Franz Kafka si era aperto alla Cina un secolo fa, quando a Milena scriveva di un fatidico “libro cinese di fantasmi”. Ecco di che cosa si tratta

Posted on Aprile 15, 2019, 2:21 pm
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Conoscete racconti fantastici americani che abbiano piegato e spiegato l’infanzia? Dico: oltre ad Asimov, a Lovecraft, dove si misura la presa di una civiltà su un secolo – se non su questa gioventù plasmata? Prendete il caso cinese. Il modello americano si avvia al suo decadimento, bene. Vediamo che offrono i Cinesi in termini di educazione per l’infanzia. Se non vogliamo considerare l’imbarbarimento comunista, dal quale comunque le caste elevate non sono toccate, oggi non ci resta che affondare le mani nell’epoca classica dei novellieri cinesi: la fine del Seicento.

Le grandi case editrici non ci aiutano più a capire i termini della questione: ma negli anni Cinquanta non era così: erano disponibili i Racconti fantastici dello studio Liao; anni nei quali Calvino curava le fiabe italiane e poi Einaudi dava fuori altri mondi, ancora fiabe mondiali – islandesi, africane. C’erano in commercio le fiabe cinesi: ma ‘fiabe’ lo si dice per semplificare. Se leggete la sontuosa edizione che di Liao  ha dato Castelvecchi un paio di anni fa, rimarrete colpiti da due aspetti.

Primo. I fantasmi esistono, per questo dotto cinese di fine Seicento. E sono anche più saggi e coerenti dei vivi. Secondo. Tra animali ed umani vi è dialogo. E così tagliamo la testa al toro a tutti i discorsi filosofici del genere ‘se gli animali siano intelligenti, o meno’.

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Tutta la faccenda fiabesca cinese aveva già affascinato l’Europa. Ci pensò anche qui un dotto; toccò alla sapienza ebraica di Martin Buber tradurre per il vasto pubblico i Racconti fantastici dello studio Liaoma a onor del vero fu un italiano a trasmettere il testo integrale di Liao per la primissima volta in una lingua europea. L’italiano si chiamava Ludovico Nicola di Giura, campano coltissimo e prefetto, medico, sapiente, viaggiatore, del conio di Conrad ma più dolce. Il di Giura nacque nel 1868 e il giorno di ferragosto del 1900 sbarcò in Cina, dove fu medico della corte imperiale nei tempi della lotta massacrante contro i boxer.

Trovò il tempo di tradurre Liao. È del 1926 una scelta di racconti (quella di Buber era già uscita nel 1911), ma era una resa troppo astratta, tesa a trasformare la saggezza locale e cosmica dei Cinesi in una nuova versione olistica, di pan-giudaismo in forma di parabole.

Comunque. Nel 1955 uscì l’opera completa di Liao in italiano con Mondadori, in una prima mondiale, diremmo oggi. Se solo fossimo più attenti al passato, potremmo trovare decisamente appropriate, storicizzate e coerenti le aperture dell’Italia al Mediterraneo e alla via della Seta.

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C’è stato un lettore d’eccezione di Liao: Kafka. A 28 anni stava per incontrare la bellezza carnale di Felix Bauer e comprendeva anche un’altra bellezza, quella dei racconti cinesi antichi fatti di fantasmi, animali parlanti, eventualmente le due cose insieme – fantasmi di animali.

Ora. Sincerità di storici spinge a dire che c’era in quel momento una tendenza a godere dei racconti del soprannaturale. Capuana amava le sedute dove gli spiriti opportunamente evocati nel dopocena facevano ballare i tavolini. A Oxford, Max Beerbohm – amato dalla Woolf che lo chiamava “principe degli scrittori minori” – faceva interagire nobili fantasmi passionali con i loro eredi, tutti dandie sventati ed è esangui. Per non parlare della Praga di Kafka, dove Meyrink metteva in veste di romanzo la storia piagata del Golem.

Tutti questi fatti, per quanto veri, verificati, non tolgono che ci sia dell’altro: le storie di fantasmi di Liao valgono per noi a prescindere da chi le ha tenute a battesimo – fosse pure Borges, il quale scrisse una premessa profonda come una stilettata a un racconto di Liao, L’ospite Tigre.

Questi riferimenti storici ribadiscono l’ovvio. Sono lo stesso di dire che Harry Potter è stato apprezzato per il new Age medievale degli anni in cui fu stampato. Ma sapete meglio di me che non è stato il new Age a produrre Harry e la cicatrice. Dietro c’era la fatica del tavolino morso dalla scrittrice – nell’ombra dei racconti cinesi, c’era Kafka che li ungulava e li definiva “deliziosi” a Felice Bauer – la candida finita sotto gli artigli. E non perse memoria di quelle storie.

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Nel settembre del 1920, distrutta l’ultima diga, scrive alla nuova preda, a Milena: “Come mai, Milena, non provi ancora paura o ribrezzo di me? Sto leggendo un libro cinese di fantasmi, perciò mi è venuto questo pensiero: vi si tratta solo della morte. Un tale giace sul letto moribondo e, nell’autonomia assicuratagli dalla vicinanza della morte, esclama: Ho passato la mia vita a difendermi dalla voglia di porvi fine. Un allievo deride poi un maestro che parla soltanto di morte: Parli continuamente della morte, eppure non muori. Il maestro rispose: Eppure morirò. Vedi, sto recitando il mio ultimo canto. Il canto di uno è più lungo, il canto dell’altro più breve, ma la differenza non può che essere di qualche parola”.

In questa lettera tutto si confonde, dove finisce il racconto di Liao inizia quello di Kafka e poi ancora da capo. Quel che importa è il paragrafo successivo, di una sapienza elementare, una sintesi cinese, un’immagine più che una parola – e a Kafka piacque tanto che la riprese nelle note dei Frammenti e negli ultimi appunti dei Diari. È un flash: “Saggia risposta quella del maestro: non è giusto sorridere dell’eroe che, ferito a morte, giace sul palcoscenico e canta un’aria. Noi giaciamo e cantiamo per anni”.

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Le lettere a Milena che girano in commercio con Mondadori hanno una nota simpatica alla frase “libro cinese”. Dice: “titolo non verificabile”. Era solo per constatare che senza una potente mitologia non ci sono civiltà. Se apriamo all’Oriente, smettiamo di crederci superlativi eredi romanzeschi. Cediamo alla natura.

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A proposito di natura. Kafka scrisse anche una lettera a Buber, traduttore di Liao in tedesco che colava la sapienza cinese nello stampino sionista. Kafka aveva composto un racconto dal titolo Sciacalli e arabi e gli diceva che non andava visto come una parabola, bensì come una storia di animali. Basterebbero i classici del Novecento per capire i grandi cambiamenti che ci assalgono oggi. Invece tutti imperterriti dietro al modello oltre-Atlantico. Che è vecchio, e nemmeno sapiente.

Andrea Bianchi