“Quelle dei Beatles saranno anche canzonette, ma sono perfette. Un sollievo dai problemi del quotidiano”: Franco Zanetti parla del suo ultimo libro sui quattro ragazzi di Liverpool, con Matteo Fais

Posted on Ottobre 07, 2019, 8:01 am
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Perché, da qualche decennio, viviamo proiettati nel passato? Ristampe di classici letterari, remake di film intramontabili, riedizioni ampliate della discografia di grandi nomi della musica popolare. Ma cosa accade intorno a noi? Lo sappiamo davvero? Arriva un momento, nel corso dello sviluppo storico, in cui il passato diviene terribilmente ingombrante. Ciò che è stato non è più motivo di avanzamento, ma fardello e palla al piede – o, almeno, qualcosa di molto simile sostiene Nietzsche. Secondo altri, invece, ci sono libri, autori, dischi, ecc., di cui si parlerà per il resto dell’umana esistenza sulla Terra ed è giusto che sia così. Dal loro punto di vista il presente e i suoi frutti non sono mai fondamentali come ciò che è stato, o, se non altro, necessitano di alcuni decenni per essere assimilati e valutati per così dire “a passioni sopite”. Difficile dire chi abbia ragione. È certo, comunque, che i Beatles sono, in tal senso per la musica popolare, più o meno quello che Aristotele è per la filosofia e Dante per la poesia. I quattro ragazzi di Liverpool piacciono sostanzialmente a tutti, almeno in un episodio della loro produzione – anzi, sono probabilmente uno dei rarissimi casi di consenso diffuso a livello planetario, come Lucio Battisti lo è nella dimensione nazionale. Per tutta questa serie di motivi e non solo, era doveroso dedicare la necessaria attenzione a Franco Zanetti con il suo Il libro (più) bianco dei Beatles. Le storie dietro le canzoni (Giunti, 2019), un testo arrivato oramai alla settima edizione e ora ristampato con tutta una nuova sezione dedicata a ben centouno canzoni inedite, o riscoperte, della band di Love Me Do.

Partiamo dalla ratio di questo suo libro: perché è stata richiesta una nuova versione, con l’analisi di ben centouno canzoni in più?

La prima edizione del libro è uscita nel 2012 e, con mia piacevole sorpresa, è andata molto bene rispetto agli standard delle pubblicazioni di argomento musicale. Finora ha avuto ben sette edizioni, praticamente una ogni anno. L’editore mi ha chiesto, pertanto, di pensare a un aggiornamento del testo. Siccome in questi ultimi sei-sette anni non ci sono state rivelazioni straordinarie su nascita, composizione, esecuzione e registrazione dei brani classici, ho pensato di concentrarmi su quanto trascurato in precedenza. Nella prima edizione, il criterio di selezione era stato molto rigido: avevo trattato solo i pezzi pubblicati tra il ’62 e il ’70. Mi sono reso conto però che, negli anni successivi e soprattutto in quelli più recenti, sono uscite diverse canzoni che non rientravano nel novero delle duecentoundici ufficialmente pubblicate dai quattro ragazzi di Liverpool durante la loro attività. Queste tracce, per la gran parte, sono contenute in Anthology e Live at the BBC. Vi sono stati poi altri album ufficiali, con brani inediti che non erano mai stati precedentemente resi disponibili in modo regolare. Uso l’aggettivo “regolare” perché gli appassionati, gli storici e gli studiosi che hanno frequentazione con i bootleg, queste canzoni le conoscevano e le avevano già sentite. In particolare, tra le pubblicazioni successive si segnalano, oltre alle già menzionate, un’antologia di brani del ’63 comparsa solo su iTunes e un’edizione rinnovata dell’album Let It Be. È inoltre uscita una raccolta dei loro pezzi natalizi realizzata per il fan club e la versione ampliata del White Album, con parecchi altri brani inediti. Ho pensato infine di includere anche due dischi che non sono propriamente ufficiali, ma facilmente reperibili in maniera legittima. Si tratta delle registrazioni effettuate nel 1962 ad Amburgo, allo Star-Club, che racchiudono molte cover e il disco con i provini che i Beatles sostennero durante un’audizione alla Decca, il primo gennaio del 1962. A quel punto, avendo fatto novanta, ho pensato bene di fare centouno e ho aggiunto le canzoni che Lennon e McCartney, separatamente o insieme, hanno scritto per altri interpreti nel periodo di attività comune. Sono circa una dozzina. E così, ecco qui il Il libro (più) bianco dei Beatles in versione extended.

