“Gli amori impossibili non possono essere spiegati o giustificati, si possono soltanto vivere e vivere fino alla ferita più incurabile”: su “Adesso tienimi” di Flavia Piccinni

Posted on Giugno 04, 2019, 10:13 am
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Adesso Tienimi è l’ultimo nato, o meglio rinato, in casa TerraRossa Edizioni. Un libro al quale non ci si può approcciare con leggerezza o per semplice svago. Le primissime righe ce lo dicono chiaramente: l’autrice, Flavia Piccinni, avvia la narrazione in un tono quasi giornalistico, dando ai lettori il suo recapito preciso e numero di abitanti della città, ma soprattutto l’informazione che il fidanzato si è ammazzato. E la Piccinni usa proprio questa parola, non suicidio o altri sinonimi, ma una parola precisa che porta già nel suono tutta la sua carica tragica, che racchiude rabbia e stasi insieme.

Adesso Tienimi è un libro che esplora veramente tutta l’adolescenza nel suo tratto più assoluto, ogni sensazione ed emozione vissute dalla protagonista sono prese e attraversate per intero. L’adolescenza è il periodo più delicato della crescita dove tutto può fiorire o essere spezzato per sempre: tutti ci ricordiamo gli eterni pomeriggi di attesa stesi sul letto, con le braccia allargate e la fatica fisica del sentire e mostrare le proprie emozioni, il senso di giudizio e privazione, di potenza e impossibilità. Non voglio dire che questo della Piccinni sia un libro sull’adolescenza ma parte dalla manifestazione delle emozioni assolute che questo periodo della vita contiene per arrivare a qualcosa di più profondo, che scava con le unghie dentro di noi e che ci rimane incastrato per sempre.

Ci sono dolori così profondi che diventano necessariamente privati: privati in due accezioni, sia nel senso di intimi che nel senso di privazione. Ogni parola quindi viene privata del suono, del suo tratto enunciativo, del potere comunicativo della confidenza. Martina, la protagonista, non parla mai del suo dolore, della sua perdita agli amici o ai genitori, nessuno sa cosa stia vivendo, quale taglio la stia inghiottendo. Martina ci rende partecipi del suo vissuto solo tramite la parola scritta, ci sceglie come confessori e come lettori subiamo la confidenza, la accettiamo passivamente senza poter chiedere niente.

E senza chiedere niente è arrivato per Martina un amore ossessivo, totalizzante e violento. Un amore nascosto e taciuto per la differenza di età, per il ruolo pubblico del compagno e per lo stato privato: suo professore, sposato con figli. La storia che tutti ci immaginiamo se pensiamo a un amore proibito e profondamente sbagliato. Ma tutti gli amori impossibili e segreti sono impronunciabili e intraducibili. Non si può spiegare a chi non abbia vissuto un amore torbido e sbagliato, almeno una volta nella vita, cosa ci sia di ancorante, cosa ci sia che trascina con forza senza rimedio alcuno. Martina lo fa, ci porta con lei nel suo percorso di disperazione e rinascita insieme, di un mondo fatto di attese con un senso del tempo dilatato dove anche nel momento di abisso più totale persistono però richiami alla vita, a quello che ci circonda e che ci sfianca. E allora arrivano i momenti dei pranzi collettivi delle festività coi parenti, delle cene con gli amici dei genitori, della necessità più o meno sentita di continuare ad alimentarsi, di non finire nell’eccesso di alcool e droghe pur sfiorando da molto vicino tutto questo.

Gli amori impossibili non possono essere spiegati o giustificati, si possono soltanto vivere e vivere fino alla ferita più incurabile. Sono amori che portano una libertà inaspettata, gli amanti non si possono chiedere niente eppure lo fanno, si chiedono tutto, si chiedono di essere veri almeno tra di loro, almeno nelle loro private ore di luce. Sono amori violenti, dove ci si possiede e si viene posseduti proprio perché non c’è alcuna foce di prospettiva, nessun lieto fine da realizzare, forse a volte neanche da immaginare. Flavia Piccinni ci spiega questo, spiega cosa vuol dire sentirsi una seconda scelta pur venendo comunque scelta. Ci porta in una dinamica relazionale torbida e violenta ma priva di giudizio morale, di una sessualità atroce e feroce rincorsa. Una adolescente che scopre il sesso in questo modo e per cui la consapevolezza della violenza arriva dopo, dopo persino il dolore fisico.

Flavia ci racconta anche una Taranto viva e piena di contrasti, una città fatta di vivi che vogliono vivere fino alla morte e di morti che continuano a vivere nelle urla strazianti delle comari alla processione di Pentecoste. Una Taranto che è difficile da immaginare se non ci si è stati almeno una volta. Tutto quello che ci arriva dalla cronaca, dalla televisione, penso ad esempio ai servizi sul disastro dell’Ilva, non è niente. Taranto è una città di una bellezza assoluta e stuprata, Taranto è come Martina, bellissima e violenta e senza stadi intermedi. Da Taranto o te ne vai o resti per sempre. In ogni caso ti porti dentro quella saudade, quella malinconia verticale e feroce che è propria di ogni adolescenza, di ogni tensione liberata e poi spezzata.

Clery Celeste