880), passando per gli “Intermezzi” (Opus IV, 1881), “Amore e Psiche” (Opus V, 1880), ovviamente “Un guanto” (Opus VI, 1881), “Una vita” (Opus VIII, I884), “Drammi” (Opus IX, 1883), “Un amore” (Opus X, 1887), “Fantasia su Brahms” (Opus XII, 1886), “La morte, parte seconda” (Opus XIII, 1898-1910) ma anche la misteriosa e bellissima “Isola dei morti” (1898), omaggio all’immenso Arnold Böcklin. Una maschera mi avvicina: “Questa opera è piaciuta molto anche ai bambini – mi dice -. In tanti hanno fatto le foto e l’hanno disegnata”.

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Parte della forza di questo viaggio è nell’iride, nell’impressione. Il mondo è a colori, Max Klinger invece incide in bianco e nero. In questa frattura si incardina la forza del racconto: 11 “Opus” su un totale di 15 sono in mostra, e prendono per mano il visitatore per accompagnarlo in un viaggio nella mente che si palesa attraverso la tecnica dell’incisione. E il guanto, in questo viaggio all’interno di un edificio (opus) di 15 piani, si erge a “a stereotipo di amore antico, quando la dama fingeva di averlo perso per farselo riportare dal cavaliere gentile”.

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“Si chiama Francesca, questo romanzo” è il titolo di un libro di Paolo Nori.

Anche la “lei” di Klinger si chiama Francesca. Non è venuta con me a Predappio e soprattutto non indossa i guanti.

Alessandro Carli