Una volta le fiabe erano raccontate soprattutto per gli adulti, ora invece sono relegate a raccontini fantasiosi per bambini. Abbiamo dimenticato l’irrazionale, abbiamo esiliato i desideri e i sogni. Il saggio di Marie-Louise von Franz tenta di recuperare in Il femminile nella fiaba (pubblica Bollati Boringhieri) il legame tra fiaba e mondo adulto, ci guida per mano dentro alcune fiabe che svelano i segreti archetipici del femminile. Le giovani donne dovrebbero leggere questo libro come regalo per l’inverno, chiudersi nel bozzo di queste pagine e uscire di casa solo quando si hanno attraversato tutte le fiabe. Solo quando si è trovato e vissuto il proprio nodo archetipico. La prima fiaba analizzata è quella di Rosaspina: ogni fiaba ha in sé dei contenuti che si sono conservati pressoché intatti nei secoli, dei temi centrali che riguardano l’essenza dell’uomo stessa e pertanto comuni a tutti. L’utilità di recuperare gli antichi racconti è quello di restituirci elementi fondamentali che col tempo, specialmente con l’avvento del cristianesimo e dello sfrenato cattolicesimo, abbiamo dimenticato.

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Ci siamo privati del concetto di natura duale presente negli Dei, col cristianesimo siamo stati abituati a pensare che il male è fuori da noi, sta nel diavolo e nelle tentazioni che ci mette davanti. Che il Dio non può avere una sua natura malvagia e oscura perché questa occupa un posto specifico, un posto fuori. Nelle culture precristiane, nelle mitologie nordiche e pagane, il concetto di bene e male non è assoluto ma totalmente integrato nella figura del Dio. Questa compresenza di bene e male nell’eroe è invece restituita nelle fiabe ed è analizzata in dettaglio in questo meraviglioso saggio. Se volete scoprire l’ombra che sta nell’eroe donna leggetevi Il femminile nella fiaba. L’oscuro dei castelli contagia tutte le principesse: “Fu di nuovo accolta la dea-madre, purché si sottomettesse all’approvazione dell’uomo e si comportasse convenientemente. L’aspetto oscuro della dea-madre antica non è ancora ricomparso nella nostra civiltà e ciò pone un interrogativo perché è evidente che la sua assenza è un elemento importante”. In sostanza le donne dovrebbero ammettere che senza il freno della coscienza si comporterebbero esattamente come faceva Hera quando veniva tradita da Zeus: si infuriava, si vendicava sull’amante, uccideva i figli.

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Rosaspina nasce dopo un lunghissimo periodo di attesa da parte dei genitori, tempo che aveva ormai tolto ogni speranza alla coppia regnante. Il figlio quindi se è atteso deve esser per forza speciale, deve essere caricato di tutte le aspettative accumulate in anni di silenzio. Per l’artista accade esattamente così, dal lungo periodo di glaciazione e apatia dovrebbe uscire quel fiore capace di spaccare il ghiaccio. La fiaba quindi è reale, è anche per noi. In Rosaspina il tema della dea offesa è esemplare: la fata dimenticata alla festa della nascita della bambina impone una maledizione. Questo episodio ci porta dentro a una caratteristica prioritariamente femminile; la donna odia essere ignorata, e piuttosto che essere ignorata preferisce inconsciamente essere trattata male. La von Franz riporta una storia di una piccola paziente: “una bambina che, a una festicciola, si mise a piangere, prima perché i bambini le davano i pizzicotti, poi perché non le prestavano più attenzione”. La fata cattiva personifica il male che viene dall’esterno, da quella singola fata dimenticata e offesa. Questo testimonia il fatto che la dea può avere una duplice natura, può utilizzare la sua ira, il dio quindi è colpevole.

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La fata cattiva è semplicemente una donna ferita che non sa in quale luogo intimo c’è stato il guasto: Marie-Luise von Franz ci fa riflettere su quanto un complesso materno negativo ci renda così facilmente fate cattive. Donne quindi completamente in preda al proprio demone, insicure della propria femminilità e attuanti meccanismi di relazione di colpa-affetto. Una dea ferita si sentirà sempre minacciata, avrà una ferita larga e lunga come un pozzo a cui poter attingere ogni volta per ristabilire quel processo di aggressione che la fa sentire sicura. Insomma la Von Franz ci impone di riflettere a quale dea stiamo finendo per assomigliare.

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Nelle fiabe gli animali sono simboli, allora vedremo che la natura spesso è crudele e vendicatrice. Questo aspetto fa parte dell’aspetto mutevole della dea. Questo aspetto mutevole ma comunque giustificato è ora quasi totalmente assente nella collettività femminile odierna: “La volpe femmina che morde il suo cucciolo giunto a una certa età si comporta bene; agendo così, essa lo rinvia a sé stesso, obbligandolo a cercare la sua libertà”. Se una madre fa la stessa cosa viene additata come immorale e priva di senso materno, come se la dea che è in lei dovesse solo adempiere alle qualità positive di accoglienza e perdono. La donna quindi sopprime la sua vera natura, che è anche quella dell’autoconservazione dell’individuo singolo che è in funzione di un ruolo che ha scelto, e che deve però a tutti i costi mantenere impeccabile per la società. Stessa cosa si potrebbe quindi dire delle relazioni simbiotiche: estraniarsi dal proprio centro e dalla propria natura equivale a vivere la vita come un compito, non attraversandola con la propria istintività, sopprimendo l’inconscio.

