Sulla poesia facile, vendibile, tribunizia di Franco Arminio. Ovvero: la schiacciante vittoria della società dello spettacolo e del pensiero mainstream

Posted on Aprile 01, 2020, 7:55 am
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Nel 1989 Beppe Grillo intervenne come comico al Festival della canzone di Sanremo con un monologo che fungeva da intermezzo tra le canzoni. Disse tra l’altro: “Io qua però non ci dovrei essere, perché se sono qua, vuol dire che denuncio la mia sconfitta; sì, Sanremo è la mia sconfitta, come uomo e come professionista! Sono un fallito, come voi giornalisti! …giornalisti che avevano un decoro, gente con tre lauree, che andava a… Kabul! Adesso li vedi che dicono: ‘Dov’è Peppino di Capri, che sono rovinato!’. Questa è la vostra sconfitta, siete dei falliti anche voi!”. Beppe Grillo si prese delle querele per quei monologhi, ma ricordo che ciò che disse, oltre ad essere spesso esilarante, lasciò un segno in molte persone, molto più delle pessime canzoni di quell’anno (eccetto Mia Martini), della conduzione imbarazzante, dell’istanza ecologista demandata a una canzone di… Albano e Romina!

Erano decisamente altri tempi. Grillo ovviamente non era un capo-partito, ma solo un comico. Nel 1989, pochissimi giorni prima di Sanremo, era finita la guerra in Afganistan, quella provocata dall’invasione sovietica, respinta dai mujaeddin foraggiati dagli americani, che sarebbero poi diventati i talebani. Ho detto sovietica, perché il muro di Berlino non era ancora crollato (succederà a novembre di quell’anno) e con esso resisteva la divisione dell’Europa e del mondo in due blocchi politico-militari. C’erano ancora la Democrazia Cristiana, il Partito Comunista e il Partito Socialista: tempo due tre anni e l’inchiesta cosiddetta “mani pulite” avrebbe spazzato via anche loro. Il giornalismo era un’altra cosa, e a questa fa riferimento Beppe Grillo: i quotidiani nazionali vendevano ancora centinaia di migliaia di copie e l’informazione via internet, compresi i mondi social, stavano ancora al di là dell’orizzonte del futuro. E i giornalisti andavano in giro per il mondo a cercare le notizie rischiando anche la pelle, anziché sbirciare come fanno oggi sui profili social di questo o quel personaggio.

Silvio Berlusconi era già famoso, ma non come politico: all’inizio degli anni Ottanta le sue televisioni, in primis Canale 5, avevano iniziato la scalata all’audience trasformandosi da tivù locali a network nazionali e compiendo quella che è stata la vera grande riforma berlusconiana, cioè una rivoluzione del modo di concepire la televisione, lo spettacolo e anche un po’ la cultura: ciò che conta è l’audience, appunto, la quantità, il profitto, la diffusione di merci e show. Nel monologo di Beppe Grillo a Sanremo si cita lo scandalo provato dall’intellighenzia, tutta di sinistra, per il fatto che sulle reti berlusconiane i film era interrotti dalla pubblicità, indecorosa novità per le menti raffinate di quei tempi. Di fatto la vera riforma del Cavaliere è stato un gigantesco collasso del gusto popolare in fatto di musica, cinema, spettacolo, informazione e persino sport. L’asservimento della qualità alla quantità per fini commerciali. La società dello spettacolo di debordiana memoria stava avendo la sua schiacciante vittoria.

