“Lui è incline alla megalomania, io alla malinconia”. Fitzgerald e Hemingway: un’amicizia tormentata

Posted on Settembre 27, 2020, 7:39 am
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Due dei più grandi romanzi americani di tutti i tempi – Il Grande Gatsby e Fiesta – vennero scritti da due amici strettissimi, come Fitzgerald e Hemingway, alle prese con una vita da espatriati nella Parigi del dopoguerra e pubblicati nel biennio 1925/26. Entrambi sono stati scrittori emblematici della letteratura americana, entrambi intenzionati a rappresentare il destino infelice di chi rincorre una donna. Gatsby ucciso a causa della sua infatuazione per Daisy da una parte e Jake Barnes ridotto alla catatonia dalla voluttuosa Lady Brett Ashley.

Se letti insieme, i due romanzi svelano vicendevolmente la tragica visione del mondo che avevano i rispettivi autori. Nonostante le differenze personali e artistiche, i due libri mostrano la raccapricciante proiezione che Fitzgerald e Hemingway avevano di sé stessi. Il primo, un romantico arso dalla passione, il secondo, altrettanto romantico ma incapace di amare liberamente, entrambi ispirati dalla ricerca dell’amore vero. Anche se l’amicizia fra i due si interruppe dopo poco, rimase comunque un rapporto importate che continuò a influenzarli profondamente.

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Francis Scott Fitzgerald aveva frequentato Princeton; a quei tempi si concentrava sulla scrittura di musical senza successo. Abbandonato il college, salì alle luci della ribalta con Di qua dal Paradiso (1920) e poi con Belli e Dannati (1922), ma come lui stesso sapeva, questi e altri testi scritti per il Staurday Evening Post erano superficiali. Nel 1925 a Parigi, incontrò per la prima volta Hemingway. Di tre anni più giovane e ancora in rampa di lancio, Ernest invidiava il successo, la fama e la vita (anche sessuale) di Fitzgerald. Tuttavia, quello sicuro di sé fra i due era senz’altro Hemingway, mentre Fitzgerald era costantemente tormentato dai dubbi.

Fitzgerald presentò Hemingway alla Scribner’s aiutandolo ad affermarsi e mentre Hemingway stava diventando il suo principale rivale artistico, Fitzgerald lo elevava a eroe ideale. Hemingway era virile e atletico, reggeva l’alcol e aveva combattuto. Era di una spanna più alto e venti chili più pesante. Hemingway era la versione letterata dei giocatori di football che Fitzgerald ammirava al college. Gli altri della sua cricca, come lui, avevano frequentato università altisonanti: Harvard, Yale, etc. Hemingway invece – come Conrad, Kipling e Orwell – si era formato destreggiandosi nella violenza del mondo reale. Se Hemingway era ammirato per la sua forza, Fitzgerald era amato nonostante la sua debolezza.

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Parallele ma al contempo incidenti, le biografie dei due autori si incontrano partendo dai capi opposti dello stesso gomitolo. Fitzgerald: di famiglia irlandese e cattolica, figlio di un padre inetto e di una madre dispotica; femminile nei tratti del volto e gracile di corporatura; trascurabile sottotenente all’interno dell’amministrazione durante il periodo di leva. Si sposò nel 1920 dopo il primo successo letterario e con la moglie, Zelda Sayre, si trasferì a Parigi. Il suo stile era lirico e accattivante. Era prono all’alcolismo tanto da umiliare sé stesso in pubblico. Adorava l’amico Gerald Murphy, pittore a tempo perso e figura ispiratrice di Dick Diver, protagonista di Tenera è la notte.

Hemingway, dal canto suo, nacque nella periferia di Chicago da famiglia protestante. Il padre era dottore e amante della vita all’aperto. Hemingway accusava la madre di aver portato al suicidio il padre, totalmente sottomesso. Dopo le scuole superiori iniziò a lavorare come giornalista a Kansas City e qui ebbe il suo imprinting con la fiction. Era un ragazzo bello e forte; eccelleva nello sci, sapeva tirare di boxe e praticava con successo la caccia e la pesca. Non ancora ventenne, diventò volontario per la Croce Rossa sul fronte italiano, qui, sebbene gravemente ferito alle gambe da un proiettile, riuscì a soccorrere e salvare un compagno caduto. Tre anni più tardi sposò Hadley Richardson, una donna nettamente in contrasto con la bellissima Zelda. I due si trasferirono a Parigi nel ’22, ed Ernest iniziò a lavorare come corrispondente estero per il Toronto Star. Parallelamente iniziò a scrivere anche per riviste intellettuali e per la stampa indipendente. Lo stile di Fiesta è asciutto e brusco. Sapeva darsi un contegno anche in preda ai fumi dell’alcol e riteneva Geral Murphy un fannullone e un superficiale.

