Che cos’è la felicità? Secondo gli statisti dell’Onu la Finlandia è il luogo più felice del mondo, dove lo Stato ti ipnotizza il destino dalla culla alla tomba e la noia regna sovrana. La vita, se lor signori permettono, è altro

Posted on Aprile 02, 2019, 1:09 pm
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Che cos’è la felicità? Da quando “la ricerca della Felicità” è diventata uno dei “diritti inalienabili”, insieme a Vita e a Libertà, dal 1776, la felicità è diventata una condanna.

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In ogni caso: la Vita è un dono, la Libertà è obbedienza, la ricerca della Felicità è una scelta. La Felicità all’americana ha prodotto Walt Whitman – canto me stesso perdendomi nello sterminato – e McDonald’s, ingrasso ora perché del doman non v’è certezza. D’altronde, dice Qohelèt, il graffiante cinico biblico, visto che “gli uomini non possono capire ciò che Dio fa, ho capito che per essi non c’è altro che il piacere e darsi la felicità: dono di Dio è per un uomo mangiare, bere, godere del proprio lavoro”. Fosse per lui, saremmo tutti felici.

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Uccidere la felicità, facendo massacro della cronaca, di indicibile ferocia, potrebbe essere il titolo di un libro. La testimonianza del reo confesso per l’omicidio di Stefano Leo, secondo le parole del procuratore vicario di Torino, è questa. L’omicida ha voluto uccidere un uomo felice, credendo di uccidere la felicità. Fare filosofia su un fatto efferato – compiuto quando il male cementa il caos in un atto definitivo – è esercizio per giornalisti in babbucce. Di per sé, dovremmo tutti uccidere la felicità – vegliare nei dintorni della quiete, ricercare il bene (a tratti, la ricerca della felicità personale si attua attraversando il male altrui). Già. Ma che cos’è la felicità?

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Felicità, etimologicamente, significa ciò che è fertile, ciò che produce qualcosa. Una terra feconda è felice, rende felice chi la abita. Anche il deserto può essere fecondo, però: può far fruttificare una consapevolezza diversa in me. L’etimologia ci dice che tutto ciò che nasce è buono: in primavera siamo indotti alla felicità. Eppure, la nascita di qualcosa coincide con la morte di qualcos’altro, questa è la legge di natura. Così, la felicità di qualcuno è garanzia della mia infelicità.

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Per la Bibbia felicità è salute e gioia (“Ricchezza più vasta del corpo sano non c’è/ non c’è felicità più vasta di un cuore travolto di gioia”, Sir 30, 16). La felicità più grande di tutte, però, è obbedire: “Chi fissa lo sguardo sulla legge perfetta, la legge della libertà, e gli è fedele, non come uno che dimentica ma come uno che pratica, questi trova nella pratica la felicità” (Gc 1, 25); “Guidami nella via dei tuoi comandi/ lì è la mia felicità” (Sal 119, 35). Come sempre, affascina la giunzione degli opposti: legge e libertà; felicità e obbedienza. La felicità privata (gioia nel cuore, salute) ci fa capire che questa felicità, propria, è propriamente misera, è privazione della felicità più grande. Si è felici solo obbedendo.

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Se non hai nulla a chi obbedire – fosse anche il futuro, il destino, l’opera, qualcosa che ti travolge e supera – la felicità è fobia del poco, fola, inesauribile fame. Infelicità.

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L’Onu classifica la felicità in una bizzarra classifica stilata annualmente, il “World Happiness Report”, che miscela soldi, welfare, aspettative di vita, libertà nel compiere ciò che ci pare, percezione della corruzione. L’idea è quella di sintetizzare un concetto molto personale in un sistema sociale. Al primo posto in questa classifica c’è la Finlandia. Seguono: Norvegia, Danimarca, Islanda, Svizzera, Olanda, Canada, Nuova Zelanda, Svezia, Australia, Israele. L’Italia, al posto 47, è dietro Kuwait, Tahilandia, Uzbekistan, Nicaragua, Malaysia, Colombia, Singapore, Arabia Saudita, Qatar, Cile. Goethe, che pensava che un napoletano povero ma bello era meglio di un diplomatico russo ricco ma ingrigito dal gelo, non sarebbe d’accordo.

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Forse per spirito di contraddizione, sarei felice di visitare tutti i paesi che secondo la classifica della felicità vivono in truce infelicità: Grecia (posizione 79), Libano (88), Mongolia (94), Nepal (101), Georgia (128), Armenia (129). Nel paese più felice del mondo, la Finlandia, invece, sono stato di recente, riportando le mie opinioni su Pangea, sono felice di esserci stato, ma non ci vivrei mai. Certo: ci sono biblioteche meravigliose e molto frequentate, ci sono boschi bellissimi. Eppure, i finlandesi con cui ho parlato (non sono certo l’Onu, ma ho discusso con studenti e con studiosi, con consoli e con colti, con sportivi e con istrioni, con ricchi e con umili, con immigrati e con emigranti) non sono felici. Si sentono sicuri. Che è un po’ diverso. La loro, voglio dire, è una felicità grigia: cittadine anonime – determinate da struttura architettonica russa o svedese, non autoctona – hobby salutari (bicicletta, caccia alla renna), lavoro sicuro, casetta tra i boschi con seggiolina sul lago. Di solito, sognano l’Italia. Al di là del viaggiatore estatico ed entusiasta – che bello leggere il Kalevala cavalcando una renna mentre vado a detronizzare Babbo Natale – non ho sentito il bollore della gioia in Finlandia.

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Un paese che garantisce sicurezza ai propri cittadini dalla culla alla tomba, la Finlandia. Questa è la felicità? L’Onu ci vuole tutti così: zitti, addomesticati, addestrati, con inquietudini domestiche, simili a un cagnolino. Essere felici non è rischiare tutto al vento dell’avventatezza, giocarsi la vita fino all’ultimo bramito, puntellare di conversioni e di capriole i nostri giorni? Disordinare l’idea ordinaria di felicità. Più che la felicità, mi pare, l’Onu misura l’obbedienza dei cittadini, l’educazione civica – più che di felicità, qui si parla di noia. (d.b.)