Di “Freud” (la serie) preferisco Fleur, cioè Lou Salomé. Ovvero: sull’incontro tra il padre della psicanalisi, la musa fatale e Rilke

Posted on Aprile 03, 2020, 6:42 am
12 mins

Più che altro, è lei – lui, pur somigliante, a vedere le fotografie coeve, ha sempre la stessa espressione tra il trepidante e il cretino – a vivacizzare la serie, altrimenti tramortita da trivialità splatter e banalità psicanalitiche. Mi sono informato, perché il mix – bella & visionaria, rapace & innocente, feroce & perduta – è cocaina nei giorni della reclusione dove le mura di casa sono specchi e tutto è immagine di altro, immaginazione. Solo che, come sempre, la verità tradisce gli infingimenti: Ella Rumpf, fotografata dal vero, è una ragazzona non più affascinante di quella a fianco e di quell’altra. In stola tardottocentesca, quinta viennese e stregoneria magiara è – ai miei occhi ingenui, proni a ogni malia – superba. Ma forse tutti saremmo splendenti nella Vienna del 1886, dove, tra lampadari e strade viola si distraggono le certezze.

*

Insomma, la serie di Netflix, Freud, funziona perché c’è Vienna, quella Vienna, c’è lei, Ella, che ha nome Fleur Salomé – e basta. Anzi, ci aggiungo l’uomo d’ordine e d’onore – poi agente del disordine – Alfred Kiss (cioè Georg Friedrich). L’unico personaggio, in una serie che calca termini psicanalitici, con una psiche. Gli altri – a partire da Francesco Giuseppe – sono macchiette. Piuttosto, la serie mi ha rimesso in mano Freud, che è un po’ come andare in smoking al supermercato usando una maschera veneziana al posto della mascherina. Il divo Sigmund è rétro, ma ha inventato uno stile, un ‘tono’: per questo va letto. Pensa scrivendo; di ogni atto esplicita il contrario e il conturbante. In fondo – lo sappiamo – dietro un sorriso cova un coltello, alla foce di un ‘grazie’ alligna il ‘ti ammazzo’, le parole significano il contrario di ciò che denunciano.

*

In questo brano Freud sembra Seneca. “Nessun uomo si concede l’illusione che la natura sia stata ormai dominata; pochi osano sperare che sia stata sottomessa dall’uomo una volta per tutte. Ecco gli elementi che sembrano farsi beffe di ogni costruzione umana, la terra che trema, dilania, sotterra tutto ciò che è umano e ogni sua opera, l’acqua che tumultuosamente inonda e sommerge ogni cosa, la tempesta che spazza via tutto, ecco le malattie… infine l’enigma doloroso della morte, contro la quale finora non è stato trovato alcun rimedio né probabilmente verrà mai trovato. Con queste forze la natura si erge contro di noi imponente, terribile, inesorabile, ci pone ancora dinanzi agli occhi la nostra debolezza e impotenza, che abbiamo pensato di eludere con il lavoro della civiltà… Come per l’umanità nel suo complesso, così per l’individuo la vita è dura da sopportare. Una parte di privazione gliela impone la civiltà della quale è membro, un certo grado di sofferenza glielo procurano gli altri uomini, o malgrado le imposizioni della civiltà o per l’imperfezione di questa civiltà”. Un brano de L’avvenire di un’illusione, 1927. Sul “Criterion”, nel dicembre del 1929, Thomas S. Eliot, paladino anglicano, definirà quel libro “scaltro ma stupido”.

*

Fleur Salomé, quella della fiction, è elevata a bellezza ipnotica perché si riferisce a Lou Andreas-Salomé, donna fatale, figlia di una generale russo. La confusione cronologica beatifica la fiction. Negli anni ottanta dell’Ottocento, la Salomé non incanta Freud, ma Friedrich Nietzsche. Freud, piuttosto, lo incontra nel 1911, quando decide di darsi alla psicoanalisi. Nel necrologio – Lou muore il 5 febbraio 1937 – Freud ne parla come di una “donna straordinaria… chiunque l’avvicinasse riceveva un’impressione fortissima dell’autenticità e dell’armonia della sua natura e poteva asserire, non senza stupore, che tutte le debolezze femminili, e forse la maggior parte delle debolezze umane, le erano estranee o erano da lei state superate nel corso dell’esistenza”. Riguardo a Freud – che morì due anni dopo di lei – Lou Salomé scrisse pagine da cui estraggo questo sketch: “Assalita da un irrefrenabile moto di ribellione contro il suo destino, dissi con labbra tremanti: «Quello di cui allora ho solo fantasticato, Lei lo ha fatto!», e spaventata per la brutale sincerità delle mie parole scoppiai a piangere. Freud non mi rispose. Sentii solo il suo braccio intorno a me”. Disse di averlo seguito nel sogno, fin da quando era giovane, incompreso.

*

“Due contrastanti esperienze di vita mi hanno particolarmente predisposto per l’incontro con la psicoanalisi di Freud: in primo luogo l’aver assistito all’eccezionale e raro destino di un individuo e poi l’essere cresciuta in mezzo ad un popolo, quello russo, caratterizzato da una connaturale tendenza all’interiorità”, ricorda Lou. Lui, Freud, d’altronde, la prende per confidente. In una lettera del 6 gennaio 1935 le scrive riguardo al lavoro più travagliato, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, riassumendo temi e perplessità. “Mosè non era ebreo, bensì un nobile egiziano, alto dignitario, sacerdote, zelante seguace della fede monoteistica che il faraone Ekhnaton IV impose come religione di Stato”.

