“Scrivo per vendetta. Ho condannato a morte un comandante tedesco autore di tante stragi, ma la mafia protetta dall’Università non l’ho vinta”: dialogo con Ferdinando Camon

Posted on Maggio 07, 2019, 6:45 am
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L’altra volta, esattamente sei anni fa, dopo avermi detto che “La città di Dio di Sant’Agostino è il libro più conturbante e profondo che l’umanità abbia mai scritto” e che desiderava Roberto Saviano come Presidente della Repubblica (“mi domando che senso abbia eleggere presidenti ottantenni”), mi rimproverò. Disse, “ha perso una grossa opportunità”. Restai interdetto. Quale? “Dire che sono il più importante scrittore italiano vivente”. Che tipo, mi dissi. Da allora – quel giorno, a ritroso, cominciai a leggere i libri suoi che ancora mancavano nella mia scarsa collezione di italiani – penso che Ferdinando Camon sia lo scrittore italiano vivente più corrosivo, ben più importante di tanti presunti ‘importanti’. Camon, che ha esordito con la benedizione di Pier Paolo Pasolini (firma la prefazione de Il quinto stato, nel 1970), ha scritto un vero capolavoro, crudo e commosso, quarant’anni fa, Un altare per la madre (tradotto in Francia su istigazione di Sartre – in Francia, per dire, lo pubblica Gallimard –, è elogiato come “opera d’arte sublime” da Raymond Carver), e una serie di libri profetici e fondamentali (ad esempio: La malattia chiamata uomo e Il Super-Baby). Premio Strega nel 1978 (ma lui ha sbriciolato l’alloro: “Ho vinto questo premio per una semplice ragione: l’organizzatrice di allora era sdegnata perché da dieci anni consecutivi il premio lo vinceva sempre lo stesso editore, perciò cercava un editore nuovo, che avesse un autore nuovo, che vivesse in provincia… Non ho mai presentato nessun concorrente. Non so nemmeno come si fa. Prego chi vuole partecipare di non chiedermi di fargli da padrino”), Camon non si è mai messo a fare la parte dello scrittore sulla torre d’avorio né dell’intellettuale sulla poltrona di partito. Rompipalle, ha rischiato tutto, scrivendo, lasciando, con i suoi libri – cosa più unica che rara – una traccia nella Storia, un morso. Quando La vita eterna, che racconta il massacro dei partigiani contadini ad opera di un capo delle SS (“ho raccontato l’animalesca ferocia del comandante, che li interrogava appendendoli a testa in giù, si faceva assistere da un cane di nome Hasso, e al momento di formulare la sentenza lo faceva votare”), fu pubblicato in Germania, il feroce esecutore, “si chiamava Lembcke”, fu preteso a processo per quei fatti e morì d’infarto. “Mi sento un giustiziere”, chiosa, oggi, Camon. Allo stesso modo, Occidente (1975), in cui “cercavo di spiegare perché una cellula terroristica nera prima o poi avrebbe fatto una strage”, fu usato dall’Avvocatura dello Stato durante l’arringa per censire i colpevoli della strage alla Stazione di Bologna: alcune pagine del romanzo, infatti, furono trovate “in un covo” dove si riuniva “la cellula neonazista” responsabile dell’eccidio. “Se questo è vero, se ho aiutato la giustizia a scoprire gli assassini, posso scorrere con lo sguardo l’infinita lista dei morti e dei feriti e dir loro: ‘Io, per voi, ho fatto quel che ho potuto’. Non fosse che per questo, scrivere per tutta la vita ha avuto senso”. Camon è l’emblema dello scrittore radicale, rigoroso, ruvido, recluso nella solitudine di chi si ostina a pensare fino all’ultimo fiato di indipendenza. La sua natura anomala e irritante – per fortuna uno che ti costringe alla lotta, a non essere d’accordo – da scrittore rognoso al potere, torna prepotente, ora, con la riedizione di due libri che mostrano il Camon letterato (le “Conversazioni critiche” sotto il titolo Il mestiere di scrittore, per le Edizioni di Storia e Letteratura) e politico (il Tentativo di dialogo sul comunismo con Pietro Ingrao, per Ediesse), ma soprattutto con un libro nuovo, Scrivere è più di vivere (Guanda, 2019), un godimento per l’intelligenza, una mitragliata etica. Camon – con uno stile illuminato e illuminista, che a me ricorda un po’ lo Sciascia di Nero su nero – comincia con la sua battaglia, da sconfitto, contro il sistema mafioso dell’università di Stato, poi passa per i temi capitali del mondo odierno: il rapporto tra Chiesa e gay, il tema delle “baby-prostitute a 300 euro”, la denatalità (“Sì, certo, senza figli si lavora meglio… Ma se noi, padri, siamo un esercito in guerra, i figli sono l’avanguardia e la retroguardia: la protezione”), la Storia (“Ancor oggi, in Italia, quando si accusa Mussolini per il disastro che fu la spedizione in Russia, lo si accusa di aver mandato un’armata di 230mila soldati a morire nella neve con le scarpe di cartone… Ma se avessero avuto delle scarpe confortevoli la spedizione avrebbe avuto un senso e un merito? La colpa è aver fatto morire i nostri, colpevoli d’invasione, o aver fatto morire gli altri, invasi e innocenti?”), l’Islam (“Non possiamo convivere con l’Islam terrorista, con l’Islam integralista, neanche con l’Islam semplicemente ortodosso. Un cittadino di qualunque parte del mondo, convinto di essere lui nella verità e tutti gli altri nell’errore, convinto che lui vale più di tutti gli altri, che lui uomo vale più di sua moglie e può picchiarla, che i suoi figli maschi valgono più delle sue figlie femmine, che la teocrazia è l’unico governo giusto e la democrazia è sbagliata, quest’uomo può vivere soltanto dentro la sua civiltà”). Poi c’è tanto altro. Finalmente un maestro. Uno con cui litigare. Ora lo chiamo. (Davide Brullo)

Intanto. La sua denuncia “contro la mafia di Stato” del sistema accademico, contro la baronia cialtrona, ha avuto qualche esito? 