Altruista e sognatore, cauto e avverso al rischio, Fitzgerald conduceva una vita da celebrità. Aveva in odio i francesi e non studiò mai una lingua straniera. La moglie Zelda aveva una distruttiva ossessione per il balletto e soffrì di varie nevrosi. Il successo di Fitzgerald si esaurì in fretta, quando la critica accolse malamente il suo romanzo più ambizioso: Tenera è la notte. Negli anni ’30 si diede alla sceneggiatura, ma si rivelò un’esperienza infruttuosa. Concluse la sua vita in povertà e, colto da un attacco di cuore all’età di 44 anni, morì dopo una vita dissoluta.

Contrariamente, Hemingway era competitivo, egoista, un realista convinto. Era irascibile e amava le situazioni violente, lo sport e la guerra. Alla ricerca costante del proprio limite fisico e morale, ebbe una vita piena di rischi e di infortuni. Si esaltava per la corrida. Imparò l’italiano, il francese lo spagnolo e il tedesco; visse a Cuba, in Africa e in Asia. Partecipò alla Guerra Civile Spagnola e rifuggiva le luci di Hollywood.  Dopo il successo nel 1929 con Addio alle Armi e nel 1940 con Per chi suona la campana, iniziò la sua parabola discendente, tuttavia vinse il Nobel nel ’54. Dilaniato dalla depressione, morì suicida nella ricchezza all’età di 61 anni. Festa Mobile è il suo capolavoro postumo: un’aspra critica a Fitzgerald e gli altri artisti espatriati degli anni ’20.

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Hemingway e Fitzgerald si conoscevano nell’intimo e riconoscevano reciprocamente virtù e difetti dell’uno e dell’altro. Fitzgerald pensava che Hemingway fosse oppresso dal rapporto con la madre e che ancora si stesse “ribellando al fatto di essere stato costretto a prendere lezioni di violoncello quando era bambino”. Lo aiutò a entrare nell’editoria che contava; come una sofisticata guida lo condusse verso la terra promessa. “Se lo senti parlare, penserai che la Liveright gli abbia svaligiato casa, ma è solo perché non sa niente di editoria,” disse di Hemingway al suo editore Max Perkins, “ma vedrai che non potrai resistergli: è una delle persone migliori che abbia mai incontrato”. Ernest invece, nonostante non esprimesse mai un giudizio positivo sulle opere dei suoi colleghi avversari, definì Il Grande Gatsby “un libro di prim’ordine”. Il romanzo di Fitzgerald è infatti una miscela letteraria perfetto: trama complessa fatta di adulterio, crimini e assassinii, conflitti di classe, satira sociale; un’ambientazione opulenta e un’atmosfera romantica; sogni infranti e uno stile tanto fresco da sembrare attuale dopo quasi un secolo. Gatsby esce dal suo eremo di ricchezza e si concede alla plebe per attrarre Daisy, un’irraggiungibile femme fatale intenta a plasmare la figlia nei suoi stessi difetti. “Spero sia anche stupida” – diceva – “È la cosa migliore per una ragazza in questo mondo: essere una bella oca giuliva.” Gatsby, annebbiato dal sentimento, è incapace di cogliere l’ironia del suo status, che gli permette di ottenere tutto ciò che vuole tranne Daisy, tenuta al guinzaglio dal vile, meschino e adultero marito.

Il senso di perdita sviscerato ne Il Grande Gatsby influenzò profondamente Addio alle armi, tanto da spingere Hemingway a chiudere il suo libro con una frase di Nick Carraway, il narratore inventato da Fitzgerald: “poi me ne uscii dalla stanza e scesi per la scala di marmo, sotto la pioggia, lasciandoli insieme”. In molti si fecero ispirare dal capolavoro di Fitzgerald: l’immagine del cadavere di Gatsby rivolto nella piscina è stata ripresa nel film Viale del tramonto di Billy Wilder; mentre Myrtle Wilson ha ispirato Charlotte Haze, personaggio chiave di Lolita, l’iconico libro di Nabokov. E se Gatsby influenzò tanti, Fitzgerald si fece influenzare proprio da Hemingway ancor prima di incontrarlo: lo stesso Nick Carraway in fin dei conti è la fusione fra Hemingway e il suo stesso idolo, Nick Adams. Ma l’intricato gioco di echi fra i due autori continua con Fitzgerald che ripone i valori morali del Midwest in Carraway e lo contrappone a Tom Buchanan, antagonista virile di Gatsby; mentre in Fiesta Hemingway crea contrasto fra l’instabile morale degli statunitensi fuori sede espressi da Jake Barnes e il suo rivale virile, il torero Pedro Romero.