*

Il punto d’unione tra Freud e Lou Salomé è Rainer Maria Rilke. Rilke conosce Lou il 12 maggio del 1897, a Monaco, ne è l’amante. Lou svela a Rilke la Russia, dove conosce Lev Tolstoj e Leonid Pasternak, il padre di Boris. Di Rilke, Lou percepisce l’altezza e l’abisso (“Queste crisi depressive ravvisavano con estrema evidenza quanto la natura originaria di Rilke anelasse, al di là dell’opera d’arte, anche la più perfetta, all’esperienza vissuta, alla rivelazione della vita come unica fonte di quiete e di pace”). C’è qualcosa di primitivo e di infantile nel desiderio di questi uomini di testa di precipitare nella bocca di Lou, tra le maglie del suo incantesimo.

*

Una lunga lettera di Rilke, da Parigi, il 18 luglio 1903, a Lou, di rara violenza, scandisce l’uomo nella metropoli. “Che gente ho incontrato, quasi ogni giorno: rovine di cariatidi su cui gravava ancora tutto il dolore, l’intero edificio di un dolore, sotto il quale esse vivevano lente come tartarughe. Ed erano passanti, lasciati soli e indisturbati nel loro destino. Al massimo li si coglieva come impressione, e li si osservava con pacata curiosità scientifica come una nuova specie di animali, ai quali la necessità ha sviluppato particolari organi, organi per la fame e per la morte. E portavano lo sconsolato mimetismo, dai colori malati, delle città troppo grandi, e resistevano sotto il piede di ogni giornata, che li schiacciava come scarafaggi duri a morire, duravano come se dovessero ancora aspettare qualcosa, guizzavano come pezzi di un gran pesce massacrato, che già marcisce ma vive ancora. Vivevano, vivevano di niente, di polvere, di fuliggine e della sporcizia sulla loro pelle, vivevano di ciò che i cani perdono di bocca, di un qualche oggetto insensatamente rotto che forse qualcuno può sempre comprare per un suo inspiegabile scopo. Che mondo è questo. Pezzi, pezzi di uomini, parti di animali, resti di cose passate, e tutto che si muove ancora, spinto e aggrovigliato come da un vento cattivo, tutto porta e viene portato, cade e si soprassa nella caduta”.

*

I tre si incontrano a Monaco, l’8 settembre 1913. Rilke accompagna Lou al IV Congresso di Psicoanalisi, presieduto da Jung. Passano la serata e la notte con Freud. In un testo del 1915, Caducità, Freud ricorda quel momento, una specie di spillo nel tempo. “Non molto tempo fa, in compagnia di un amico silenzioso e di un poeta già famoso nonostante la sua giovane età, feci una passeggiata in una contrada estiva in piena fioritura. Il poeta ammirava la bellezza della natura intorno a noi ma non ne traeva gioia. Lo turbava il pensiero che tutta quella bellezza era destinata a perire, che col sopraggiungere dell’inverno sarebbe scomparsa: come del resto ogni bellezza umana, come tutto ciò che di bello e nobile gli uomini hanno creato e potranno creare. Tutto ciò che egli avrebbe altrimenti amato e ammirato gli sembrava svilito dalla caducità cui era destinato”. Il tema della caduta e della caducità s’imprime nelle Elegie, che Rilke termina nel 1922; l’anno dopo Freud pubblica L’Io e l’Es. Su questi incroci, che si svolgono come nell’aula concava di un lago svuotato, non si potrebbe filare una fiction.

*

Per devianza scenica, molti anni fa, studiai Psicopatologia della vita quotidiana. Partii dai lapsus, in onore di Amelia Rosselli; mi inerpicai tra sbadataggini, errori, dimenticanze. Giocando tra i reami di una dimenticanza – davanti al Giudizio Universale del Duomo di Orvieto al pensatore appaiono in mente i nomi Botticelli e Boltraffio al posto di Signorelli – Freud fa scaturire una galassia di allusioni, di rimozioni, di timori, fino ad arrivare a “un breve soggiorno a Trafoi: un malato, per cui mi ero dato molto da fare, si era suicidato perché soffriva di un incurabile disturbo sessuale”. Quello mi piaceva – come esercizio pindarico più che psicoanalitico – scavare nei recessi di ogni parola, evidenziarne i torbidi, i possibili. Fin da giovane, Freud è affascinato dal mostro dietro il sacro, dal sacrilegio. In una lettera a Wilhelm Fliess, 31 maggio 1897: “Il ‘sacro’ si basa sul fatto che gli uomini hanno sacrificato, per il vantaggio di una più vasta comunità, una parte della loro libertà sessuale e perversione… Gli inglesi hanno scavato un vecchio palazzo a Creta (Cnosso), che dichiarano essere il vero labirinto di Minosse. Sembra che Zeus fosse originariamente un toro. Anche il nostro vecchio Dio fu venerato presumibilmente come toro, prima della sublimazione istigata dai Persiani”. Ecco. Dietro il velo delle parole c’è sempre il Minotauro – cioè, il dio. (d.b.)