Ho sempre avuto un dubbio e vorrei sentire la sua opinione in merito: quelle dei Beatles sono solo canzonette, o c’è qualcosa di più? Il sospetto mi sorge se paragono le loro composizioni, per esempio, a brani di autori coevi o quasi, come i Doors o Simon & Garfunkel.

Premesso che io trovo la definizione di “canzonetta” per niente spregiativa – anzi, credo che questa costituisca un grande sollievo per la vita quotidiana di ognuno di noi –, ritengo che i Beatles siano stati soprattutto un grande gruppo pop, ancor più che rock, e in questo senso potrei dire che sì, i loro brani sono canzonette. Lo sono anche perché quasi tutte facilmente cantabili, per quanto segnate in generale da una qualità molto buona quando non buonissima. Sono quindi persuaso che loro stessi rivendicherebbero il privilegio di poter scrivere e cantare pezzi leggeri. Prova ne sia un brano di Paul McCartney, successivo al periodo con i Beatles, intitolato Silly Love Songs, ovvero “Sciocche canzoni d’amore”, un vero e proprio elogio della canzonetta scacciapensieri – o, se non scacciapensieri, perché non allegra, comunque emozionante. I quattro, com’è noto, non hanno mai frequentato la canzone cosiddetta impegnata. Quando hanno trattato argomenti sociali, o tangenzialmente politici, l’hanno fatto sempre in maniera non declamatoria o predicatoria. Pertanto direi che le loro sono sì canzonette, ma molto belle.

Qual è l’aspetto più curioso nella storia dei quattro ragazzi di Liverpool?

Mi capita spesso di sottolineare il fatto che i Beatles abbiano cominciato come cover band, quindi suonando canzoni altrui. Sono convinto che questa lunga gavetta nei locali britannici e tedeschi sia stata fondamentale per Lennon, McCartney e Harrison (il terzo autore del gruppo), per imparare a scrivere e comporre brani propri. Si consideri che loro sono un unicum per quei tempi: nessun gruppo musicale si scriveva i pezzi. Ecco, direi che la caratteristica singolare dei Beatles consiste nell’essere stati tra i primi autori a eseguire le loro stesse canzoni.

Visto che lei ha studiato approfonditamente tutta la loro produzione, qual è il brano dalla gestazione più laboriosa?

È una domanda complessa, perché il termine “gestazione” prevederebbe anche che parlassimo del tempo passato tra l’ideazione e la registrazione. Ma questi sono dati che non possiamo ricostruire con esattezza. Sicuramente, una delle canzoni più complesse da realizzare in studio è stata A Day in the Life. Ma ci sono anche altri brani, apparentemente più semplici, che hanno richiesto parecchio tempo per la registrazione perché, provando e riprovando, i Beatles non riuscivano comunque a trovare una soluzione che li soddisfacesse. Si ricorre spesso a questo proposito all’esempio di Strawberry Fields Forever, della quale Lennon era l’autore principale. La versione finale del brano è stata il frutto della giunzione fra altre due, ottenuta con un trucco molto ingegnoso in studio: rallentando una e velocizzando l’altra. Il punto d’unione si trova intorno al minuto uno. Ascoltandole, ed essendo a conoscenza di questo artificio, lo si percepisce ma, se lo si ignora, esso passa del tutto inosservato. Questo è stato uno dei tanti felici contributi di George Martin, il loro produttore di studio.

Lei si è mai chiesto in cosa risiedesse l’alchimia tra John, Paul, George e Ringo?

