Fëdor Dostoevskij piscia, ama, resiste, implora. Sia lode ora a Jan Brokken, che è riuscito a far rivivere (documenti alla mano) il più grande scrittore di sempre

Posted on Luglio 24, 2018, 12:13 pm
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Fëdor Dostoevskij è il mio scrittore, dire preferito rovinerebbe tutto. Al solito è con le persone a cui più si tiene che si commettono gli errori più grossolani, dunque sapendo del romanzo di Jan Brokken, Il giardino dei cosacchi (Iperborea), mi dicevo: “Non vorrai mica leggerlo? Non vorrai mica dar seguito all’ardimento di chi di Dostoevskij ha voluto fare il personaggio di un romanzo, quando l’unico compito che tocca a ogni individuo che non voglia andare sprecato consisterebbe nel vivere come fosse lui il personaggio di un romanzo dostoevskiano, diventandone degno?”. Avevo di queste sciocchezze per la mente, di queste manie da lettore innamorato, perciò ho comprato il romanzo e l’ho letto, iniziando la lettura chiedendo a Jan Brokken in silenzio e nel pensiero: “Abbine rispetto, rispetto! Diamine: è Dostoevskij!”, e Jan mi ha esaudito, infatti è di pagina 322 la descrizione: “Un grido che sembrava provenire dal petto di un altro. Scivolò fuori dal letto, si contorse per terra perdendo fiocchi di bava. Le convulsioni gli tolsero il fiato, gli deformarono la bocca, gli serrarono la gola. Si sentì soffocare, l’urina gli colò tra le gambe.”

Chi ama desacralizza, deiconizza, ama la carne e non la sua aura, ama chi c’è e non il racconto che se ne fa quando ormai non c’è più. Il Dostoevskij ricoperto di bava e di piscio di Brokken l’ho amato non perché io sia un patito del genere pissing in combo con gli emetici, per fortuna nel romanzo di Brokken Dostoevskij non trascorre tutto il suo tempo stravolto da una crisi epilettica: il Dostoevskij di Brokken fuma la pipa, scrive sul tavolaccio della sua casetta decrepita da confino siberiano, indifferente agli scarafaggi, chiacchiera moltissimo, s’innamora di una donna sconclusionatamente fino al prenderla in moglie, dostoevskianamente proprio, chiedendo rubli su rubli. Il Dostoevskij di Brokken, in una parola, vive; vale a dire: rivive. Solo per questo la gratitudine a Jan Brokken è dovuta nei secoli.

Quando è ora di restituire, di onorare l’amicizia che ritorna al momento del bisogno, per quanto a ruoli rovesciati tra il beneficiante e il beneficiario, Dostoevskij sparisce, non si sa più dove sia finito. Che ne è dell’amicizia tra Alexander Igorovič von Wrangel zu Ludenhof e Fëdor Dostoevskij, che risale al primo incontro nel giardino dei cosacchi, che ne è di questo sodalizio tra due uomini intimamente legati quando è Alexander a chiedere e è Fëdor a dover reciprocare, per non dire a dover restituire, per fare fronte a un momento di impellente necessità? Dostoevskij non ne esce bene a voler raccontare le cose per come sono andate, ma Dostoevskij non lo si ama perché se lo è saputo meritare: lo si ama perché è Dostoevskij.

libro dostoevskijD’altronde il Dostoevskij più miserabile non è quello umiliato dal suo male; è il Dostoevskij che chiede una raccomandazione dietro l’altra, che manda bigliettini e ne fa mandare, che cerca e trova sostegno nella rete delle sue conoscenze mica da ridere: uomini poco o tanto vicini al potere, parenti, amici, compagni di incontri letterari. L’orgogliosissimo Dostoevskij non lascia niente d’intentato: chiede, prega, insiste, è un uomo per il quale le raccomandazioni non sono mai abbastanza. Sente di aver pagato la sua pena, di aver messo alla prova la sua innocenza, adesso può bastare, adesso ha maturato il credito per tutta la vita che gli rimane, e Alexander diventa il tramite di Dostoevskij: Alexander ha scritto a suo padre, ai suoi zii, ai suoi superiori, ai suoi protettori? Sta spendendo tutta la sua influenza perché lui, Dostoevskij, possa rientrare a San Pietroburgo e lì tornare respirare di nuovo, ovvero a pubblicare? Caricandosi di tutti i doveri, indebitandosi fino all’ignominia, vedendosi costretto a lasciare la Russia questa volta andando nella direzione opposta, ma cosa sarebbe contato tutto ciò se intanto avesse ripreso a essere pubblicato, a essere letto?

Brokken ha dalla sua i carteggi, le memorie mai pubblicate prima, gli epistolari originali tradotti per l’occasione. Brokken tiene a far sapere che è tutto vero e che lui ci ha messo solo la forma della ricostruzione, tutto allora, perché la verità è sempre un tutt’uno al come la dici. Brokken scrive che il medico, quello che confermò a Dostoevskij la diagnosi di epilessia, gli abbia dato questa indicazione: “Non doveva affaticarsi, soprattutto nei giorni che precedevano la luna piena”. Che il Dostoevskij di Jan Brokken abbia lo stesso vizio congenito del Leopardi di Michele Mari in Io venia pien d’angoscia a rimirarti? Tutti mannari questi scrittori mostruosi?