Non mi piace il termine “cialtrona”. È disonesta, interessata, anti-sociale, ma tutt’altro che cialtrona. Ho perso nella vita lo scontro con la mafia, ho scoperto che la mafia era protetta dalla facoltà, dall’università, dal ministero, dal tribunale. Quando fai queste scoperte, capisci che non puoi vincere. Al ministero si sono accorti di avere ricevuto dalla facoltà un verbale falsificato, io credevo che a quel punto si scusavano con me e si scatenavano contro la facoltà, invece è successo il contrario: han conservato il verbale come veritiero e hanno scacciato me urlando. Ho raccontato per filo e per segno questa vicenda nel libro uscito due mesi fa, Scrivere è più di vivere, ne ho mandato una copia con dedica all’attuale ministro dell’Istruzione, con un biglietto in cui lo avvertivo: “Le pagine 9-24 sono scritte per Lei”. Ora so che lui sa. Il “Corriere della Sera”, “Il Giornale”, “La Verità”, il “Gazzettino” hanno riesposto la vicenda, i mafiosi sono riconoscibili e sono sicuro che i loro famigliari si vergognano.

“Scrivo per vendetta. Non per giustizia, non per santità, non per gloria: ma per vendetta”. La scrittura è una reazione al potere, sempre? Nasce per sconfiggere chi usa la scrittura per ascendere al potere? Che rapporto esiste tra etica ed estetica, tra politica e letteratura? Nella sua opera la forma precede il ‘tema’ oppure no? I suoi libri, d’altra parte, sono formalmente impeccabili.

La scrittura nasce per “fissare” il debito.  Se uno era indebitato e doveva pagare con due pecore, dopo una settimana le pecore diventavano quattro, e dopo un mese otto, finché quello non poteva più pagare e diventava schiavo. Introducendo la scrittura, si scriveva che le pecore erano due, finché il debitore riusciva a pagarle. Io sono nato nel “quinto” stato, oppresso da tutti, perché non possedeva la scrittura. Volevo scrivere per lui, e difenderlo. “Il quinto stato”, “La vita eterna”, “Mai visti sole e luna” sono libri vendicativi. Quando i miei libri furon tradotti in Germania, e il comandante tedesco che qui in Italia aveva fatto tante stragi fu portato in processo e morì d’infarto, quello fu il culmine della mia vendetta. L’ho condannato a morte. Lembcke si chiamava. Non meritava altro verdetto.

Le sue ‘conversazioni’ con i poeti e gli scrittori. Qual è stato l’incontro più interessante? Quello ‘formativo’, decisivo, intendo.

Soprattutto Pasolini, così sincero, così sofferente. E Volponi, così fraterno, con i suoi contadini impazziti. E Moravia, così sistematico, così sicuro. Non Ungaretti. Ungaretti era stato fascista, e quando trovò quella domanda sui miei fogli, gettò via le carte e diede in escandescenze.

La cito. “Ogni nuova opera modifica il senso delle opere precedenti”. Dunque. Si scrive, anche, per sconfiggersi, per uccidersi ogni volta. Oppure la sua opera è un continuum, un unico libro?

Si scrive per superare, per superarsi. Pasolini rende vecchio Verga. Prima di me c’era una letteratura contadina dolciastra e orgiastica, falsa e mendace, spero di averla spazzata via. Non meritava di vivere. Anche il modo di parlare della propria vita da parte degli scrittori era salottiero, esibizionistico, falso. Nessuno aveva esperienza di psicanalisi, neanche Zanzotto, neanche Sanguineti. La loro esperienza era la lettura. Come se leggere un menù potesse saziare.

Considerazioni sulla letteratura attuale: le interessa, la legge? 

La leggo a squarci, non forma un sistema, e gli autori non formano una nuova generazione, sono tanti solitari.

Il rimbambimento governativo attuale. Come lo giudica, come lo guarda? Chi vorrebbe al Governo?

Le mie speranze sono finite quando, caduto il Pcus, non cadde anche il Pci. Tutti i vetero-comunisti, che avevano baciato in bocca Breznev, dovevano sparire dalla scena, affinché sulla scena potessero affacciarsi uomini nuovi. Questo non è avvenuto. Il panorama politico italiano soffre della mancanza di una sinistra nuova. D’Alema dà ancora direttive, e Fassino è ancora attivo.

Tra i 100 libri mette il Mein Kampf, Jung, Marx, Joyce. Una volta mi disse che il libro decisivo, per lei, era La Città di Dio. Ancora così? Tra i 100 manca un suo libro. Qual è il suo libro più bello? 

Se vai in ospedale a trovare una madre che ha appena partorito e le chiedi qual è il figlio che ama di più, ti risponderà l’ultimo. Il mio ultimo libro s’intitola Scrivere è più di vivere, e dentro ci ho messo tutto quello che so. Però resto legato a Un altare per la madre, che io consegnai all’editore col titolo “Immortalità”, e così lo chiamo ancora dentro di me. È il mio strumento per vincere la morte. Lo porterò in mano, nel mondo di là. Come un lasciapassare. Funzionerà?