“Se ti attaccano sul piano personale significa che non trovano difetti in quello che fai. In ogni caso, io non mi fermo davanti a nessuno”: Francesca Totolo, la Dama Sovranista, dialoga con Matteo Fais

Posted on Giugno 04, 2019, 9:24 am
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Una cosa è certa, la gente non si fida più delle fonti ufficiali di informazione. Le masse hanno capito l’inganno istituzionalizzato e cercano disperatamente voci indipendenti, antagoniste, libere. Così Francesca Totolo catalizza tutta una popolazione stanca e rabbiosa – le “classi subalterne” schifate dal solito Gad Lerner di turno. Si tratta di quelli che non ne possono più delle ridicole prese in giro spacciate dalla propaganda di Stato e delle edulcorate favolette che i radical chic raccontano a uso e consumo di sé stessi. Tutta quella gente vuole la verità. Sono disgustati dai soliti giri di parole, dalle menzogne, e gli applausi partono con gioia liberatoria per questa giovane donna che dice pane al pane e vino al vino, smascherando senza paura il Potere. È un’umanità varia, delle più diverse età, quella che accorre alla presentazione cagliaritana del suo Inferno Spa (Altaforte, 2019). Sanno tutti dell’esclusione subita dall’editore al Salone del Libro di Torino e hanno sete di rivalsa. Da tempo seguono la Totolo su Facebook e Twitter, ma hanno voglia di vederla in faccia, di sentirsi meno soli nella convinzione che tante, troppe cose in Italia siano opache, mai chiarite, taciute per tenere calmi gli animi. Palesemente, loro non ci stanno e lei meno che mai.

Francesca, qual è la tua opinione su quanto successo ad Altaforte in occasione dell’ultimo Salone del Libro di Torino?

Apparentemente la censura è partita dal post di uno dei membri del comitato, Christian Raimo, per poi divenire un caso politico. È proseguita con Lagioia, portando successivamente tutta la Sinistra allineata a chiedere l’epurazione di Altaforte. In ultimo, è giunto il supporto istituzionale, ovvero la richiesta dell’ormai ex Presidente della Regione Piemonte, Chiamparino, e del Sindaco di Torino, Chiara Appendino. Malgrado ciò, continua a non essere ben chiaro come tutto abbia avuto inizio. Non si comprende neppure il motivo, visto che il testo incriminato di Chiara Giannini è una semplice intervista a Salvini. Non si fa un elogio dell’interessato. Sono cento domande a cui il Ministro dell’Interno ha risposto e nulla più. In realtà, a mio avviso, si è trattato di una scusa per non avere Altaforte al Salone. E ciò non tanto per la vicinanza di alcuni membri a CasaPound, ma perché il mio editore risulta scomodo ai sacerdoti del politicamente corretto imperante, in ragione dei libri che pubblica. Sì, direi che si è trattato di una scusa, una gigantesca scusa per giustificare una censura che non si era mai vista prima d’ora. Il che è ridicolo considerato che, nello stesso spazio che ha rifiutato Altaforte, campeggiava un gigantesco stand di una casa editrice dell’Arabia Saudita pieno di libri con donne velate in copertina. Eppure sappiamo benissimo cosa succede in quel Paese, con i diritti delle donne quotidianamente calpestati.

Quali sono i metodi che segui nella compilazione dei tuoi pezzi?

Di solito parto da una notizia, chiedendomi se sia tutto vero quello che è stato scritto in merito. Così inizia la mia attività di ricerca, un’attività che si svolge prevalentemente su Internet. Oramai il web è diventata la principale fonte di informazione – direi che questo è uno degli aspetti maggiormente positivi della modernità. Bene o male in esso è possibile rintracciare tutto o quasi, o almeno ciò che vogliono far rintracciare. Ecco, da lì inizia la mia analisi, da una curiosità. Poi entra in gioco la volontà analitica di andare fino in fondo, di non fermarmi mai al primo step di ricerca. Voglio sempre vedere oltre la narrazione diffusa e il politicamente corretto che insieme alle false flag e alle fake news, deforma la realtà dei fatti.

Hai avuto dei modelli giornalistici che ti hanno guidata nella tua attività?

