“Vi era una nuova generazione che lanciava antiche grida…”. Un secolo fa esce “Di qua dal paradiso”: il romanzo con cui Fitzgerald convinse Zelda a sposarlo (scandalizzando New York)

Posted on Luglio 17, 2020, 1:28 pm
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Il motto di Zelda inciso sotto la fotografia del college, “Pensiamo all’oggi, senza preoccuparci del domani”, rispecchia la poetica, l’estasi linguistica, del marito: freschezza, leggiadria, hic et nunc. Che l’America della Grande Guerra fosse simile alla corte medicea del tardo Quattrocento (“Chi vuol esser lieto sia:/ di doman non c’è certezza”) è materia per filologi spigliati, per alchimisti delle circostanze spinte. Naturalmente, da qui al barrito del nulla, al baratro, la distanza è uno sfizio. Si conobbero a Montgomery, Alabama, in una sala da ballo, nel 1918: Zelda era disinibita, poco vestita, sapeva ballare come una dea. In effetti, era idolatrata da frotte di ragazzi. Dicevano che amasse nuotare. Nuda. Viziata dalla madre, il papi, celebre magistrato, preferiva evitarla. Come si sa, Francis Scott Fitzgerald veniva da Princeton, adorava gli alcolici, era bello, affamato di fama e famelico di vita. Per impalmare Zelda puntò tutto sul romanzo. Il titolo era buono – This Side of Paradise – la scrittura leggera e cinica. La frivolezza nottambula si scontra con la notte della storia: l’egotismo si lacera alla ghigliottina della solitudine. Scribner’s rifiutò la prima redazione del libro, Zelda, che non accettava un marito spiantato, rifiutò ‘Scotty’. Due due di picche in un giorno. FSF passò settimane a ubriacarsi: rinsavì, eletto al genio. Rielaborò il romanzo, Maxwell Perkins andò in estro, il libro, edito un secolo fa, Di qua dal Paradiso, ebbe un successo clamoroso. Fitzgerald, allora, si presentò da Zelda, con rose e assegni: lei, a quel punto, si donò con civettuola felicità. Il matrimonio fu celebrato a New York, nella Cattedrale di San Patrizio: la cerimonia fu indimenticabile, la coppia – emblema del lusso e del nulla – seppe scandalizzare e conquistare le copertine dei giornali. “Vi era una nuova generazione che lanciava le antiche grida… destinata a finir per uscire in quello sporco tumulto grigio per seguire l’amore e l’orgoglio”. Il romanzo fu il passepartout dei ‘formidabili Venti’, il principio di una carriera folle e formidabile (nello stesso anno Scribner’s pubblica la raccolta di racconti Flippers and Philosophers, nel 1922 escono Belli e dannati e Racconti dell’età del jazz); per la prima volta uno scrittore non narrava la Storia, la creava, ne anticipava i modi e le mode, il cratere, l’ululato di gioia, di delirio.  Questa è la recensione pubblicata il 9 maggio del 1920 sul “New York Times”; la prima all’ubriaco – ma lucidissimo – romanzo di uno sconosciuto destinato al successo. Durò un ventennio, FSF: morì nel 1940, vent’anni dopo quel folgorante esordio, che pareva scritto venti secoli prima.

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Lo spirito glorioso di una giovinezza abbondante, abbiente, che rispende, affascina in questa storia. Amory, romantico egotista, è l’americano essenziale, e mentre seguiamo la sua carriera a Princeton, la sua eccentricità sessuale, i vizi orizzontali, il puntuale senso dell’onore che non tollera nulla sotto lo standard stabilito, riviviamo ciò che accade a centinaia di migliaia di studenti, nei college del paese. La filosofia di Amory, che si sviluppa per poderose osservazioni, illuminata da versi epigrafici propri dell’atmosfera claustrale della sua università, è quella dell’estrema giovinezza, dell’ambizione, di un intelletto pronto allo scatto. Le storie d’amore che ingaggia Amory sono consustanziali alla sua filosofia: le ragazze legano alla parola sesso il concetto di dannazione, e preferiscono essere baciate da giovani che non vogliono sposarle. In tutte le pagine, comunque, spira l’innocenza – nella misura in cui è consentito l’illecito. Amory Blaine ha un padre benestante, una madre che vive una vita negli agi, è una matrona del lusso: si sa che alla fine il ragazzo sarà sempre al sicuro. Così accade, eppure lui fa la sua parte in guerra, spende, infine lavora per una agenzia pubblicitaria. Ha la sua suprema storia d’amore con Rosalind Connage, che si interrompe perché i temperamenti nevrotici di entrambi impediscono la felicità. Almeno, così pensa la tizia… La storia è disconnessa, imperfetta, ma il suo fascino è inesorabile. Un romanzo che può essere scritto soltanto da un artista che sa valutare i pesi del proprio talento, dotato di uno stile delizioso.

*Con il titolo “With College Men” questa recensione, riprodotta in parte, è stata pubblicata su “The New York Times” il 9 maggio del 1920