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I temi de Il Grande Gatsby riecheggiano continuamente in Fiesta. Inizialmente rifiutato da Daisy per la sua condizione economica sconveniente, Gatsby passa la maggior parte della sua vita a conquistarla. “Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può!” si chiede e si risponde da solo mentre parla con Nick. Specularmente, Barnes e Brett vorrebbero scappare dal proprio passato piuttosto che ripeterlo. Entrambi i romanzi fanno satira sociale. All’incoraggiamento a Gatsby da parte di Carraway “Loro sono marci… Tu da solo vali più di tutti loro messi insieme,” fa eco la condanna di Bill Gorton contro gli espatriati in Fiesta: “Ti stai ammazzando col bere. Ti fai ossessionare dal sesso. Passi il tuo tempo parlando, invece di lavorare”.

Negli anni ’20 Hemingway ammirava Fitzgerald, ma più lo conosceva e più diventava critico nei suoi confronti. I problemi cominciarono prima della pubblicazione di Fiesta: Fitzgerald consigliò a Hemingway di tagliare i primi due capitoli, riducendo drasticamente le informazioni di contesto sui personaggi. Anche se Perkins, l’editor, si oppose a questa scelta, Hemingway decise comunque di toglierli, salvo poi mostrarsi seccato nei confronti del giudizio del collega-amico. Un secondo screzio fra i due ci fu quando, nel giugno del ’29, Fitzgerald si scordò di chiamare la fine di un round nell’incontro di pugilato fra lo scrittore canadese Morley Callaghan e lo stesso Hemingway. Quando il primo mandò l’americano al tappeto, Fitzgerald si svegliò di soprassalto giustificandosi “Santo cielo! Dovevo suonare la campanella un minuto fa”. “Allora, Scott,” si infuriò Hemingway “se vuoi vedermi gonfio di botte, dillo e basta. Non dire però che ti sei sbagliato”.

Mentre Fitzgerald rimase fedele alla sua Zelda anche durante le nevrosi, Hemingway ripudiò tre mogli e complicò la vita alla quarta. Con acume, Fitzgerald profetizzò in tempi non sospetti che Hemingway necessitasse del tormento di un divorzio e dell’eccitazione di un nuovo matrimonio per foraggiare il suo genio creativo. Disse a Callaghan che, secondo lui, Ernest aveva bisogno di una nuova donna per ogni successo letterario. Una per Fiesta e Pauline per Addio alle armi. “Se scriverà un altro libro, penso che lo vedremo con un’altra moglie”. E fu proprio così con la sua terza moglie, Martha Gellhorn, che sposò mentre scriveva Per chi suona la campana.

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Indirettamente, Fitzgerald fa riferimento a Hemingway ne Il Crollo, un saggio autobiografico pubblicato in tre parti su Esquire. Fitzgerald conferma le critiche ricevute da Hemingway e le approfondisce; come lui, anche Fitzgerald crede che la vita debba essere dominata per poter combinare qualcosa di buono, mentre lui si sentiva dominato dalla vita e per questo era crollato. Nelle sue insicurezze, Fitzgerald elenca quattro uomini che hanno incarnato le sue coscienze esterne: lo scrittore Edmund Wilson e l’amico di gioventù Charles “Sap” Donahoe rappresentavano la sua coscienza morale; Gerald Murphy, che aveva vissuto una vita all’insegna dell’edonismo in Costa Azzurra, era la sua coscienza sociale; e Hemingway – che pur da adulto aveva definito un missile teleguidato, ma senza una guida – nella sua versione più acerba, rappresentava la sua coscienza artistica.

Hemingway ha sempre avuto dei grandi maestri che gli hanno insegnato tutto. Dal padre e da Philip Percival apprese la caccia e la pesca; da “Chink” Dorman-Smith, eroe della Prima Guerra Mondiale, le strategie belliche; da Lincoln Steffens il giornalismo; imparò la politica osservando Georges Clemenceau e Lloyd George; mentre la scrittura leggendo Tolstoj, Kipling e Stephen Crane; il gusto per l’arte lo prese da Picasso e Mirò.