Me lo sono chiesto e ho letto tante interpretazioni in merito. La mia idea è che, per quel che concerne il caso di John Lennon e Paul McCartney, cioè la coppia principale di autori, questa sia derivata dal fatto che i due erano molto diversi tra loro – non solo caratterialmente, ma anche per quanto riguarda i gusti musicali. La continua collaborazione e interazione ha fatto sì che l’uno intervenisse sugli abbozzi di canzoni dell’altro, attenuandone gli eccessi – di romanticismo, per quel che concerne McCartney, o di quell’autobiografismo che, da un certo momento in avanti, è diventata la cifra di Lennon –, in modo da ottenere una miscela più equilibrata. Per quel che riguarda invece l’alchimia tra i quattro, come sappiamo, negli ultimi anni era andata un po’ deteriorandosi. Soprattutto in relazione al ruolo di George Harrison che, essendo il più giovane del gruppo, era sempre stato tenuto un po’ in disparte, senza riuscire a essere considerato l’eccellente autore che in realtà era, né dagli altri né da George Martin. Invece per quel che concerne l’immagine, la ricezione e l’impatto, che il gruppo ha avuto, questa è dipesa dal fatto che avessero quattro personalità evidentemente diverse – che sono state semplificate negli anni dicendo che Lennon era sarcastico, McCartney diplomatico, Harrison silenzioso e Star simpatico. In realtà, a sentire alcuni dei loro collaboratori, i Beatles erano un mostro a quattro teste. La loro forza come gruppo, comunque, derivava dall’essere tutti e quattro di Liverpool, dall’aver condiviso parte dell’infanzia nel dopoguerra e dalle letture, ma, soprattutto, dalla frequentazione di programmi televisivi e radiofonici comuni. Ciò ha fatto sì che il loro background fosse particolarmente compatto. Anche se non è facile spiegarlo al pubblico, perché non esistono tanti documenti, le loro conferenze stampa, quelle alle quali si sottoponevano quotidianamente durante i tour (soprattutto negli Stati Uniti), sono un bell’esempio di quanto i quattro fossero complici. Ecco, io direi che sembra di avere a che fare con dei commilitoni che abbiano fatto insieme la guerra. Lo si nota anche da come ognuno completi le frasi dell’altro, durante quelle conferenze. E ciò evidentemente può derivare soltanto da una coesione profonda a livello umano, oltre che professionale.

Riuscirebbe a individuare chiamiamoli dei periodi entro la produzione beatlesiana?

Direi che la cosa è abbastanza agevole. C’è un primo periodo pre-produzione, che è quello appunto delle cover. Questo prosegue idealmente fino al terzo album, poiché nei primi tre lavori vi sono ancora esecuzioni di brani altrui. Segue poi quello d’inizio della produzione discografica, che va da Please Please Me a Beatles for Sale. Il successivo prende le mosse con Rubber Soul e prosegue con Revolver, culminando con Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band. Durante questo i Beatles diventano musicisti da studio, cominciando a considerare quest’ultimo alla stregua di uno strumento vero e proprio. I loro brani risultano più complessi e articolati, sia dal punto di vista della struttura che delle sonorità. E appunto Sgt. Pepper’s, che è considerato probabilmente il disco di musica pop rock più importante, anche se non il più bello della storia del genere, è lo zenit di questa appassionata sperimentazione. L’ultimo periodo è quello del White Album, che è una specie di liberi tutti, in cui ognuno dei quattro si dedica particolarmente alle proprie composizioni, mentre gli altri collaborano. Tutto si conclude con Abbey Road, il penultimo disco pubblicato, che in realtà è l’ultimo a essere stato inciso. Questo è una specie di canto del cigno che si chiude simbolicamente con una canzone breve intitolata The End, in cui tirano le somme di nove anni insieme, salutando il pubblico con quello che è considerato un album epocale – si consideri che è il più venduto dei Beatles negli Stati Uniti e quindi nel mondo. Esso, pur essendo di grande qualità, non dà però più spazio a nuove sperimentazioni, perché i quattro avevano sostanzialmente già realizzato tutto quello che avevano da realizzare.

Tra le centouno canzoni che lei ha voluto aggiungere al novero della loro produzione, quale le sembra la più riuscita e perché?