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La poesia di Franco Arminio mi ha fatto tornare in mente queste cose. Nel 2019 è uscita da Bompiani la sua ultima raccolta, L’infinito senza farci caso, lanciata sul mercato come una saponetta, e mi sono chiesto se occuparmene non fosse il segnale del mio fallimento, così come per Grillo quei giornalisti che a Sanremo andavano a cercare Peppino di Capri. Non dico del mio fallimento come scrittore, poeta o critico letterario, ruoli di cui non posso autoinvestirmi. Ma sono un insegnante, e soprattutto di lingua e letteratura italiana. Insegno continuamente la poesia, a discenti che vanno dalla scuola primaria, ai licei, persino all’università, fino ai colleghi insegnanti, essendo titolare, come esperto, di continui corsi di formazione. Eppure non capisco quello che scrive Franco Arminio in una specie di dichiarazione di poetica: Molti poeti, anche molto bravi, mi sembra che ormai scrivono testi che girano a vuoto, testi assorti in una religione senza fedeli. Ognuno può scrivere quello che vuole, ma non si può pretendere che i testi disertati dai lettori siano i migliori in via di principio, come se il lettore fosse sempre colpevole e il poeta fosse sempre innocente. In realtà bisogna avere l’umiltà di considerare che oggi i lettori sono più avanti dei poeti. I lettori hanno una naturalezza, una capacità di abbandono che molti poeti hanno perduto. Ed è chiaro che nessuno vuole impedire a questi poeti di essere astrusi e incomprensibili, ma loro neppure possono pensare che chi non li segue è colpevole di non capire la poesia. Ho come l’impressione che ci sia un tempo tutto pronto alla poesia e i poeti siano clamorosamente impreparati. Per lungo tempo hanno atteso di essere interrogati. E ora che questo tempo è venuto non sanno cosa rispondere, vanno avanti con congegni verbali concepiti per un altro tempo e per un’altra umanità. Non sto dicendo che la poesia deve avere il passo dell’attualità. Sto dicendo semplicemente che oggi la poesia si trova nel cuore di chi legge più che nel cuore di chi scrive”.

Ora, dichiarazioni così generali contengono una scorrettezza, l’assoluta mancanza di nomi. Chi sono i “molti poeti, anche molto bravi” che non capiscono che i lettori sono più avanti di loro e che non sanno intercettarne la disponibilità a leggere? Vediamo un po’: io, insegnando, uso poesie di Caproni, Luzi, Sereni, Bertolucci, Betocchi, Bigongiari, Pasolini e via via più vicino, tipo Raboni, Fortini, Loi, Baldini, Guerra, De Angelis, Conte, Magrelli, fino a poeti miei coetanei e anche più giovani e ogni volta, immancabilmente, i miei discenti entrano in rapporto con le loro poesie, le amano e ringraziano. Mi sono tenuto sempre più vicino al contemporaneo, non ho citato gli autori più canonici (Montale, Ungaretti, gli altri…), saranno questi i poeti ad “essere astrusi”? Se è per questo, propongo anche poesie più difficili, che so, di Celan, Mandel’štam o Eliot, che non hanno testi esattamente sanremesi, ma il risultato di “piacevole interazione” (Mandel’štam) tra i miei lettori e quelle poesie non cambia.

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Allora a chi si riferisce Arminio? Forse ai poeti che “vendono poco”? Può essere. Credo si faccia forza delle ripetute, millantate ristampe dei suoi libri di poesia, cosa su cui non ho elementi per dubitare. È questo il criterio? Molto berlusconiano, non c’è che dire; vorrei ricordare allora che i poeti che vendono di più sono personaggi come Francesco Sole, Guido Catalano o Gio Evan, tanto per fare qualche nome e per mostrare quale poesia “si trova nel cuore di chi legge più che nel cuore di chi scrive”. Non capisco. Il fatto è che ad ogni soffio di vento nasce qualcuno che tuona contro l’oscurità della poesia, la colpa dei poeti di non farsi capire, di essere astrusi. Credo che si tratti di una forma di demagogia letteraria: “Sto dalla parte del popolo dei lettori contro le èlite della letteratura, così antiquate e lontane dal sentimento popolare, che io invece so interpretare. Infatti mi comprano”.

Dice infatti Arminio: “Lo sguardo è più importante/ della poesia, mi fanno pena/ i letterati che non vedono niente,/ che giocano a imitare altri ciechi/ in un tempo in cui non vedere/ forse era una resistenza,/ ma ora lo sguardo è tutto,/ abbiamo solo lo sguardo e il mondo/ e le gambe per camminarci dentro:/ il poeta da salottino/ è una macchia d’unto, una reliquia/ di un tempo in cui essere difficili/ serviva a sembrare intelligenti”.