In una lettera a Perkins, Fitzgerald paragonò il proprio processo creativo a quello di Hemingway: “ogni risultato che ho ottenuto mi è costato fatica, mentre Ernest ha un tocco di genio che gli permette di tirar fuori cose incredibili senza il minimo sforzo”. Confessò all’editore che avrebbe voluto coltivare un’amicizia con Hemingway, avrebbe voluto “assorbire un po’ di quelle qualità che rendevano Ernest così attraente, e appoggiarsi a lui, come su di un solido bastone, nei momenti psicologicamente difficili”. Tuttavia, questo suo ultimo desiderio non venne mai esaudito e dal velenoso amico ricevette sempre più critiche che premure. Nel 1936, Fitzgerald ammise di non poter più incontrare Hemingway dopo che il loro rapporto si era disastrosamente capovolto. Tuttavia, con l’ennesima tragica profezia, avvicinò ancora una volta la propria figura a quella di Hemingway, come le due facce della stessa personalità bipolare: “Non è meno nevrotico di me, ma lo manifesta diversamente. Lui è incline alla megalomania, io alla malinconia”.

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In diverse occasioni Fitzgerald aveva deriso Hemingway per via della sua fallimentare esperienza da studente di violoncello, così questi lo attaccò per la sua discendenza irlandese, comunemente associata alla servitù. “Era un uomo che sembrava un ragazzo con un viso tra il bello e il grazioso. […] Aveva una delicata bocca irlandese con labbra allungate che in una ragazza sarebbe stata la bocca di una bellezza. […] La bocca ti inquietava fino a che non arrivavi a conoscerlo e dopo ti inquietava ancora di più,” poiché faceva presagire una decadenza androgina. Per criticare gli ambienti sociali frequentati da Fitzgerald e per segnalarne la superficialità, l’opulenza, la superbia e la propensione al vizio, Hemingway descrisse ciò che pensava fosse il paradiso per Fitzgerald: “un bellissimo vuoto riempito da monogami abbienti, potenti e provenienti dalle famiglie migliori, tutti che si ubriacano fino ad ammazzarsi”. Hemingway disprezzava il culto della giovinezza, l’ingenuità sessuale, l’autocommiserazione, la venalità e la mancanza di determinazione di Fitzgerald. “È saltato dall’infanzia alla senilità senza passare dalla maturità”. Senza troppi giri di parole, gli disse che non era più in grado di produrre qualcosa di valido perché si era chiuso nel suo narcisismo: “Hai smesso di ascoltare molto tempo fa. Ascolti solo le risposte alle tue domande… è da lì che viene tutto. Vedere, ascoltare. Tu vedi bene, ma hai smesso di ascoltare”.

Nessun amico fece per Hemingway quanto Fitzgerald. Oltre a presentarlo a Scribner’s, gli prestò denaro quando era in difficoltà, lo ospitò nella casa al mare quando il figlio John era malato e si precipitò dal Delaware a Philadelphia per dargli i soldi necessari per raggiungere Chicago dopo il suicidio del padre. Ma Hemingway, che era fiero della sua indipendenza e odiava i vincoli, litigava spesso con chi gli stava vicino. In soli due anni, passò dal dichiarargli il profondo apprezzamento per il loro rapporto al risentimento a causa del suo etilismo fuori controllo. “L’ultima volta in cui eravamo a Parigi, ci ha fatto cacciare da un appartamento e si caccia sempre nei guai. (Insultava il padrone di casa, ha pisciato nel porticato e ha tentato di buttare giù il portone d’ingresso dalle 3 alle 5 del mattino)… voglio molto bene a Scott, ma lo dovrò picchiare prima di farci cacciare un’altra volta; ho paura di ammazzarlo”.

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“Sembra che per lui sia motivo di orgoglio accettare senza vergogna la sconfitta… Aveva un talento straordinario, ma l’obiettivo è metterlo a frutto e non piagnucolare in pubblico,” scrisse Hemingway sempre a Perkins condannando il patetico autoritratto presentato da Fitzgerald ne Il Crollo. Si sentì in diritto di criticarlo pubblicamente visto che Fitzgerald si era già esposto da solo. E così fece ne Le nevi del Kilimangiaro, pubblicato su Esquire appena tre mesi dopo Il Crollo. Infatti, Harry – scrittore fallito – amaramente si dice “Ripensò al povero Scott Fitzgerald e alla sua romantica soggezione verso di loro… Pensava che fossero una razza speciale, seducente, e quando scoprì che non lo erano questo fu, fra gli avvenimenti che lo frantumarono, in nulla inferiore agli altri”. Hemingway sapeva che l’autodistruttivo Fitzgerald non era caduto in disgrazia a causa dei ricchi che aveva criticato ne Il Grande Gatsby.

