Altro che Festa del Lavoro, il lavoro è una festa! Non dobbiamo lottare per gli stipendi più alti perché noi siamo impagabili; non dobbiamo lavorare a testa bassa, ma a testa alta, fieri della nostra scelta

Posted on Maggio 01, 2019, 11:27 am
5 mins

Il lavoro è la festa. La festa è sacra e sacro è il lavoro.

*

Festa significa: il lavoro è sacro, il lavoro è la vita di tutto l’uomo, il lavoratore, non della sua parte. Vacanza analoga alla precarietà, sono vacante, vago – l’unico vagabondaggio ammesso è la ricerca, la cerca del Graal, il manufatto, opera del lavoro dell’uomo e della scienza divina, un lavoro fatto ad arte.

*

Intendo: non si lavora a testa bassa per pagarsi la vacanza. Si lavora, sempre, a testa alta, fieramente, perché il lavoro è sacro, il lavoro è la festa. La vacanza serve perché le mani devono riposare per far volteggiare il cervello.

*

Poiché il lavoro è una festa, la festa del lavoro serve a ribadire che il lavoro è sacro – non è mai questione di ore, di tempo, ma di vita, il tempo della vita, la totalità. Nel lavoro ciascuno esplora il proprio talento, esercita il proprio genio personale: il reddito del lavoro è la gratificazione. Sono grato alla fatica perché l’opera è buona – posso scegliere di farlo gratis, addirittura.

*

Non si lavora per vivere, ma si vive per lavorare, per dare prova di sé, per dare opera a qualcosa di duraturo. Si lavora per vincere la morte, per restare memorabili, perché durante la sacralità della festa ci si ricordi anche di noi, che siamo stati abili, onesti, geniali nel lavoro.

*

“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”: festiva tautologia. Senza il lavoro, cioè la libertà con cui ciascuno esplora il proprio talento, non c’è democrazia, non c’è Repubblica. L’unico obbligo dello Stato: permettere ai cittadini di scegliere il lavoro in cui provarsi, perché il talento è un onere ed è necessario specificarlo in un lavoro onorevole (che non riguarda superficiali classifiche, giochi di classe, politica classista: nell’ambito del lavoro il finanziere equivale allo spazzino, perché di fronte al talento tutti sono uguali, emerge il talentuoso).

*

Di norma, abbiamo una visione mortificante del lavoro, di statura biblica. “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (Gen 3, 19). Ma la fatica è la giustizia del genio, è l’esplicito premio di un lavoro ben fatto. “Ciascuno sarà premiato secondo il proprio lavoro” (1 Cor 3, 8). Anche l’atto creativo di Dio, in Genesi, è detto lavoro: la fattura del mondo, del tempo, delle creature e degli elementi. “Opera singolare… lavoro inconsueto” lo dice Isaia (Is 28, 21). Il lavoro è sacro, e nel lavoro occorre inseguire l’inconsueto. Lavorare come dono a Dio, ai figli, alla donna, a se stessi, è lo stesso: il lavoro è un dialogo, si lavora perché altri ne traggano giovamento. Noi gioiamo già della riuscita del lavoro. Ripeto: che sia strappare dal marmo una Pietà o consegnare una pizza con lo zaino in spalla, non cambia. Il lavoro è la tenuta, la tensione, la rettitudine che abbiamo nel compierlo.

*

Elaborato: è cosa realizzata dopo lavoro strenuo, fino allo stremo del fiato. Il labirinto è una elaborazione. Anche un oggetto di candida semplicità può essere atto di lunga elaborazione. Il lavoro è il modo con cui luogo, laboriosamente, dialoga con il mondo.

*

Pure l’etimologia, perfino scavando fino al Gange, nel sanscrito, non cede: il lavoro è qualcosa che si fa violentando il volere, che procura fatica – quindi, sofferenza – ripagata, però, dalla padronia della tecnica. Lavorare come imparare, intraprendere, fare impresa di sé, modellare a immagine del mio talento il mondo. Attraverso il lavoro, l’uomo, il lavoratore, si fa dio.

*

Da poveraccio – cioè: da chi dà ad altri, per altro, ciò che guadagna, tenendosi il resto per pagare tetto, cibo, vestiti, if possible, e basta – dico che il lavoro, che riguarda sempre un rapporto di dignità con me stesso – il gesto fisico come armonia, la fatica come sfoggio di intelligenza – è impagabile, il mio tempo non ha prezzo, per questo va scelto, ne sono il prescelto.

*

Il lavoro, infine, come esplicito amare, atto d’amore. (d.b.)