“Chi vuole sovvertire ciò che rimane dei valori tradizionali sono le entità sovranazionali, i moderni imperi come l’Unione Europea”. Ma… esiste una cultura di destra? Dialogo con Francesco Giubilei

Posted on Marzo 05, 2020, 11:03 am
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Si può sostenere, con una certa plausibilità, l’esistenza di un’egemonia culturale del mondo progressista a discapito del pensiero conservatore? La convinzione che i maggiori scrittori italiani siano, o siano stati, tutti di sinistra, non è una boutade ma una convinzione talmente diffusa che Giovanni Raboni la definì “una sorta di luogo comune”. Di questo, e tanto altro, ho discusso con Francesco Giubilei, editore e scrittore, ritenuto dalla rivista Forbes tra i giovani under 30 più influenti d’Italia.

Quando sento qualcuno lamentarsi della perdurante assenza di una letteratura di destra, penso a quanta ignoranza c’è oggi, chissà se ingenua o malevola, da parte di chi nega visibilità e attenzione ad autori di grande valore quali Mishima, Céline, Pound, d’Annunzio, Gentile, i molto trascurati Leo Longanesi e Giuseppe Prezzolini, l’editore Giovanni Volpe, i contemporanei Marcello Veneziani, Alain de Benoist, e te. È un lungo elenco, e chissà quanti geni non organici del secolo scorso abbiamo perso l’occasione di conoscere.  

Nel corso del Novecento in Italia c’è stata un’intensa attività culturale ascrivibile a un’area che potremmo definire di destra. Sebbene con questa parola si possono identificare idee e correnti tra loro divergenti in numerosi ambiti (politica estera ed economia su tutti) e la visione del mondo di un intellettuale liberale classico (ma non liberal, categoria che non appartiene alla destra) è diversa da chi si definisce di destra sociale, vi sono ancora oggi alcuni punti di contatto tra le diverse anime della destra. Nella società contemporanea il contrasto al politicamente corretto è uno dei principali esempi di collaborazione, esso infatti rappresenta l’evoluzione e l’attualizzazione dell’egemonia culturale teorizzata da Gramsci nei suoi Quaderni. Così, come in passato chi non era di sinistra aveva prelusi spazi e opportunità, lo stesso oggi avviene se si esprimono idee contrarie alla vulgata del politicamente corretto. Il “cordone sanitario” che venne invocato dal professor Pedullà nei confronti delle persone di destra, oggi assume nuove forme e modalità ma continua ad esistere. Eppure, alcune delle principali voci della cultura italiana sono ascrivibili al mondo della destra a partire dalla letteratura con un romanzo conservatore come Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa ad autori del calibro di Ennio Flaiano, Giovanni Ansaldo, Landolfi, Sgorlon, Piovene, Berto, Pirandello. Lo stesso dicasi per il giornalismo in cui, oltre al grande Montanelli, ci sono state figure come Piero Buscaroli, Gianna Preda, Nino Nutrizio. Non si può dimenticare il contributo alla filosofia italiana di Augusto del Noce o di Ugo Spirito, o l’attività editoriale di Giovanni Volpe, figlio di Gioacchino, di Alfredo Cattabiani, direttore editoriale di Rusconi, e dell’immortale Leo Longanesi. Percorsi che ho cercato di sintetizzare nel libro Storia della cultura di destra e la cui eredità oggi è portata avanti da associazioni, movimenti culturali, battagliere case editrici indipendenti e riviste che promuovono un’intesa attività per cercare di diffondere idee e valori che altrimenti farebbero fatica a trovare spazio. Un operato imprescindibile che deve andare di pari passo con la consapevolezza che è necessaria una destra in grado di aprirsi al dialogo e alla discussione con mondi che ancora oggi vengono osservati con scetticismo (penso al mondo delle imprese, ai ceti produttivi, a certi ambienti nelle relazioni internazionali) ma senza abdicare ai propri valori.

Un intellettuale, in quanto essere pensante, non può ritenersi super partes, e se lo dice sta mentendo. Anch’io, che mi vanto di fare letteratura d’intrattenimento, come uomo ho passioni e pulsioni politiche che inevitabilmente riverso nel mondo circostante attraverso il mio modo di agire, di rapportarmi agli altri, e questo mi caratterizza in un modo forte e preciso che trascende la scrittura. I presunti scrittori ‘equidistanti’ sono degli ipocriti.