La notizia del 22 dicembre 1849, il punto d’avvio de Il giardino dei cosacchi, è la non-fucilazione di Fëdor Dostoevskij. A suo modo è una notizia alla rovescia, una notizia mancata. La data fondamentale nella vita di Dostoevskij fu quella durante la quale qualcosa doveva succedere e non accadde. Il giorno più bello fu quello in cui alla fin fine non se ne fece più nulla. E io continuo a commettere lo stesso errore: parlo di Dostoevskij dando per scontato che si sappia di chi sto parlando, chi ci sia dietro questo cognome, il come mai Dostoevskij si sia meritato un posto in un romanzo di cui non è neppure il protagonista. Un romanzo apocalittico, secondo me, comincerebbe con la fucilazione di Dostoevskij, si chiederebbe se davvero è tutto così vano al punto che il mondo sarebbe stato uguale a quello che è diventato anche se quel 22 di dicembre Dostoevskij si fosse beccato il proiettile nel petto, senza estinguersi prima e del tutto.

Il protagonista de Il giardino dei cosacchi è Alexander Igorovič von Wrangel zu Ludenhof, rientra nel progetto estetico di Brokken di raccontare le anime baltiche. Brokken ha il gran merito di aver fatto entrare di rimpallo Dostoevskij nella sua storia. Il romanzo restituisce con una veracità intensissima l’Alexander di undici anni più giovane di Dostoevskij, l’Alexander mai condannato e mai imprigionato nella Fortezza di Pietro e Paolo e mai mandato in esilio in Siberia per anni e anni, mai trattato alla stregua di un criminale in un katorga (quello che fin troppo presto si chiamerà gulag), e che mai ha scritto i romanzi che hanno spaccato come una scure la storia della letteratura e della persistenza della vita umana sulla terra, giusto per darci dentro con gli eufemismi; romanzi che nemmeno starò a citare. Suvvia non scherziamo, sono i romanzi di Dostoevskij.

Sgraziatamente, grave di ingratitudine, leggendo la storia di Alexander a me non interessava niente di Alexander, volevo sapere tutto di Dostoevskij e a Dostoevskij perdonavo tutto; in questo sta la diabolica riuscita di Brokken, il suo aver saputo restituire il clima mentale dei romanzi di Dostoevskij senza imitarlo in nulla, raccontandolo in maniera schietta, diretta, concisa, spudorata. Brokken racconta un personaggio vittima delle sue relazioni, dei suoi affetti, dei suoi slanci di generosità e di candore: l’idiota de Il giardino dei cosacchi non è affatto Dostoevskij, è Alexander, e se non è un colpo da maestro questo!, sottrarre a Dostoevskij la sua ambizione messianica, separarlo dall’invenzione del buon angelo, dall’immagine del buon principe decaduto dalla incomprensibile e vulnerabile bontà, come avrebbe voluto gli restasse cucito addosso!, riconducendo Dostoevskij alla sua vera dimensione: all’uomo che sopravvive a tutto e a tutti. Laddove gli altri giovani accusati di congiura sono rimasti distrutti nel corpo e nello spirito e sono morti giovani e folli, lui è stato sia Ulisse sia l’Omero che ne canta il ritorno a Itaca, superando l’oceano della steppa; lui è l’uomo dalla sotterranea e demoniaca brama di vivere e di rivincere, di affermare la sua ambizione, di ottenere quel poco di cui si reputa degno, reputandosi lui indegnissimo, che però a quel cosiddetto poco non avrebbe rinunciato mai.

La Russa zarista è enorme e schiacciante ma non lo è stata abbastanza per poter averla vinta su Dostoevskij. Dostoevskij si è rivelato più potente degli zar a cui ha inviato poesie di implorazione e della Russia stessa a cui si è dichiarato fedele e sottomesso. I secoli passano, i potenti e i potentati s’annientano, tramonta a tutte le ore del giorno e della notte e Dostoevskij diventa sempre più netto, indimenticabile, riverberante. In quella casa dei morti che granello a granello sarà alla lunga la casa di tutti sarà sempre Dostoevskij a fare gli onori.

Durante la prigionia sono stato zitto per quattro anni.” Una frase terribile. Essere stato zitto ovvero: aver ascoltato, aver visto, aver provato, e non averlo potuto dire, non averlo potuto scrivere. La pena maggiore per Dostoevskij non è stata la sua condanna: l’angoscia stava nell’essere stato condannato e nel non poterne scrivere, era il terrore di non poter avere più la possibilità di trasformare la vita in letteratura perché la vita ne potesse essere dilatata; la pena era il rischio di non poter più partire dalla sua esperienza per poterne ricavare il racconto dell’uomo che è condannato comunque e ovunque, sempre tirato in quattro parti diverse, torturato dalla continua esplosione che avviene di nascosto agli occhi, nel gulag dell’animo umano dal quale è impossibile evadere se non durante gli autentici momenti di alienazione, di disincarnazione: quando tu non sei più tu ma sei soltanto la voce che dice io o che non ha neppure bisogno di dirlo, la voce che riporta gli eventi e che misteriosamente, sotterraneamente, senza darsene mai per inteso, può sviluppare l’inconsapevole impressione di essere lei la causa prima di quegli eventi, di esserne la creatrice a posteriori, ma questo è un paradosso troppo vorticoso e violento e maniacale; è troppo dostoevskiana come intuizione.

Antonio Coda