Ho avuto diversi ispiratori, colleghi che hanno avuto il coraggio di esporsi e uscire fuori dal perimetro del politicamente corretto. Penso, per esempio, al mio direttore a “Il Primato Nazionale”, Adriano Scianca. Ma citerei anche Gianandrea Gaiani, una delle firme più importanti come reporter, con grandi competenze sulla Difesa e una strepitosa capacità di analisi rispetto a tutto ciò che concerne la guerra e i conflitti che si sono avuti negli ultimi anni. È difficile riscontrare una simile conoscenza in altri giornalisti. Un altro esempio di ottimo comunicatore e informatore è Giampaolo Rossi, oggi nel consiglio di amministrazione della Rai. Alcuni suoi articoli, soprattutto quelli che scriveva nel blog di “Il Giornale”, erano fantastici, un vero e proprio schiaffo al politicamente corretto, alla sinistra ipocrita e all’informazione a senso unico. Infatti ho ripreso un suo articolo del 2015 che parlava degli anni di piombo e di Ramelli, ma soprattutto dei cattivi maestri della sinistra. Gli stessi cattivi maestri che ritroviamo ancora adesso. Poi ovviamente c’è il bomber, come lo chiamo io, Vittorio Feltri, il padre del politicamente scorretto, l’unico a potersi permettere di dire, con la carriera che ha avuto, quello che gli pare.

La tua attività di comunicatrice e giornalista si muove molto anche a livello social. Ma esistono dei vincoli imposti alla libertà di espressione da questi media, malgrado tu sia riuscita a farti conoscere e arrivare a un vasto pubblico tramite essi?

I social sono un grande strumento di democrazia, perché permettono a tutti di parlare e ad alcuni, come è successo a me, di prendere il largo, per così dire. D’altra parte, dobbiamo però ricordare che sono guidati da privati che hanno quindi il potere di imporre e far valere delle regole molto arbitrarie. Auspicherei per ciò l’introduzione di una serie di norme, negli Stati dove questi sono presenti, per garantire un pluralismo che per il momento esiste unicamente in televisione e nelle testate – per quanto, anche in questi casi, solo in parte. Credo che simili garanzie dovrebbero essere estese anche ai social, visto che oggi sono uno dei principali strumenti di divulgazione e informazione. Per risponderti più chiaramente, dunque, non mi sento di dire che siano totalmente liberi. Basti vedere quanto accaduto a me, nel settembre scorso, dopo tutta la campagna di fango che mi hanno mosso i giornali del gruppo di De Benedetti, in relazione al caso di Josefa e delle sue unghie smaltate. A seguito delle segnalazioni incrociate, mi è stata chiusa la pagina Facebook, senza fornirmi alcuna spiegazione o possibilità di ricorso. Per fortuna mi sono rialzata, grazie alla pagina che avevo di riserva. Su Twitter, comunque, sembra esserci maggiore libertà. Si dice, però, che anche lì presto verranno poste degli ulteriori restrizioni.

L’argomento con cui ti sei fatta conoscere al grande pubblico è quello dell’immigrazione, a cui è dedicato anche il tuo libro, Inferno S.p.A. Da cosa nasce l’interesse per questa tematica?

Nasce principalmente dall’essermi resa conto che il popolo italiano era stato già per troppo tempo preso in giro. Ho cominciato così a documentarmi sulle rotte dei migranti nel Mediterraneo. A ciò è seguita un’attività di ricerca sulle singole ONG, sulla loro poca trasparenza, per esempio per quel che riguarda i finanziamenti. Molte, come sappiamo, sono finanziate da Soros, ma al contempo dai governi. Non si può quindi nascondere che, a mezzo di tali finanziamenti, questi ultimi esprimono un certo indirizzo politico. Direi che tutto per me è iniziato così, col proposito di cercare di fare il bene non soltanto degli italiani ma degli stessi migranti. Questi vengono spesso illusi nei paesi d’origine di trovare chissà cosa in Europa. Invece, se sopravvivono alla tratta – perché si parla sempre delle morti nel Mediterraneo, ma mai di quelle che avvengono nel deserto –, quando arrivano in Italia, è noto che situazione li aspetti. Anche quelli che vogliono recarsi al Nord, malgrado Schengen, trovano le frontiere chiuse. Restano allora in Italia da irregolari, senza requisiti per la protezione internazionale, e vengono così sbattuti per strada, costretti a delinquere. Alcuni vanno a ingrassare il caporalato che li sfrutta come schiavi.

Qual è la cosa più terribile che tu abbia scoperto in merito al fenomeno immigrazione?

