Che cosa rimane di quello scapestrato dai capelli ricci e rossi? Viaggio a Zacinto sulle tracce di Ugo Foscolo

Posted on Agosto 24, 2019, 9:01 am
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Cosa rimane di quel giovane scapestrato dai capelli ricci e rossi al largo del mar Ionio? È il 1793. Niccolò Ugo Foscolo ha solo quindici anni (è nato il 6 febbraio 1778) ed è in trappola davanti ai cancelli di ferro del ghetto di Zacinto che lui e i suoi amici hanno divelto, a colpi di martello per liberare gli ebrei dalla quarantena. Lui impugna una lima ma è rimasto da solo, i suoi compagni sono rapidamente scomparsi. È solo al centro della piazza dell’Ascensione a Zakynthos, i soldati lo gettano in prigione ma poi, tutto sommato, vista l’età, la sua viene considerata una “scapestratezza giovanile”. Una delle tante. Nonostante la gracilità del fisico, ha un temperamento di fuoco, è il primo dei cinque figli dello stimato medico veneziano Andrea Foscolo e della bellissima greca Diamantina Spathis. La morte del padre nel 1788 lo coglie a dieci anni e così la madre Diamantina decide di trasferirsi a Venezia, dove il giovane Ugo la raggiunge nel 1793. Inizia così quell’esilio da Zacinto, isola che diventerà il simbolo del suo struggimento e dell’ideale di bellezza.

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A Zante, il monumento funebre che ricorda Ugo Foscolo. Il poeta nasce nell’isola greca il 6 febbraio 1778

A Zacinto strappava dai cespugli bastoncini di liquirizia, la “lakritzé”, mentre vaga da solo, orfano e malinconico, per l’isola, salendo verso l’altura di Mbochali, dove si trovano le fortificazioni secentesche segno della dominazione veneziana (che qui dura sin dal 1497). Dalla collina la vista spazia da Cefalonia al Peloponneso. E vicino qui, sul colle di Stranis, il grande poeta greco, Dionysios Solomos, all’ombra fresca degli alberi scrive “L’Inno alla libertà” musicato da Manzanis di Corfù, che diventa l’inno nazionale greco. Impossibile non pensare al desiderio di libertà che bruciava nell’animo di Foscolo che, oggi, con Solomos condivide la piazza a quest’ultimo dedicata (il piccolo busto in bronzo del poeta italiano senza braccia è a pochi metri dalla imponente statua marmorea di un vestitissimo Solomos che, nonostante i 40 gradi, indossa un cappottone abbottonato che tira sui fianchi, il mantello e le mani enormi che salutano piazza Solomos). Libertà che, per un breve effimero momento, l’appassionato Foscolo ha pensato potesse essere dono di Napoleone (a cui dedica le odi Bonaparte liberatore e Ai novelli repubblicani). Ma il Trattato di Campoformio (Foscolo si era arruolato nelle truppe della Repubblica Cispadana a Bologna) segna drammaticamente l’inizio del doloroso esilio, la tormentosa caduta degli ideali di patria e libertà, le “illusioni” di libertà, giustizia e amore a cui il suo alter ego Jacopo Ortis deve rinunciare amaramente.

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L’ossessione della morte conosciuta precocemente con la scomparsa del padre è il perno dei Sepolcri in una acme del suo pensiero e della sua poetica tra impeto romantico e nostalgia classicista. “All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne/ confortate di pianto è forse il sonno/ della morte men duro?”. Per arrivare alla porta della casa dove abitava un monumento funebre evoca una tomba ma è un cenotafio, le sue spoglie sono a Santa Croce a Firenze ma la suggestione di questo monumento è forte. Un bianco angelo piangente veglia sul sepolcro vuoto e sulle lettere greche che formano il suo nome. Il cenotafio è protetto da un breve recinto nero. Il cancelletto si può aprire, l’erba cresce rigogliosa e morbida, di un verde in contrasto con il biancore abbagliante del marmo dell’angelo. Sbuchiamo in via Foscolo (Odos Foscolou). Una lapide affissa sulla facciata della casa ricorda in greco e in italiano che quella era la casa del giovane Ugo Foscolo (“Oικία Oύγκο Φοσσκολο”). Le persiane verdi sono aperte, ma il museo è chiuso, sul vetro pieno di impronte digitali di una grande finestra bassa ci aggiungo le mie, non resisto al tentativo di guardare dentro una casa che finge di essere la casa di uno scrittore. Un tavolo di legno moderno ma di stile classico ben spolverato, due candelieri che reggono candele di color ambra, tre suoi libri in greco, alle pareti e su due cavalletti i ritratti del Foscolo, il rosso dei suoi capelli che non si vede nella statua. Un paio di eleganti poltrone in velluto pompeiano e un’ottomana contro il muro. Sopra la porta la bocca spalancata di un condizionatore. Faceva molto caldo anche a fine Settecento. Accanto alla porta di casa una bacheca con una comunicazione in greco: sabato 4 maggio scorso si sono tenute le elezioni per il nuovo consiglio di amministrazione, il nuovo presidente si chiama Φίλιππος Συνετός. La casa è piccola ed è ancora in piedi nonostante il terremoto. O forse è stata ricostruita magistralmente. In effetti alcune case sono ancora distrutte e ferite dalle scosse del 1953. Pochi gli edifici rimasti in piedi qui a Zacinto.

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Rileggo le date di nascita e morte e conto la sua età: 49 anni. Era a Londra, malato e inseguito dai creditori. Di tutti i suoi grandi amori restava la devozione di Floriana, sua figlia, che era con lui il 10 settembre 1827 quando, nei sobborghi di Londra, a Turnham Green, vagheggiò forse per l’ultima volta quella sua feconda Zacinto, cantata da Omero, che si specchia nel mare greco, da cui vergine nacque Venere. Quale bellissima spiaggia di Zante, “il fiore del Levante”, avrà scelto per venire al mondo?

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell’onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l’inclito verso di colui che l’acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Linda Terziroli