Quanto la vita di uno scrittore influenzi la propria opera letteraria non solo in merito alle idee politiche o ideologiche ma anche per gli stili di vita, i luoghi e le persone frequentate, è un tema a lungo dibattuto nella teoria della letteratura. Consiglio la lettura del libro Rituali quotidiani di Mason Currey in cui sono descritte le abitudini, le usanze, i pensieri dei grandi della letteratura, della scienza, della musica e del cinema. È un modo per avvicinarsi alla vita degli artisti e comprendere in modo più completo le loro opere. Ho sempre considerato le biografie un grande genere letterario, nel mondo conservatore ci sono fulgidi esempi, penso al testo su Machiavelli di Giuseppe Prezzolini, alla biografia di Longanesi scritta da Montanelli e Staglieno ma anche alla monumentale biografia di Ernst Jünger di Heimo Schwilk. Un genere ancor più affascinante sono le autobiografie, ho da poco terminato la lettura delle Confessioni di un borghese di Sándor Márai, il principale narratore ungherese in cui descrive il tramonto della Mitteleuropa, uno dei periodi culturalmente più floridi della storia europea. Un’opera scritta poco più che trentenne così come Un uomo finito, l’autobiografia del giovane Papini. D’altro canto il genio non ha età. Le riflessioni degli autori possono lasciarci opere filosofiche profonde come le Confessioni di un impolitico di Thomas Mann. Che dire poi dell’influenza che hanno i luoghi nella vita di uno scrittore? Di recente Neri Pozza, casa editrice che sta svolgendo un raffinato lavoro di pubblicazione di autori ascrivibili a un’area culturale conservatrice (da leggere Vita da editore di Neri Pozza), ha dato alle stampe I luoghi del pensiero. Dove sono nate le idee che hanno cambiato il mondo di Paolo Pagani in cui si raccontano i luoghi dove si sono formati alcuni dei più importanti pensatori al mondo. Tra questi figurano le case degli scrittori che mi hanno sempre affascinato; il Vittoriale di D’Annunzio è senza dubbio l’esempio più noto ma gli esempi sono numerosi. Nella narrativa dannunziana ma anche nel decadentismo di Huysmans, l’estetica è un tema centrale così come la bellezza che caratterizza il pensiero conservatore come ci ricorda Roger Scruton nel suo libro Beauty. La casa museo di Mario Praz a Roma in tal senso è straordinaria. L’autore de La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica ha dedicato un volume alla propria casa pubblicato da Adelphi e intitolato La casa della vita, un testo straordinario da cui emerge il rapporto tra l’arredamento di un raffinato antiquario come Praz e la sua produzione letteraria (da leggere il libro in sua memoria edito da Italo Svevo). Un altro straordinario genere mai troppo considerato sono i diari degli autori (da poco ho acquistato il Diario in tre volumi di Prezzolini edito da Rizzoli), anche in questo caso Papini è un esempio con il suo Diario ma si potrebbero raccontare centinaia di autori che si sono cimentati nella scrittura di diari poi pubblicati postumi. Che dire poi dei carteggi? La teoria della letteratura non sembra aver preso troppo sul serio la scomparsa dei carteggi a causa delle email e delle nuove tecnologie, nel giro di pochi anni è venuto meno un genere letterario fondamentale per ricostruire la vita di un autore, come faranno in futuro i biografi?

Diego Fusaro ritiene che la dicotomia tra destra e sinistra sia obsoleta ma al tempo stesso non si possano cancellare dal dibattito politico quelle idee e quei valori che hanno caratterizzato le due ideologie. Tanto è vero che, nel presentare Vox, il suo nuovo partito sovranista, ha dichiarato di volere trovare una sintesi tra “valori di destra e idee di sinistra”. Una brillante intuizione o solo la speranza, un po’ cattocomunista, di passeggiare a braccetto con Peppone e Don Camillo?

Leggo con interesse le idee di Diego Fusaro con cui intrattengo un ottimo rapporto di discussione intellettuale esplicitato in tante conferenze a cui abbiamo partecipato insieme anche se spesso ho idee diverse dalle sue. Sebbene nell’attuale contesto politico parlare di sinistra e destra con le medesime definizioni del Novecento sia errato, vi sono alcuni elementi che continuano a rappresentare una differenza invalicabile tra le due visioni del mondo. L’errore che si compie quando oggi ci si approccia a queste categorie è fare un’analisi basata solo ed esclusivamente su valutazioni di carattere economico; se è indubbio che si sia creata una nuova divisione tra i critici della globalizzazione e i sostenitori di una società aperta basata su entità sovranazionali, è altrettanto vero che temi etici, visione della religione, concetto di nazione e di identità, rimangono ambiti che dividono in modo netto sinistra e destra. Se poi riteniamo di voler utilizzare termini differenti che possano essere più attuali al posto di destra e sinistra, poco cambia ma i valori che identificano queste due categorie politiche rimangono. C’è poi un ulteriore elemento che non deve trarre in inganno; mentre oggi la sinistra è in crisi, come spiega Luca Ricolfi nel libro Sinistra e popolo, la destra, anche da un punto di vista culturale, sta vivendo un momento particolarmente florido e sarebbe sbagliato negare o cancellare la propria storia in nome di un superamento delle categorie che si possono senza dubbio attualizzare ma senza dimenticare i valori alla base della destra che prescindono un singolo periodo storico.