Eccola l’accusa ai poeti “che giocano a imitare i ciechi”; sarebbe interessante chiedere di quale salottino si stia parlando: diomio, i salotti dove si leggevano poesie si sono estinti decenni fa, oggi nei salotti dell’intellighenzia non so cosa si faccia, suppongo quello che racconta Sorrentino nella Grande bellezza! Che strepitoso luogo comune! Tutto ciò svela in modo chiaro il dispositivo consueto con cui persino i politici scaltri diventano rappresentativi: non circostanziare, lanciare accuse vaghe, generare un nemico dai contorni illusoriamente definiti. Tutto qui. Ascoltiamo ancora Arminio: “La poesia non ha bisogno di ispettori/ per segnalarne gli abusi, la poesia/ oggi ha tante facce, tanti nomi:/ è una questione di chi ha la morte/ sulle dita (davvero qui non capisco cosa significhi, anzi sì: sembra che voglia dire qualcosa di grande, invece è solo vago), di chi è costruito con la carne/ di un secolo prima e con l’anima/ in un secolo che deve ancora venire/ (quindi? La tradizione letteraria e addirittura – orrore! – metrica è importante o no?!). Ecco, non è materia/ d’istruzione (grazie per averci detto che da anni facciamo un mestiere sbagliato), non è cosa per bande,/ per innovatori da canile,/ per psicopatici patinati, per sapienti/ annoiati./ Io canto la fine della poesia come imbroglio,/ come soggezione a giochetti da niente/ che non capisce nessuno”.

Non occorre commentare oltre, emerge chiaramente, anche dal tono oratorio, l’autoelezione a tribuno del popolo lettore. E ricordiamo che questo testo è una poesia, direi piuttosto coerente: nessuna metrica, nessuna musica, nessun ritmo; nonostante vi vengano richiamati il corpo, le dita, le mani, non c’è neppure nessun corpo, né scritto né sonoro: è solo una lunga omelia, banalmente retorica, incapace di circostanziare e di spiccare il volo di un’immagine che non sbatta su un soffitto di banalità. Certo, immediata, facile da leggere. E da comprare.

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A un certo punto nasce l’urgenza di una domanda: ma cosa dice in definitiva questo poeta? La sua notorietà, si sa, è affidata alla strana specializzazione inventata per se stesso: paesologo. Ho fatto una lettura pubblica una volta assieme a Franco Arminio. A San Severo in Puglia, nei fascinosi sotterranei di una cantina ristrutturata a ristorante, davanti ai tavoli del pubblico commensale, ho letto alcune mie poesie, poi è stato il suo turno. Arminio ha imbastito lì per lì una specie di gioco a quiz in cui diceva i nomi di piccoli paesi e cittadine e interrogava il pubblico per vedere se sapevano collocarli in questa o quella regione d’Italia. Poi ha letto qualcosa sulla bellezza di abitare nei piccoli borghi, o forse ha fatto solo un discorso senza leggere niente. È stato un successo, grazie anche al tono simpatico e da show televisivo sfoderato nell’occasione. Io sono stato velocemente oscurato, tipico poeta astruso da colpevolizzare. Sono tornato a San Severo qualche mese dopo, però, e tutti avevano contrappassisticamente dimenticato anche Arminio.

Al nostro tavolo aveva continuato sull’argomento: la cosa che mi colpì di più era l’idea di Roma o Milano che, come metropoli, sono corpi tumorali in una terra come l’Italia, adatta ai piccoli centri a suo parere. La questione che pone Arminio in realtà è interessante e perfettamente moderna. Se la modernità infatti è stata la scoperta dell’io, della deflagrazione dell’individuo col suo portato positivo di diritti e garanzie individuali e con quello negativo dell’individualismo che a livello politico si traduce in distruzione della società, la domanda implicita del suo lavoro mi sembra giusta: che cosa rende possibile una comunità? Una comunanza, una solidarietà fra gli uomini e anche con la natura? Qualche dubbio in più ce l’ho sulla risposta, che è l’abitare in piccoli centri, possibilmente isolati. Il problema, più che teorico, è empirico: il fatto è che conosco splendide comunità innestate nelle grandi città, e orribili e chiuse non-comunità che caratterizzano luoghi fatti di poche case. Scomodare la letteratura – che so, Silone – è inutile, e persino De Andrè, sono cose che conosciamo tutti. La risposta allora a questa giusta istanza è semplicistica, astratta, alla fine ideologica. Ancora una volta. D’altronde il poeta dice: “Molte poesie hanno un additivo intellettuale che i lettori non chiedono, come se il poeta avesse paura di non essere abbastanza sofisticato. Ma la poesia è un moto ondoso che viene dalla contentezza o dalla disperazione di un corpo, non è la gara a chi meglio conosce la metrica”. Niente additivi intellettuali, dunque. Rimaniamo nel “moto ondoso” del corpo.

