Ferdinando Camon attacca “mafia accademica” e Ministero. Tutti zitti. Noi ci indigniamo e mettiamo il muso nei libri del grande scrittore

Posted on Maggio 02, 2018, 2:50 pm
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La sua foia polemica è sfrenata. Anche per questo è un grande scrittore. Un grande scrittore di cui si parla troppo poco. Anche quando scosta la pietra angolare del sistema accademico italiano. Riducendolo, patetico, in briciole. Ferdinando Camon è uno dei rari ‘classici’ viventi. Il suo libro più importante pare sia Un altare per la madre. Pubblicato esattamente quarant’anni fa da Garzanti, vince il Premio Strega – preso da Camon come una rottura di scatole: “ho vinto questo premio per una semplice ragione: l’organizzatrice di allora era sdegnata perché da dieci anni consecutivi il premio lo vinceva sempre lo stesso editore” – viene tradotto nel resto del mondo, Raymond Carver, illuminato, ne parla come di “un’opera d’arte sublime”. Camon2Scrittore problematico e feroce per costituzione estetica – lo dice lui: “Scrivo per vendetta. Non per giustizia, non per santità, non per gloria: ma per vendetta. Tuttavia, dentro di me, sento questa vendetta come giusta, santa, gloriosa”, e studiatevelo Camon, sfogliando i tanti materiali radunati qui, imparerete qualcosa di definitivo – pubblica libri anomali, anormali per il ‘mercato’ italiano. Riguardo a La malattia chiamata uomo – dove Camon psicanalizza la psicanalisi – Carlo Sgorlon cita, ad esempio, Philip Roth e Saul Bellow, per contenere l’incontenibile. Ora. Camon, che manca alla letteratura dal 2011, da La mia stirpe, sul suo spazio Facebook spiega perché abbia dovuto abdicare dall’insegnamento, “un lavoro bellissimo”. Il brano è particolarmente crudo e vale la pena pubblicarlo per esteso.

“Sognavo un incarico universitario, a un certo punto se ne presenta uno, faccio domanda, siamo in due ma l’altro ha già un altro incarico, a norma di legge deve finire in coda alla graduatoria, infatti la facoltà mette me al primo posto e lui al secondo, ma dà l’incarico a lui senza alcuna spiegazione. Il senato accademico esamina la delibera e la respinge perché ‘illegittima’. La facoltà si riunisce di nuovo e fa una nuova delibera, conferma la graduatoria e conferma l’incarico a quell’altro. Il senato esamina anche questa delibera, la dichiara ‘illegittima’ e invia la pratica al ministero. Il Ministero aveva un ufficio che dava udienza ai partecipanti ai concorsi. Ci vado. Devo parlare con una funzionaria, in una grande sala, piena di altri concorrenti che anche loro chiedono spiegazioni. Arriva il mio turno. La funzionaria tira fuori una fotocopia della delibera che mi riguarda. Io ho la mia fotocopia in mano, è una copia legale, cioè identica all’originale, timbrata e firmata, e dico: “Ma scusi, la sua copia è falsa, ha una riga in più”. La signora controlla il suo verbale, lo confronta col mio, scatta in piedi e urla: “Fuori tutti!, c’è una cosa delicata”. Usciti tutti e svuotata la sala, dice a me: “Se ne vada, non ho niente da dirle”. Ha cacciato tutti perché non ci fossero testimoni, e ha rinchiuso la sua copia falsa nel cassetto. Al Ministero, se scoprono un’illegalità, la nascondono, la proteggono e tolgono di mezzo i testimoni. Credevo che un ministero fosse il cuore dello Stato, che sta allo Stato come una cattedrale sta alla Chiesa. Ma nei ministeri la corruzione entra come la pedofilia nelle cattedrali”.

