“Fu il pittore italiano preferito da Francis Bacon, penso che basti…”: su Leonardo Cremonini, l’artista imprendibile. Dialogo con Roberta Crocioni

Posted on Nov 27, 2018, 11:47 am
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La delicatezza di respingere il tempo si lega inestricabilmente alla nostalgia per la vita primitiva, la realtà magica sostituisce quella ordinaria, s’impone così una nuova categoria, fatta di scacchi matti che intimidiscono le zone fredde di un eterno presente. L’approssimarsi della tempesta dei sensi confluisce a Panarea, isola verde e acque limpide, la più piccola delle Eolie. Questa specie di straniamento prese Michelangelo Antonioni, quando nel 1959 girò diverse sequenze de L’avventura, prima però fu Leonardo Cremonini (Bologna, 26 novembre 1925 – Parigi,12 aprile 2010), a posare lo sguardo sull’incontaminato lembo di paradiso, che innamorato dei suoi grandi spazi silenziosi, acquistò una casa a Drautto, la fetta di terra affacciata verso Lipari. La sua pittura è una favola oscura dettata da eccitanti interferenze: inizia a dipingere paesaggi del luogo, in prevalenza rocce vulcaniche, insenature in cui si mimetizzano donne dal ventre rotondo, come pietrificate; le figure vegetali come le agavi dalle foglie carnose, quelle animali come squartamenti di bestie, agnelli, cari al Carracci in fase manierista.

Cremonini

Leonardo Cremonini, “Les sens et les choses”, 1968

Dagli anni Sessanta in poi l’immaginario si sposterà su una serie di interni: camere da letto, stanze da bagno, variazioni di specchi con corpi femminili, sorprese di voyeurisme che ammiccano a Bonnard, in La toletta del 1908; alternata a stabilimenti balneari, reggiseni slacciati, sedie a sdraio, ma in particolare bambini dai volti sinistri, posseduti da un certo incanto orrorifico, armati di secchiello in spiaggia, giocano festosi in acqua o bendati a mosca cieca, oppure attraversano le strisce pedonali. Ciò che più colpisce è l’aver creato un palinsesto di colori rifrangenti, con uno spettro che va dal fucsia in clima dancehall al violetto da livor mortis, dall’arancio tuorlato a quello polverizzante da nucleo solare. Nei dipinti spira la vertigine di uno spaesamento erotico, il desiderio nei suoi tagli, nelle quinte, nei primi piani, indica una volontà di velata provocazione – segno della vivacità intellettuale del pittore –, pronta a brillare fosforescente fuori dalla tela. Egli stesso conosce la forza dei propri occhi, ama turbare lo spettatore, vuole sconvolgere quello più inibito e riluttante, prima lo spia con innocenza, infine lo risucchia col suo lungo sguardo penetrante. Il dominio pittorico ruota attorno a questa sensuale ipnosi, che insiste sul risveglio di contrasti organici e insieme meditativi: in Les sens et les choses del 1968, l’amore è esausto, il piede dell’uomo sfinito, ma continua a ribollire, sulle pareti della stanza ha straripato con tutti i suoi eccessi, come colatura di lava. Svuotamento da cui rimane in vita solamente la donna, l’unica a sapersi moltiplicare, attraverso i riflessi di uno specchio o di un vetro di finestra. Senza rimedio si svolge la chiave del suo incastonato squilibrio: in Le Départ del 1972-1973, lungo scompartimenti e corridoi di treni dalle tinte baltiche, sfila la latitanza noir di passeggeri che sembrano fantocci di cera, c’è sempre il sospetto che dietro queste figure umane possa comparire un demone impassibile. O ancora in Treni Incrociati, del 1972, la condizione di esilio dei bambini dagli occhi morbosi, specchiati in due convogli, forse fermi, affiancati, in direzioni opposte, sottintende la stesura di un enigma, sul punto di partire. Seppur grato alla lezione surrealista, Cremonini è un pittore imprendibile, tocca spostare tutti i suoi accenti per pronunciarlo nel modo giusto, ora si posa sulla metafisica, ora fugge sulla neofigurazione o sull’iperrealismo pop, Quintavalle lo definisce «sensibile retore», Althusser azzarda, proclamandolo «pittore astratto», Eco si avvicina ponendogli sul capo l’incoronazione narrativa, forse è solo un classico, timido ma molto audace, ossessivo e ossessionato, dunque pervicacemente contemporaneo, specializzato in brucianti azioni di sabotaggio psichico.

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L’ultima mostra su Cremonini è stata allestita lo scorso novembre a Parigi, all’interno de La Galerie T&L, per celebrare il lungo sodalizio affettivo con la capitale francese, in Grecia, nonostante la dipartita, i numerosi allievi lo ritengono ancora un artista imprescindibile, a cui attingere continuamente la luce sorgiva, in Italia invece siamo i primi a dimenticarlo. Roberta Crocioni, la moglie di Leonardo, per questa clamorosa mancanza, non ne è affatto stupita.

