Che tremenda goduria la Francia pre-rivoluzionaria! Bordelli, incesti, spogliarelli e scandali a Versailles

Posted on Aprile 21, 2020, 10:41 am
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Nel 1700 i francesi fecero tramontare il teatro tragico e impegnato. Fiorì una vasta produzione teatrale clandestina: sul palcoscenico amori saffici, incesti, bordelli, pratiche sodomitiche, spogliarelli e nudi integrali. Cominciò la sventolare la bandiera del piacere. Anche la pittura accantonò i temi sacri e mitologici, dedicandosi sempre con maggior frequenza all’erotismo. Non solo su tela, ma anche in incisioni, miniature e tabacchiere, da esibire con un certo orgoglio. La cosiddetta privacy, con lo scambio proclamato di cortigiane e amanti, ebbe un colpo mortale. L’amore ovviamente non tramontò, ma avanzò fortemente l’idea dell’amore come lo scambio di due fantasie (amore e capriccio) e il contatto di due epidermidi. Questo, e molto altro, ci racconta un documentatissimo libro edito da Sellerio, Non mi attraggono i piaceri innocenti, di Francesca Sgorbati Bosi.

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Vigeva un clima di ambiguità, di per sé stesso un piacere: le donne dovevano sempre salvare le apparenze, e anche se il numero delle conquiste aumentava la loro fama, era sempre opportuno che la società sospettasse, senza avere certezze assolute. C’era la legge, è vero, e con gli aspetti più crudeli. Per esempio potevano essere chiuse in convento le mogli fedifraghe. Dati alla mano le recluse per tradimento erano pochissime. Quelle poi che erano molto ricche potevano tranquillamente ignorare la normativa. Si racconta che una straniera abbia chiesto al principe de Ligne da chi dipendevano a Parigi le buone reputazioni, il nobile rispose: «Quasi sempre da gente che non ne ha». Non mancavano a Parigi i poliziotti, espertissimi nel controllo di tutti, soprattutto nobili, stranieri e clero, ma preferivano intervenire solo per evitare scandali e disordini sociali. D’altra parte il cattivo esempio veniva dai reali. A corte facevano il bello e cattivo tempo i cortigiani. Nel 1748 Montesquieu, ne Lo spirito delle leggi, li descriveva così: «Sono ambiziosi eppure pigri; meschini eppure orgogliosi; vogliono arricchirsi senza lavorare, avversano la verità e ricorrono alla bassa lusinga, al tradimento, alla perfidia, rinnegano tutti gli impegni presi, disprezzano i doveri del cittadino, temono le virtù del principe e fanno affidamento alle sue debolezze, ridicolizzano continuamente le virtù».

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Ecco, Montesquieu centrava la caratteristica principale dei francesi del Settecento: il desiderio incoercibile e contagioso di ridicolizzare tutto.  Ma schiacciare il pedale sul ridicolo non bastava ancora, e allora si era alla ricerca dello scandalo. E se non si trovava uno scandalo, anche piccolo, lo si doveva inventare.  Scrive l’autrice di questo libro: «Si cominciò a ridicolizzare le virtù: l’amore, la fedeltà, il pudore, l’onestà, la famiglia, la lealtà… poi si schernì la religione». Per passare al trono, fino a demolirlo. «Forse questa voglia di scandalo era una forma di esibizionismo-voyeurismo, che potrebbe spiegare la facilità con cui gli uomini rendevano pubbliche le loro relazioni».  Insomma, a parte la fame, la miseria e l’abitudine di tiranneggiare, ben si comprende perché scoppiò la Rivoluzione francese.

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I soldi, nel paese limitrofo al nostro, scarseggiavano. Il regno dei vari Luigi era davvero in ginocchio per ripetuti inverni rigidissimi e piogge torrenziali, con le conseguenti carestie. Le casse del Tesoro erano pressoché vuote dopo anni e anni di guerre contro tutta l’Europa. Ciononostante Luigi XIV aveva raccolto a Versailles tutta la nobiltà per controllarla meglio, affascinandola, o abbindolandola con il lusso, ed elargendo incarichi lucrosi e pensioni da favola. Tutti, dunque, cercavano l’occasione per fare carriera. Molti ebbero fortune colossali e rendite sproporzionate. Molti si facevano corrompere, anche i magistrati, che incassavano tangenti per orientare i processi. I finanzieri si arricchivano con la riscossione delle imposte e delle tasse. Spessissimo la merce di scambio erano le cortigiane. Luigi XIV non era uso esibire urbi et orbi la sua prepotente virilità, accontentandosi di fugaci, e numerosi, amori ancillari, di nascosto da madame de Maintenon, sua sposa morganatica. «La lussuria» annota l’autrice del libro «si era solo coperta di un velo di ipocrisia e dietro una religiosità puramente formale ognuno faceva quello che voleva». Note le vicende, per esempio, di Luigi III di Borbone-Condé, che impersonava la depravazione. Filipppo d’Orléans si dette da fare, durante la minore età di Luigi XV, per salvare il regno dalla bancarotta. Lavorava moltissimo, pur sapendo di avere poche possibilità di successo. Nel tempo libero s’abbandonava al sesso e alla buona tavola con amici e amiche che chiamava “i miei pendagli da forca”. Pietro il Grande, pur uomo molto navigato, partecipò ad alcune cene, salvo poi decidere di rifiutare gli inviti.

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Luigi XV non tardò molto a scoprire le gioie del sesso e corteggiò a lungo la marchesa de La Tournelle. La donna “cedette” ponendo però precise condizioni: essere nominata duchessa e ottenere una somma tale da permetterle di spendere e spandere per anni e anni. Alla sua morte il re “offese” la nobiltà prendendosi come amante la borghese Antoinette Poisson, successivamente nominata marchesa de Pompadour. Di carattere forte, esercitò di fatto il ruolo di primo ministro per circa vent’anni. Non era molto portata all’amore, tuttavia assecondò le voglie di Luigi gestendo un “serraglio” (al Parc-aux-cerfs) di ragazzine, molte delle quali di bassa estrazione sociale.

Lorenzo Da Ponte, poeta, librettista e docente di italiano, in Così fan tutte, fa disegnare dalla cameriera Despina il ritratto degli uomini: «Mentite lagrime/ Fallaci sguardi/ Voci ingannevoli/ Vezzi bugiardi/ son le primare/ Lor qualità. E le donne? «Paghiam, o femmine/ D’ugual moneta/ Questa malefica/ Razza indiscreta;/ Amiam per comodo,/ Per vanità». Esagerazioni sulle dames galantes? Quel che diceva la serva Despina, era consigliato anche da Mozart. Si racconta che Marie-Renée, era ninfomane al punto da essere soprannominata “Madama ficcamelo”.

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Poi, immancabilmente, c’era la prostituzione. Ed era governata dalle donne: il potere le riteneva più astute, più abili e soprattutto più discrete. Le cronache e les memoirs dell’epoca raccontano più le tenutarie e le ruffiane che non i loro concorrenti maschi. Qua e là si mormorava che la polizia aiutava volentieri le donne di piacere a liberarsi da protettori troppo invadenti o da mariti prepotenti. Non è da escludere, in base a certi rapporti, che gli ispettori di polizia esigessero una tassa dalle ragazze di bordello. E si arricchivano. Così anche alcuni nobili che facevano prostituire le loro numerose amanti.

Pier Mario Fasanotti

*In copertina: Glenn Close, John Malkovich e Michelle Pfeiffer in “Le relazioni pericolose” (1988), il film di Stephen Frears ambientato nella Francia pre-rivoluzionaria