Credi possa esserci spazio per un nuovo movimento letterario, magari costituito da scrittori che possano ascriversi al pensiero conservatore? E se pure questo spazio ci fosse, esiste la qualità? Credo che il problema principale delle correnti artistiche è, banalmente, l’inadeguatezza del prodotto. Tutti sono capaci di aprire una pagina internet, metterci un logo e lanciare proclami, ma poi, se non c’è la sostanza, la ‘ciccia’ letteraria, ecco che la montagna di buone intenzioni partorisce il topolino. Se ci pensi, l’ultimo movimento letterario capace di incidere nel contesto della sua epoca è stato il Gruppo 63. Era il tempo del primo album dei Beatles!

C’è spazio e necessità di una narrativa che sia in grado di affrontare i problemi della contemporaneità da una prospettiva conservatrice. Narratori che sappiano trattare con lucidità il tema dell’identità, della religione, della nazione non solo in una prospettiva denigratoria. Romanzieri che ambientino i propri romanzi nei borghi del centro Italia, nei piccoli paesi del sud, nelle campagne venete descrivendo ciò che rimane del piccolo mondo antico per parafrasare Fogazzaro. Una narrativa orgogliosamente italiana che sappia raccontare ciò che di positivo si è conservato della nostra tradizione, che vada oltre a scontati e melensi romanzi capaci solo di descrivere i nuovi quartieri multiculturali delle città italiane. Senza dubbio dovrebbe nascere un movimento letterario in grado di raccontarci l’Italia delle vecchie zie come ci direbbe Longanesi se fosse in vita. Ma si sente la mancanza anche della carica rivoluzionaria di un Berto Ricci o dell’esperienza fiumana con gli scritti di un Guido Keller o di un Mario Carli. Salvo rare eccezioni, che trovano voce nelle pagine culturali di alcuni quotidiani, anche la critica letteraria è in preda a un conformismo sconfortante e non è più in grado di proporre firme dello spessore di Ugo Ojetti o di Giovanni Piovene. Che dire poi di esperienze forse irripetibili come le riviste fiorentine dei primi anni del Novecento? Realtà come “La Voce” di Prezzolini, “Lacerba”, “Leonardo”, sono oggi un miraggio. Lo stesso, d’altro canto si potrebbe dire per l’arte, chi sono oggi i Sigfrido Bartolini o gli Ottone Rosai? Chi è in grado di incarnare la multidisciplinarietà di un Mino Maccari o di un Ardengo Soffici? Perché oggi in Italia non abbiamo un Houellebecq o uno Zemmour come in Francia? Eppure i narratori conservatori italiani nel Novecento hanno espresso un livello molto alto. Di recente il critico letterario Andrea di Consoli, che seguo con attenzione, ha pubblicato un elenco dei grandi scrittori italiani “storti, strambi, sulfurei, controvento, maledetti, del sottosuolo”: “Dino Campana, Emanuel Carnevali, Emilio Salgari, Marcello Barlocco, Massimo Ferretti, Giancarlo Fusco, Giuseppe Berto, Curzio Malaparte, Dante Virgili, Marcello Gallian, Dante Arfelli, Luigi Di Ruscio, Salvatore Toma…”. Gli ha fatto eco un altro raffinato critico come Gianfranco Franchi: “manca il portabandiera, Morselli, e manca l’aristocratico Landolfi; leverei Virgili (un bluff), aggiungerei l’esordio del bandito-scrittore Lo Presti”. Infine vorrei porre l’attenzione su un tema in cui ci sarebbe la necessità di un approccio da destra, ovvero la conservazione della natura e l’ambientalismo sottolineando la priorità di una battaglia per l’ambiente alternativa a quella proposta da Greta Thunberg e dall’ambientalismo ideologizzato dei Fridays for Future. Nei prossimi mesi ne scriverò ma c’è bisogno di un lavoro corale e organicizzato.

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Questa famosa frase, da molti attribuita a Massimo D’Azeglio, è quanto mai attuale. Il patriottismo, sentimento di devozione e lealtà per la propria nazione, è visto da molti italiani come un valore di parte o addirittura un retaggio fascista. Gli italiani parlano con orgoglio della propria città, della propria regione, ma sono privi dello spirito unitario tipico di altre nazioni.

