“Tu sai che influenza io abbia sui pazzi… ovunque, riconosco il torbido e il buio”. Una lettera di Gustave Flaubert

Posted on Marzo 15, 2020, 10:39 am
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Da una lettera inedita di Gustav Flaubert a Louise Colet (1852).

Cara Louise,

mi rincresce che la Salpetrière non abbia un colore più vecchio. I filantropi, rimettendo a lucido bagni, prigioni e ospedali, rendono tutto insulso come un seminario. Ricordo quando, sette anni fa, con il povero papà Parain, vidi delle pazze. Sedute e legate a metà del corpo nelle celle, nude sino alla cintola, tutte scarmigliate, dodici donne urlavano e si graffiavano il viso con le unghie. Io ne ero sconvolto. Ma è bene avere certe impressioni quando si è molto piccoli; da’ densità morale, energia, rilievo alle percezioni future, quando la realtà esterna entra in noi fino a farci gridare, quando il modello si imprime begli occhi come un marchio rovente, quando la verità ti trafigge come in queste abominevoli mostre della miseria umana, lo spirito vi si precipita sopra per divorare e assimilare.

Alla Morgue, dove un tempo avevo la smania di andare, chissà dove, ho immaginato drammi atroci. Quando ero piccolo, con mia sorella, ci arrampicavamo sul pergolato, sospesi fra le viti – il nostro guardino dava sull’anfiteatro anatomico dell’ospedale. Da lì guardavamo curiosi i cadaveri in mostra; vi batteva un sole accecante, le mosche si posavano su noi, sui fiori, sui corpi, poi tornavano a noi, sfiorandoci gli occhi.

Del resto, ho sempre avito una facoltà percettiva particolare, che mi fa riconoscere ovunque il torbido e il buio. Tu sai quale influenza io abbia sui pazzi e le singolari avventure che mi sono capitate in proposito. La mia malattia nervosa ne è stata solo un piccolo sintomo. Ogni attacco era un’emorragia dell’innervazione, una perdita seminale delle facoltà cerebrali, e miriadi di immagini erompevano in fuochi d’artificio. Sentivo l’anima strapparsi letteralmente dal corpo. Chi non ha vissuto questo, chi non è stato all’aria aperta delle sue passioni, ha una musa malata e scrive in quel pallido inchiostro che stinge coi secoli, come De Lisle. Un libro vero, un libro diabolico e forte, lo si intuisce dal vigore dei pugni che ci ha assestato e dal tempo che occorre per liberarsi dalla sua scossa.

Prendiamo Balzac, il Louis Lambert. Ho finito di leggerlo cinque minuti fa e sono folgorato. Se ti scrivo di lui, ora, lo faccio come di notte si accende la lampada quando si ha paura. Spero mi capirai: è strano capire anche per me. Louis Lambert è la storia di un uomo che diventa pazzo a forza di pensare cose intangibili. Questa storia mi si è aggrappata con mille uncini alla pelle: parlarne è sentire gli aghi bruciare fino alle ossa.

Ricordi che ti ho parlato una volta de progetto di un romanzo metafisico, dove un uomo, a furia di pensare, arriva ad avere allucinazioni, e poi gli appare il fantasma del suo amico, e l’idea riprende forma. Ebbene, questa c’è, in Louis Lambert, e il romanzo ne è la prefazione. L’eroe vuole castrarsi per una specie di mania mistica. Io, te lo confesso, a diciannove anni fui afferrato dalla stessa idea con un’intensità imperiosa.

Da allora restai per due anni senza vedere una donna. C’è un momento in cui si ha bisogno di far soffrire se stessi a morte, di odiare la propria carne, di gettarle fango in viso. Senza l’amore per la forma avrei tempo disprezzato il corpo e sarei diventato un grande mistico. Ma il corpo mi è rimasto lì, chiuso nella pagina bianca con le mani spezzate e la testa in fiamme. E poi, gli attacchi nervosi: la coscienza che salta via, come il sentimento della vita, e ti lascia quasi morto. Io so cosa significa morire. Ho sentito spesso fuggirmi l’anima dalla carne: è come quando il sangue ti fluisce dalle vene.

Questo diavolo di libro mi ha dato la stessa sensazione. Ho sognato me stesso tutta la notte: ero Louis Lambert. Ho sognato il castello della Roche-Guyon, dietro Croisset, e mi stupivo di non essermene accorto prima. Mi hanno svegliato portandomi la tua lettera. Poi mi sono riaddormentato e ho sognato dei leoni: un battello conduceva il serraglio ruggente sotto le mie finestre.

Ti assicuro che ho molta paura. Oggi mi sento vicino alla follia. Però, mettendomi al tavolo per scriverti, guardando la carta bianca, mi sono calmato. Da tre mesi sono in uno stato di singolare esaltazione: alla minima idea che sta per arrivarmi, provo un brivido, come il sibilo delle unghie sull’arpa.

La Spirale: ecco il titolo del mio libro futuro. Sempre, e comunque, un libro. Ma perché? È un’ossessione. Serbare il midollo del cuore per dosarlo a minuscole fettine, mettere il succo delle passioni in bottiglie, preservare il residuo prezioso che nutrirà la posterità. Non è terribile? E cosa perdiamo con questo incapsulamento dell’eternità, con questa domestica voglia di mettere canfora nei cassetti e negli astucci che conservano i polverosi manoscritti? Non perdiamo forse così, per sempre, il libero fluire del cuore?

Eppure mi lambicco, umiliato dall’impotenza. Sono oppresso. MI rigiro fra gli angoli del mio studio senza riuscire a scrivere una riga, senza poter trovare un pensiero. Il libro mi tortura al punto che ne sono fisicamente ammalato. È da tre settimane che ho dolori da svenire: mi tormenta un senso di oppressione e a tavola mi viene voglia di vomitare. Credo che oggi mi sarei impiccato con piacere, se l’orgoglio me lo avesse permesso. A volte vorrei mandare a puttane tutta la Bovary prima di ogni altra cosa! Che idea infelice prendere un soggetto simile! Io sì che conosco le sciocchezze dell’arte!

Bovary c’est moi, ma non diciamo stronzate!

Lo stile – c’est moi.

C’è, in ogni libro, oltre le torture dello stile che strema e consuma, quella frase inebriante che devo trovare e che, ogni volta, a scriverla, gonfia il cuore e dissolve tutti i terrori, quella frase che è la vita stessa. Una volta trovata, il corpo smette di essere un fagotto di biancheria imputridita, la mano uno strumento di masturbazione, la penna un povero cazzo inflaccidito, e con suono limpido e perfetto fluisce, magica, musicale, sinuosa, quasi ovvia – la parola!

Gustave

*La cura del testo è di Marco Ercolani