Il risveglio della “bella addormentata” secondo Walter Crane (1845-1915)

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Un altro elemento importante è la correlazione sonno-morte, estrema e chiarissima nella storia di Rosaspina. La ragazza, al compiersi della pubertà, cade in un sonno di cento anni. Il risveglio sessuale-erotico coincide con il suo annientamento, l’energia sessuale femminile viene ritenuta scomoda e quindi degna di finire in congelatore. La von Franz ci dice verità come si buttano manciate di sale su una ferita aperta. Sanifica certo, ma brucia. Provate infatti a chiedere a un padre di descrivervi il cambiamento fisico e comportamentale di una figlia che entra in adolescenza, chiedetegli di dirvi come sta diventando donna. Sarà imbarazzato e si rifiuterà, vi dirà “questa è la mia bambina”, perché ciò significa che lo sviluppo di una certa parte della femminilità è consentito dalla civiltà solo se non oltrepassa il livello infantile di sottomissione. All’elemento femminile si permette di vivere durante l’infanzia, mentre lo si bandisce quando arriva a un’età in cui dev’essere preso sul serio nel mondo adulto”.

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Il tema del fuso presente in Rosaspina ci indirizza ulteriormente dentro la sessualità e specialmente dentro la maternità e la fertilità. Tessere richiede un esercizio di pazienza e di attesa, caratteristiche tipiche della gravidanza. Il figlio quindi deve esser tessuto anche nei pensieri della madre; chi ha un complesso materno negativo farà molta fatica a “filare questo bambino”. L’idea del filare per una donna è significativa di una attività che deve essere intima ma allo stesso tempo perseguire uno scopo, filare quindi su qualcuno o su una idea. Se invece il fuso lo si rivolge contro di noi, è un atto puramente distruttivo. La donna ha una forte capacità di realismo e deve utilizzarla per non cadere in un romanticismo falso, perché nessuno è mai vissuto felice e contento per sempre.

Le fiabe di Charles Perrault nell’interpretazione grafica di Harry Clarke (1889-1931)

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Un’altra fiaba analizzata è quella di Biancaneve e Rosarossa; qui vengono ad aprirsi gli universi femminili e quelli maschili, è una fiaba di forte confronto. Le due ragazzine vivono isolate in un paradiso tutto femminile, in totale assenza di un elemento maschile: nel focolare non esiste un padre. Poi compare un orso alla porta che chiede rifugio e protezione per la notte. L’orso torna diverse volte. A questo punto entra l’elemento maschile nel nucleo tutto femminile. Non va dimenticato che tra i sessi non esiste soltanto un’attrazione istintiva, ma anche un’opposizione autentica, e che essi non hanno mai smesso di minacciarsi l’un l’altro”: quando uno dei due elementi entra nel mondo dell’altro necessariamente produce un incontro-scontro. Smettiamola di dire che siamo uguali, smettiamo di assimilare tutto allo stesso livello di grigio. Le differenze sono fondamentali, possono intrecciarsi, l’una attira l’altro con i propri metodi, ma la tensione è un atto necessario. Nella tensione si crea il tutto. L’orso è il simbolo della tensione che esplode, del furore che incendia la vita: “Proprio quest’ultimo aspetto è la ragione per la quale, ai nostri giorni, molte persone temono di cedere ai loro accessi di collera. Quando si è in collera si è posseduti dalla piena di vita; si ha il sentimento di essere invincibile e di essere tutt’uno col proprio scopo; il dubbio o l’incertezza sono spariti. (…) Rinunciare a esprimere un affetto violento è così difficile come rinunciare a un qualsiasi sintomo nevrotico”. Insomma, leggere questo saggio chiede una completa nudità e una completa disponibilità ad accettare la propria vera natura, a scorrere dentro al pozzo nero delle proprie paure, a estrarre quel secchio nascosto nel buio.

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Questo libro è fondamentale per chi tenta di accedere alla propria natura, per chi è disposto a seguire il proprio istinto a dispetto della società, da ciò che gli altri si aspettano da noi. Accedere e accettare la nostra natura è saltare un burrone, se pensiamo che innamorarsi sia un rischio non conosciamo la nostra natura. Essere disposti a vivere assecondando i nostri aspetti luminosi ma anche quelli oscuri è un percorso in solitudine, nessuno ti porta da bere e ti assiste. Se possono, gli altri ti lasciano anche morire, soprattutto chi ti ama secondo le regole sociali, soprattutto i genitori. Liberarsi da noi stessi richiede il sacrificio, non dovrete avere nessuna pietà. Conoscere il proprio male agisce all’inverso, permette di proteggerci.

Clery Celeste

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Alcune frasi tratte da “Il femminile nella fiaba” di Marie-Louise von Franz:

Le esperienze più profonde devono restare segrete, anche per il fatto che la loro natura è inesprimibile

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Si possono anche ferire certe anime esponendo loro cose per le quali non sono mature e alle quale non sono destinate

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Lo scopo reale di una depressione è di rimetterci in contatto con il principio divino

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Discendere nella propria ombra è all’inizio soltanto sgradevole, e i risultati non sono affatto divertenti, ma ha un grande vantaggio: quanto più si conosce la propria cattiveria, tanto più si è capaci di proteggersi da quella degli altri. Il male all’interno di noi riconosce il male all’esterno”

*In copertina:Adelaide Herrmann in una messa in scena de “La Bella Adormentata”, 1903; Houghton Library, Harvard University