Il tema della nazione e dell’identità nazionale diventerà sempre più centrale nel dibattito pubblico nei prossimi anni. In un contesto globale che fino a pochi anni fa sembrava andare nella direzione di entità sovranazionali con un potere sempre più centralizzato nelle mani di poche entità politico-finanziarie, dopo la crisi del 2008 è avvenuto un processo di rallentamento di alcune dinamiche della globalizzazione che sembravano essere ineluttabili. Così stiamo assistendo a un ritorno del concetto di nazione pur nelle singole specificità e differenze che caratterizzano ogni contesto nazionale. Fino al 1789 sono stati i grandi imperi a salvaguardare i valori tradizionali cari al conservatorismo; da una visione gerarchica della società alla difesa dei confini, dalla centralità della religione a una forte identità come collante tra i popoli. Dall’Impero Romano fondato sul mos maiorum al Sacro Romano Impero, dall’Impero Romano d’Oriente con Costantinopoli centro della cristianità ortodossa, fino agli Imperi prussiano e austroungarico, passando per la Russia degli Zar. Dopo la Rivoluzione Francese questo schema viene del tutto sovvertito e i grandi imperi iniziano una lenta ma inesorabile crisi con tentativi di contrasto come la Restaurazione, il Congresso di Vienna del 1815 e l’operato di Metternich. Con la prima guerra mondiale si concretizza la morte degli imperi tradizionali la cui parabola è sintetizzata alla perfezione dall’impero austroungarico e dal finis Austriae. Tra le cause, l’incapacità di promuovere una visione confederata confacente i tempi e l’emergere dei nazionalismi. Oggi succede l’esatto contrario. Chi vuole sovvertire ciò che rimane dei valori tradizionali sono le entità sovranazionali, i moderni imperi come l’Unione Europea, e chi si oppone a ciò sono le nazioni che rappresentano l’ultimo baluardo a difesa dell’identità. Va detto che nell’epoca dei grandi imperi c’è stato un momento storico in cui erano emerse piccole nazioni ante litteram, si trattava delle signorie e i ducati italiani. Anche in questo caso l’Italia aveva anticipato ciò che sarebbe accaduto secoli dopo, esperienze come la Serenissima di Venezia e le signorie dell’Italia centrale erano l’esempio migliore e più virtuoso di splendore culturale pur nella debolezza militare di molti Ducati vista la piccola dimensione. Oggi perciò non si può che essere favorevoli alle nazioni senza però dimenticare il contributo dato alla nostra civiltà dei grandi imperi nei secoli scorsi. L’unica entità nella società contemporanea che mantiene il carattere degli imperi tradizionali è la Chiesa Cattolica con la sua visione universalista che affonda le proprie radici in una storia millenaria che le nazioni europee devono lottare per conservare. Mi affascina molto in questa periodo il mondo dei Balcani, l’est Europa e l’oriente cristiano erede di Bisanzio. La storia dell’Impero romano d’Oriente raccontata magistralmente dallo studioso russo-serbo Ostrogorsky nel libro Storia dell’impero bizantino, così come l’esperienza di Bisanzio sintetizzata da Warren Treadgold in Storia di Bisanzio o le opere di Giorgio Ravegnani che per Il Mulino ha studiato la civiltà bizantina in varie sfaccettature, dal rapporto con Venezia all’Occidente medievale, sono temi che andrebbero approfonditi per conoscere il cristianesimo ortodosso (imprescindibile la lettura di Ortodossia di Evdokimov) ma anche per sottolineare la vocazione dell’Italia in proiezione non solo occidentale ma anche mediterranea e orientale. L’influenza italiana nell’area dei Balcani, il ruolo che possiamo avere all’interno dell’Unione europea verso i paesi dell’est Europa, la possibilità di essere una cerniera tra Stati Uniti e Russia, oltre al ruolo preminente nel Mediterraneo, sono gli elementi su cui deve formarsi una seria politica estera italiana che deve andare di pari passo con la conservazione della nostra storia e cultura, vero collante per un patriottismo italiano. L’Italia nasce dalle antiche civiltà preromane, dagli umbri, dagli etruschi, dai piceni, dai sanniti, dalle colonie della Magna Grecia, accresce la propria forza durante l’Impero romano e consolida l’identità cristiana nel medioevo. Durante il Rinascimento e nell’epoca delle Signorie torna ad essere la culla della cultura mondiale, per poi assumere un ruolo artistico e scientifico nel periodo del Barocco. Nell’Ottocento vive l’epopea risorgimentale, la lotta per l’unità, la formazione di uno stato nazionale, la prima guerra mondiale con la vittoria mutilata e l’irredentismo mai sopito. Poi affronta gli anni del fascismo, i morti della seconda guerra mondiale, il boom economico fino ai problemi della nostra epoca in cui lo spirito nazionale sembra aver abdicato al globalismo. Ma non tutto è perduto.

Francesco Consiglio