Quando Zelda entrò nel suo calvario psichiatrico, Scott divenne sempre più vulnerabile, ma questo atto della querelle con l’amico Hemingway lo fece precipitare ancora di più, tanto che tentò il suicidio per overdose di morfina. Un episodio che non solo rivelò tutta la sua fragilità, ma anche il potere di ferirlo che Hemingway aveva. Nonostante nella versione per l’editoria dello stesso racconto, Ernest decise di cambiare il nome di Fitzgerald in “Julian”, ormai il danno era fatto. È difficile vederci del buono in questa storia, ma l’episodio permise a Fitzgerald di assorbire un po’ del senso di colpa che Hemingway provava per essersi venduto al mercato mainstream e nonostante l’umiliante trattamento riservatogli, Fitzgerald continuò ad ammirare colui che comunque percepiva come un amico che cercava di aiutarlo.

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Nell’opera postuma di Hemingway, Festa mobile, l’americano descrive Fitzgerald come una persona avversa agli stranieri, infantile, inopportuna, prodiga e irresponsabile, litigiosa e irritante, una puttana artistica distruttrice del suo talento. La descrizione è poi suffragata da alcuni aneddoti, come quello sulla macchina abbandonata a Lione per cui chiese a Hemingway di accompagnarlo in treno, salvo poi perdere la corsa. Nel libro, Hemingway rincara la dose, questa volta dipingendolo come un ipocondriaco autocompiacente ai limiti del grottesco, che interferiva persino con il suo di lavoro fino ad umiliarsi chiedendogli di giudicare la prestanza del suo pene, dato che Zelda aveva espresso una certa frustrazione sessuale nei suoi confronti. La voluttuosa Zelda era l’arcinemica di Hemingway; lui la incolpava di aver distrutto Fitzgerald. “Credo che il 90 per cento dei suoi problemi siano colpa di Zelda,” scrisse sempre a Perkins. In Festa mobile “Zelda era molto gelosa del lavoro di Scott […] Cominciava a lavorare e non appena si metteva a lavorare bene Zelda cominciava a lamentarsi che si annoiava e lo tirava fuori per andare a qualche party di avvinazzati”. In modo ancor più serio, Hemingway condannava l’ex amico per aver permesso alla moglie di tradirlo con l’avvenente aviatore francese Edouard Jozan. All’opposto, le compagne di Hemingway lo avevano adorato e servito durante le rispettive relazioni; solamente Martha ad un certo punto decise di concentrarsi sui suoi interessi personali.

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Ne La breve vita felice di Francis Macomber, Hemingway si ispirò a Zelda per il personaggio di Margot. Come lei, era bellissima e aveva un carattere orrendo. Margot è descritta come una donna crudele, predatoria e molto seducente, in grado di annichilire o spezzare i propri uomini. Come Zelda, anche Margot tradisce il marito con Robert Wilson, la guida safari che hanno contrattato. Zelda provò a distruggere Fitzgerald; Margot uccide il marito che da poco era riuscito a trovare un po’ di autostima. Ne La breve vita felice di Francis Macomber, Hemingway prende in prestito un altro momento topico de Il Grande Gatsby. Infatti, entrambi i protagonisti vivono un picco emozionale e un momento di euforia totale. Gatsby quando Daisy si confessa durante la sua prima visita alla sua villa. Macomber quando riesce ad uccidere il Bufalo che lo stava caricando, redimendosi dall’aver provato paura di fronte al leone.

Alla fine, Hemingway ha avverato le profezie di Fitzgerald finendo per assomigliare sempre più tragicamente al suo vecchio amico. Accecato dalla ricchezza e convertitosi in una celebrità, anche Hemingway ha costruito attorno a sé un personaggio leggendario ben più noto della sua opera. Anche lui è rimasto bloccato come scrittore, anche lui ha fallito nel matrimonio e si è rifugiato nell’alcolismo; anche lui ha avuto il suo “crollo”. Malato, depresso, alla fine si è sparato in bocca con un fucile. Fitzgerald, apparentemente più debole, è sopravvissuto alla povertà e all’abbandono negli anni ’30, ma riuscì a pubblicare il suo miglior libro nel 1934: Tenera è la notte.

Jeffrey Meyers

*L’articolo è pubblicato originariamente su “The Article”; la traduzione è di Giacomo Zamagni