È difficile fare un bilancio. Forse la cosa più terribile è stata scoprire chi vi si celato dietro e arrivare a comprendere il piano sotteso a essa – che naturalmente non è quello Kalergi. Si tratta di un qualcosa di molto più pratico e basilare. La volontà è quella di una sostituzione lavorativa che vada ad abbassare il costo del lavoro divenuto ormai troppo caro in Occidente. Perciò viene fatta arrivare una manodopera priva di pretese, che si accontenta di un tozzo di pane, una baracca, e non sa neppure dell’esistenza delle nostre tutele sindacali. Ciò comporterà, sul lungo termine, una destabilizzazione. Sappiamo bene che un Paese forte si basa di solito su una radice solida e un’identità chiara. Non per niente l’Impero Romano è stato spazzato via, quando ha iniziato a far entrare troppi stranieri e a essere troppo concessivo rispetto alla cittadinanza. In precedenza era riuscito ad assimilare. Il problema oggi è se queste popolazioni possano essere integrate, se siano assimilabili. Come è noto molti di questi migranti arrivano da Paesi con una cultura che, senza voler dire se sia migliore o peggiore di quella occidentale, è certo peculiare. Essa va difesa, anche a casa loro. Ma mi sembra chiaro che, pure quando vengono qua, molti rifiutano l’idea di diventare realmente parte della nostra società. Nasce così il conflitto, per quanto in Italia la cosa sia meno visibile perché abbiamo un’immigrazione giovane. Però, in quei Paesi dove è più datata, vediamo benissimo come vanno le cose. Penso alla Francia, l’Inghilterra, la Germania. Per non parlare di quegli Stati che hanno completamente aperto le porte come la Svezia. Abbiamo sentito tutti il servizio del Tg2, qualche giorno fa, e le critiche poi rivolte alla giornalista Manuela Moreno. In compenso è intervenuta anche l’ambasciata svedese in Italia per farci presente che da loro non sussiste alcun problema, va tutto benissimo, quando con evidenza non è così – sono le loro stesse televisioni a dirlo. Per capirci, lì è consigliato alle donne che fanno jogging di uscire accompagnate. Se continueranno così, il loro sarà un Paese perduto.

Si fa un gran parlare della questione femminile. La faccenda torna alla ribalta ogni volta che una donna viene pubblicamente linciata, per esempio sui social. A quel punto partono cori in sua difesa, come abbiamo visto nel caso dell’Onorevole Boldrini. Nella tua fattispecie però, pur essendo donna e non mancando certo di hater insultanti, scarseggiano i cori indignati in solidarietà.

Esattamente! Pensa che ho appena pubblicato un articolo mettendo insieme diverse immagini di migranti pubblicate dalle stesse ONG, da cui si evince chiaramente come questi non scappino da fame, guerra e tortura. Ho voluto così smentire il parallelo che viene spesso fatto tra i lager nazisti e i presunti lager libici. Mi sono permessa anche di taggare il Signor Gad Lerner e di citare la Senatrice a vita Segre. A quel punto, si è scatenato l’inferno. Lerner mi ha subito ritwittata, mettendomi praticamente alla gogna e facendo scatenare i suoi follower contro di me. Me ne hanno dette di tutti colori. Ma questo era già successo, anzi succede quotidianamente nei miei rapporti con certi esponenti ideologici della Sinistra. Capitò anche con Saviano. Li aizzano contro e loro arrivano in massa. Direi che questo è un fenomeno preoccupante, perché se è tollerabile la battuta di scherno, le minacce risultano decisamente pesanti. Io non mi spavento facilmente e certo non mi fermo di fronte a nessuno, però bisognerebbe porre un freno a simili eccessi, a prescindere da quale sia la loro provenienza. Dobbiamo capire che l’odio in rete è un problema e va combattuto per riportare il confronto politico a un livello accettabile. Ma c’è qualcuno che sta alzando i toni con liste di proscrizione, come l’ultima stilata dal sunnominato Lerner e pubblicata su “La Repubblica”, in cui vengono messi al bando tutti quei giornalisti italiani che la pensano diversamente da lui. È da lì che parte l’odio e la solidarietà, purtroppo, è spesso a senso unico.

Eppure, malgrado tutto, tu insisti nella tua battaglia perché è importante comunque perseguire la verità…

Se ti attaccano a livello personale è perché non riescono a trovare dei difetti in ciò che fai. Quando è uscito il mio libro, sono quasi sicura che ci siano state delle commissioni da parte della Sinistra che l’hanno passato ai raggi x, cercando qualunque virgola fuori posto. Non avendo trovato niente, si sono risolti a passare ai colpi bassi. Davvero, ci sarebbe la necessità di riportare il confronto sulle tematiche politiche, su uno scontro che possa dirsi intelligente. Purtroppo, però, come sappiamo, una certa parte politica è stata indottrinata dai cattivi maestri e questi stanno continuando a propagandare il loro cattivo pensiero.

Matteo Fais