“Naufragi e tenerezze a noi sparendo torbidamente avvolse”. Elogio di Ferruccio Benzoni, il poeta di confine, ultimo baluardo alla malinconia

Posted on Ottobre 17, 2020, 9:35 am
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Il mare è quella cosa azzurra e fosca…

Inizia così una poesia di Ferruccio Benzoni (che nasce a Cesenatico nel 1949 e muore, tra i fiumi dell’alcol nel 1997, sempre lì nel posto che mai ha abbandonato) poeta di confine, solitario e stregato dal bere eppure amico di personaggi quali Vittorio Sereni, Pasolini, René Char.

Pare un personaggio felliniano, almeno a guardarlo dalle poche fotografie che circolano, oppure in quell’unico video su youtube, mentre recita un testo con un braccio slogato.

Ma il pianto che nasce irrefrenabile

senza un perché – il tuo

che non ha inizio né fine,

ti affila e tu non gli appartieni,

solo che nulla può raggiungerti,

nessuno come te vive se piange.

La riconosco. È una poesia tratta da Sguardo dalla finestra d’inverno, uscito postumo ad un anno dalla morte.

*

Benzoni, ideatore di quella rivista culturale che fu Sul Porto (insieme a Stefano Simoncelli e Walter Valeri) e che uscì per un decennio, tra il 1973 fino al 1983 quando il poeta si stacca anche dai fratellini compagni di vita e poesie per intraprendere un viaggio interiore fatto di solitudini ed echi carichi di ricordi. Nemmeno la moglie tedesca, Ilse Maier, riuscirà davvero a salvarlo.

*

Ogni tanto, quando passo da Cesenatico, faccio visita alla sua tomba, coperta per metà da una siepe, e davanti alla casa dove viveva. Quella piccola casetta che pare la dimora di un pescatore sul porto canale. Sempre lì, solo lì, tra l’odore marittimo del pesce e delle solitudini, con la morte nella madre nel cuore, le speranze politiche subito abbandonate, gli amici “importanti” i poeti che il gruppo di Cesenatico frequentano e vanno a trovare.

Su tutti Vittorio Sereni, e le domeniche insieme in trasferta a Milano a San Siro per tifare spudoratamente Inter. Ma anche Pasolini, Franco Fortini, Giovanni Raboni.

Le puntate del gruppo in Vaucluse nei primissimi anni Ottanta, per andare a trovare René Char sul finire dell’estate, fino a quando quest’ultimo definì Sereni “una persona sgradevole” dissolvendo l’amiciza.

Poi la tragica fine, senza sobrietà.

*

Per fortuna Marcos y Marcos si è accorta dell’ammanco e pubblica oggi Con la mia sete intatta dove finalmente si raccolgono, in un solo volume, tutte le sue poesie, tutta la sua opera.

A Cesenatico ho parlato con chi non lo conosceva personalmente anche se lo ricorda ancora, grosso con gli occhiali da vista ed un cappellaccio, mentre deambula per il paese in bicicletta. Alla ricerca di un verso, forse d’un bar.

A me, che ho adorato tantissimo le sue cose (a partire da una raccolta trovata per caso in una libreria a Rimini molto tempo fa, Numi di un lessico filiale edita da Marsilio nel 1995), resta come sempre l’amaro in bocca per non averlo conosciuto di persona. Resta nel mio immaginario la mitologia della sua malinconia saccente e triste, catturata dai fantasmi dei suoi stessi ricordi e da quelle parole che sgorgavano giù difficili, eppur bellissime.

*

Chissà in quegli anni in cui ero adolescente, 1994 circa, quando bighellonavo nella spiaggia cesenate (trasferte festive di luglio) ignaro di tutto… Chissà se l’ho incrociato per caso, tra il lungo mare o sul porto canale, la sera, mentre passeggiavo con i miei genitori.

Restano comunque le sue parole. Poesie dedicate alla madre, al padre, al cane, alla moglie. Poesie dedicate a Vittorio (Sereni) e a Fortini. Echi della guerra passata, amori assopiti. Cose come Folate, che mettono i brividi:

Sarà che Nadia ha un po’ di febbre

t’accartoccia turbata

pietrificata l’estate in uno sbaraglio

arditamente primaverile.

Ah, l’inverno ringavagna

astuzie crudeli, tra breve

affiderò le tue iniziali.

Di neve pesta in poltiglia

pesticciando vicoli quaresimali

pregane la dolorosa gratitudine

tra gelo e lillà

una folata prossima a una rifiorita.

*

Me lo vedo vorticare nell’isolamento monacale-marittimo invernale (che ogni tanto ho assaporato anch’io e che forse vorrei assaporare sempre). Il confine tanto amato e odiato. Non ci sono alternative possibili per alcuni. Solo esorcizzarsi nella scrittura. Davanti tanto non si scappa, c’è solo il mare.

Il mare è quella cosa azzurra e fosca

che tu e io navigammo un giorno

e altri incanti poi, naufragi e tenerezze

a noi sparendo torbidamente avvolse.

Fabrizio Testa