La testimonianza, che rode le fondamenta della fiducia che si dà all’accademia, è stata pubblicata sul ring Facebook di Camon il 29 aprile. In realtà, lo scrittore ha pubblicato la stessa storia, con toni lievemente diversi (il finale è questo: “Dunque al Ministero, se scoprono un’illegalità, la nascondono, la proteggono e tolgono di mezzo i testimoni? Credevo che un ministero fosse il cuore del cuore dello Stato, che sta allo Stato come una cattedrale sta alla Chiesa. Ma non è così. La mafia accademica conta di essere protetta dal ministero”), il 23 marzo scorso. Nella testimonianza scritta in marzo, Camon analizza sentimenti e prepotenze della “mafia accademica” con particolare acutezza. “Ho pensato a lungo a cosa sentono i protetti dalla mafia accademica, coloro per i quali la mafia commette queste illegittimità. Vergogna? Pentimento? No: orgoglio. Perché i baroni che organizzano questi trucchi per favorire un allievo (che non lo merita) sugli altri concorrenti (che meritano), sono docenti di ruolo, non incaricati ma ordinari, illustri studiosi di Dante o Manzoni o Verga, e l’allievo che vien messo in cattedra non si sente prescelto fisicamente dal suo docente ma misticamente da Dante o Manzoni o Verga, si sente chiamato dai grandi, invitato a salire alla loro gloria. Da quel momento non è il prescelto dalla mafia che proverà imbarazzo quando incontrerà colui che dalla mafia è stato ingannato e defraudato, ma il contrario: il protetto dalla mafia mostrerà l’orgoglio che gli deriva dal favore mafioso, sentito come un favore divino, superiore al favore della legge, e guarderà con commiserazione il rivale che ha perduto: se ha perduto, gli dèi non sono con lui, dunque qualche colpa l’avrà”.

CamonL’analisi è prepotentemente perfetta. Agghiacciante. Ci sarebbe, mi dico, da parlarne nel tiggì della sera, sulle prime pagine dei giornali. Uno degli scrittori italiani viventi più grandi, un maestro (che, vivaddio, rifugge dal ruolo, “chiedo agli esordienti di non rivolgersi a me, non mandarmi testi in lettura, non chiedermi giudizi”), disseziona il sistemino dell’accademia italica. Viva. In effetti, il Corriere della Sera, tramite Andrea Pasqualetto, riprende la nota di Camon, aggiunge qualche informazione bibliografica (gennaio 2019, Guanda pubblica un libro di Camon, titolo ipotetico “Scrivere è più di vivere”, in cui viene raccontata la laida vicenda), stop. Camon s’incazza. Perché? Perché a suo dire, lo dice via Facebook, il ‘Corrierone’ ha nanificato la notizia. “Il Corriere della Sera oggi, 1 maggio, dedica mezza pagina alla vicenda, ma non usa mai le parole ”delibera illegittima”. “Illegittima” non lo dico io, lo dice l’università. Gli episodi di mafia accademica sono tanti, se c’è qualcosa che distingue il mio è proprio questo: l’università attuava una delibera che essa stessa aveva definito “illegittima”. Non conosco altri episodi simili. Il Corriere della Sera vuole dare la notizia ma smorzandola? Anche il nostro più grande giornale ha una sua forma di viltà? È mai possibile?”. Rompiscatole? Certo. Lo scrittore non è mai domo. Morde il mondo perché prima di tutto divora se stesso. Così, in un paio di round, un grande scrittore ci pone di fronte tre problemi epocali: a) corruzione del sistema accademico italiano; b) corruzione dello Stato italiano colluso con i ‘baroni’; c) viltà del massimo organo di informazione di questo Paese. Direi che c’è da riflettere. Quando a me, io rimetto il muso dentro una delle pagine più belle di Un altare per la madre. “Si dice che la morte rovini la vita: al contrario, la salva. La vita ha un errore, tranne quella dei santi: comincia con una nascita, e vive nell’illusione che la nascita si ripeta infinitamente. Poi viene la morte, tutto risulta sbagliato, ma non c’è più tempo per correggere niente. Solo la vita che non ignori la morte non si rinnegherà”. Micidiale.

Per inciso. Letta la vicenda. Calorosamente indignato. Contatto Camon. Voglio intervistarlo. Lui si scherma. “Caro Brullo, il tempo giusto per questa intervista è gennaio. Aspettiamo un po’”. Ignifugo alla vanità.