Come mai il nostro paese non si è accorto di un pittore così prezioso?

In quegli anni l’interesse era rivolto all’esperienza informale, questa corrente artistica era appena esplosa, Leonardo era già controcorrente, poi non ebbe il tempo per emergere qui, perché già dal 1951 si trasferì a Parigi grazie alla vincita di una borsa di studio sostenuta da Mario Sironi ed Elio Vittorini. Francis Bacon diceva che era il suo pittore italiano preferito, può bastare questa affermazione per comprendere il peso della sua opera.

Cremonini

Leonardo Cremonini avrebbe compiuto 93 il 26 novembre; è morto a Parigi il 12 aprile 2010

Partiamo dalle origini. Il padre lavorava nelle ferrovie, il suo passatempo era la pittura, fu lui a trasmettergli l’amore per l’arte?

Sì, fu suo padre Luigi a stimolarlo con amore a dipingere, anche en plain air. Passavano insieme lunghi pomeriggi sulle colline bolognesi. Nel 1936 Luigi fu trasferito a Paola, in Calabria, perché rifiutò di partecipare alle adunate fasciste, lì ci fu la grande scoperta della luce mediterranea, della luce del Sud che accompagnerà Leonardo nei suoi quadri per tutta la vita.

Quali furono i suoi maestri di riferimento?

Principalmente due: Giorgio Morandi e Guglielmo Pizzirani, entrambi insegnavano all’Accademia Clementina di Bologna.

Bologna, subito dopo Milano, dove frequentò l’Accademia di Brera, poi a Parigi, grazie ad una borsa di studio, dove trascorse la maggior parte del suo tempo, viaggi negli Stati Uniti per continue esposizioni, per alcuni anni soggiornò a Panarea. La città a cui fu legato maggiormente?

Dall’estate del ’51 fino al ’55 alternava Parigi con Ischia. Poi passò due anni consecutivi della sua vita a Panarea, scoperta del mondo vulcanico, con tutte le sue asperità e i suoi colori bruciati. Leonardo in quel periodo dipinse come un forsennato. L’ha amata molto perché è stata fonte di ispirazione naturale e immediata. New York invece era una città stupefacente, sempre in piena crescita, venne introdotto da Henri Cartier Bresson, Francis Bacon, Enrico d’Assia. Ma è Parigi, la città a cui fu legato di più, la prima ad adottarlo, allora fu il centro culturale più vivo del mondo.

Molti esponenti della scena letteraria europea, tra i quali Alberto Moravia, Umberto Eco, Louis Althusser, Michel Butor, studiarono con grande interesse l’opera di Cremonini, quali erano invece gli autori che amava leggere?

Gli stessi che ha citato, i surrealisti francesi, i Canti di Leopardi.

I pittori con cui andava d’accordo?

Bacon su tutti. Nutriva poi grande ammirazione per le opere dei suoi amici Giacometti e Balthus.

Paesaggi marini, interni metafisici, luoghi balneari, ma soprattutto bambini, osservatori letali della tela, ci spiega questo eccezionale attaccamento?

Nel ’63 l’estrema sorpresa: da Giovanna Madonia, sua prima compagna, nacque suo figlio Pietro, la presenza giocosa e commovente del bambino avrà nei suoi quadri la stessa contraddizione della vita: l’infanzia ladra di libertà e la condizione adulta, prigioniera del disagio sociale.

In quale occasione vi siete incontrati per la prima volta?

Siamo nati tutti e due a Bologna con ventidue anni di differenza, abbiamo fatto lo stesso liceo artistico con gli stessi professori, ma ci siamo incontrati per la prima volta solo nel ’72, nuotavamo in mare, a Panarea, dove casualmente anche mio padre comprò casa.

Cosa trovò in lui?

Subito mi colpì l’intelligenza, l’energia, la curiosità negli occhi, la bellezza ed il suo essere sempre outsider.

Anche lei è pittrice. Vi siete mai influenzati vicendevolmente?

La sua pittura è unica al mondo, non somiglia a nessuna ed io ho l’esempio della sua intensità, osservandolo, ho cercato di fare del mio meglio. Dipingevamo nello stesso appartamento, ma in due studi separati da un pannello, a causa dell’odore dell’acquaragia che adoperava, a volte svenivo (ride).

Suo marito, nel tempo, perse progressivamente l’uso della vista, come cambiò il rapporto con la pittura?

Negli anni ’60 perse la visione centrale di un occhio e lentamente nel tempo la sua vista diminuì, ma questo non riuscì mai ad impedirgli di compiere la sua pittura luminosa. Riconosceva una sua tela da un’altra senza alcuna difficoltà.

Quale fu l’ultima mostra a cui partecipò?

Ad Atene, fu una retrospettiva delle sue opere.

Oggi Leonardo Cremonini avrebbe compiuto novantatré anni, quando guarda un suo dipinto, a cosa pensa?

Come se nulla fosse cambiato, mi sento ancora in vita con lui.

Augusto Ficele