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E vediamolo questo moto ondoso, per cercare di capire come funziona una poesia siffatta. Quando dice “Una goccia d’acqua/ potrebbe farti da vestito” nell’immediato mi colpisce (anche se io, che non sono molto serio, alla lettura di quei due versi ho pensato a Marilyn Monroe: «What do I wear in bed? Chanel N°5, of course») e penso: carino. Passato l’immediato, però, mi chiedo: “Ma cosa vuol dire?”. Poi mi accorgo che tutta la poesia di Arminio mi porta sempre sulla stessa soglia, l’intuizione di qualcosa da dire generata da un trucco linguistico, raramente un fuoco d’artificio, dietro il quale non so più cosa trovare: “In un giorno così puoi fare l’amore con l’aria, /col tempo che passa,/ non hai bisogno di spogliare una donna/ o di spogliarti”, carino, ma quindi? Il tema più forte è quello della natura, come dimostra il successo del libro precedente, poiché già da sempre per il poeta l’umanità non è solo prerogativa degli uomini, ma “appartiene/ anche agli animali,/ agli alberi, alle nuvole” e “Ogni uomo, ogni donna/ è un corpo celeste/ arato dal respiro”. Confermo, carino. Come dice una recensione “congiungersi con la natura può essere dichiarato simile al fare l’amore”: Se non c’è una bocca/ bacia un ramo” ed eccolo quindi l’altro grande argomento che fa cassetta, l’amore universale, la libertà dell’amore di tutte le sue forme. La perfetta ideologia moderna. Fa notare ancora una studiosa: sarebbe infatti presuntuoso pensare di astrarsi dal mondo in nome del proprio sentimento (“L’uno e il due/ sono presunzioni”). Ma alla fine siamo nel pieno del pensiero di moda oggi: ecologia, animalismo, panteismo moderno, amorismo libero, come chiamarlo? Questa non è originalità, è mainstream. Che fa vendere, è ovvio. Poi però occorrerebbe evitare tirate tribunizie para-marxiane come: “Il virus del pianeta è l’uomo delle prime file,/ i banchieri, i potenti mercanti/i più lesti tra i politicanti./ Nelle retrovie dell’umanità/ancora batte il cuore,/ la figlia va a trovare la madre/ e la madre teme che la figlia si ammali,/ il barbiere di pomeriggio/ non sa bene che fare,/ ora per lui è sempre lunedì”. Perché occorrerebbe far notare che essere pubblicati da un editore industriale e nazionale è pur sempre essere scelti da “l’uomo delle prime file”, quello che pubblica qualcosa se vende. Ma la continuazione della poesia svela anche il dispositivo generale: si tratta di evocare immagini che stimolano subito il livello sentimentale del lettore, il quale capisce subito, sente il moto ondoso dell’emozione, non impegna il pensiero ed è finita lì. Ecco, l’aggettivo che mi ritrovo più adeguato è “sentimentale” perché evidentemente per l’autore un approfondimento maggiore del pensiero ma anche nel vero corpo della poesia, che è la parola, è un’astruseria intellettuale di cui il poeta si deve sentire in colpa rispetto al lettore.

Dopodiché mi fermo qui. Mi sono già spremuto troppo per un libro che non capisco, sospettando che il motivo stia nel fatto che non c’è granché da capire. Ma non è questo che sento come fallimento: temo che avesse più ragione Beppe Grillo.

Gianfranco Lauretano