Questa è una domanda molto difficile. E lo è perché centouno canzoni tra cui scegliere sono tante. Escluderei le cover perché non di loro composizione e soprattutto in ragione del fatto che non aggiungono granché all’analisi della loro scrittura musicale. C’è invece una canzone piuttosto graziosa, che secondo me non avrebbe sfigurato se registrata dai Beatles stessi – per quanto loro non l’abbiano mai fatto. Si intitola World Without Love ed è stata scritta da McCartney per un duo inglese da loro patrocinato. Sceglierei questa, insieme a un’altra della stessa serie, I’ll Keep You Satisfied. Rispetto ai pezzi coevi, del ’63-’64, questi non hanno niente del brano di scarto, quello cioè non riuscito o mancante. Sono invece canzoni complete – peraltro dei successi commerciali –, affidate ad altri interpreti, che probabilmente avrebbero avuto ancora più risonanza se suonate dai loro compositori originali. Sono canzonette perfette nella forma, con dei testi piacevoli. Infatti, c’è da rimpiangere che non si abbiano dei provini articolati e completi di queste. Ci sarebbe poi una famigerata canzone – in verità, più che altro, si tratta di una composizione sperimentale – intitolata Carnival of Love, che i Beatles incisero, guidati da Paul McCartney, per uno spettacolo d’avanguardia. Il brano dura venti minuti ed è un po’ il Sacro Graal per i collezionisti. Benché ne circolino delle versioni forse corrispondenti all’originale, questo pezzo non è mai comparso ufficialmente su nessun album. Se decidessero di pubblicarlo, farebbero contenti molti studiosi e cultori. Il brano certo è piuttosto complesso, fatto di rumori e suoni sperimentali. Ricorda un po’ la famosa Revolution 9, o quanto facevano i Pink Floyd degli esordi e forse proprio per questo finora non è ancora venuto alla luce.

Più di uno ha sostenuto che oramai la nostra esistenza sia fondata sulla nostalgia. Abbiamo quindi una compulsiva tendenza alla riproposizione di album storici, o di remake di film che hanno segnato la nostra vita nei decenni andati. Lei crede che l’aura che ancora circonda i Beatles sia dovuta a ciò, all’assenza di valore dei prodotti dell’industria culturale odierna?

Non dimentichiamo che quando i Beatles pubblicavano i loro dischi, almeno fino a Sgt. Pepper’s, nessuno ha mai pensato che fossero di particolare valore culturale. Potrebbe anche essere quindi che, fra vent’anni, i nostri figli scopriranno una qualche valenza, che noi non siamo riusciti a scorgere, nella trap o nella elettronica e dance. Solo il tempo potrà dirci se alla musica di oggi sarà in tal senso attribuibile il merito che riconosciamo a quella dei Beatles. Ma tornando al punto, oggi come oggi, chi acquista dei supporti sonori è certamente un pubblico adulto. Se questo va a ricomprarsi per esempio Abbey Road, tanto per menzionare l’ultimo disco appena ripubblicato in edizione rimasterizzata e ampliata, è perché già lo conosce e probabilmente prova una fitta di nostalgia ricordando quando da giovane l’ha ascoltato la prima volta.  In tutto ciò, quindi, la nostalgia ha chiaramente il suo peso. Al di là delle canzoni, ci ricordiamo di come era importante per noi il momento dell’acquisto di un LP, quando lo portavamo a casa, lo mettevamo sul piatto e poi ci alzavamo per cambiare il lato del vinile. Ecco, credo che nella riscoperta attuale dei vecchi dischi giochi molto questo: quegli album non erano per noi semplici contenitori di canzoni, ma oggetti per i quali ci faceva piacere risparmiare, da conservare con cura e far ascoltare agli amici. Di questi tempi, la musica cosiddetta liquida è praticamente gassosa, perché priva di supporto. Viene peraltro ascoltata attraverso strumenti (telefonini e computer) che non hanno grande rispetto della qualità originale. Se fosse possibile restituire alla musica e al cinema – in attesa di doverlo dire anche per i libri – il concetto di un oggetto di cui fa piacere non solo godere, ma anche possedere, forse potremmo immaginare un’inversione di tendenza. Io, per dire, ho, credo, quattordici copie di Sgt. Pepper’s e dodici di Abbey Road, ma continuerò come uno stupido a ricomprarle anche quando, tra dieci anni, uscirà un’edizione in occasione del sessantesimo anniversario. Però, il disco che prendo in mano, quando voglio risentire quest’ultimo, è la mia versione comprata nel 1969, quando avevo sedici anni, perché quel vinile lì, con i suoi graffi e i salti di puntine, con quella copertina un po’ smanacciata, ha un valore affettivo. Per quanto molti non lo comprendano, l’oggetto amplifica il valore del contenuto.

Matteo Fais