Fedez? Lasciatelo perdere, è sconfitto clamorosamente da Ferdy Boss, il cantante immortale delle sagre di paese

Posted on luglio 04, 2018, 12:02 pm
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Non una punta di snobismo. Questione di scelte. Diciamo. I referti Ansa sono trionfalistici. Rimini, qualche serata fa, è stata benedetta da Fedez, che un tempo era un rapper, ora è il tipo di Chiara Ferragni. 200mila persone, “con un picco d’affluenza sulle 90mila presenze”, dicono. Dai colli, il mare sembra una spada, il chiasso è la retorica delle cicale, le luci, in Riviera, paiono le costole di un angelo sbriciolato nel precipitare. Non è snobismo. Non amo le masse umane, pericolose per natura, ma gli uomini, singoli: amo i volti, ecco, mica le folle. Soprattutto, direbbe la tipa di una nota pubblicità, ho voglia di qualcosa di buono. Cioè, di diverso. Dunque. Mentre il fiume umano sfocia al cospetto di Fedez – il divismo è incomprensibile e insopportabile, conta l’elezione non l’ovazione, conta il carisma (che va scoperto, non sputtanato in pubblico) non il selfie, di dio, poi, ce n’è uno solo o nessuno – io vado in direzione ostinata e contraria.

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Minuscolo borgo sul colle. Non so neanche come si chiami. Sagra del ‘sardone’: pioggia di piada con sardoncini fritti, al forno, sott’olio. A servire, gentili signore. Una sagra vera – ormai le sagre sono una appendice all’enogastronomia, si paga di più ad andare a una sagra che al ristorante. Gente. Studio chi mi è davanti. Mariti, mogli, figli. Penso a chi tradisce chi – e come – e perché – e con chi. So che chiunque, ora, sarebbe disposto a sperperare la sua vita frustrata per la prima ventata di avventura che passa. Vezzi da romanziere o da infelice, sia chiaro. I frustrati, penso, non sono gli altri – forse sono solo io. Ad ogni modo, sembrano tutti felici. Nessuno parla di Fedez. Anzi. Tra poco, nel campo sportivo, arriva il gruppo della serata a suonare.

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Le seggiole sono disposte sul campo da calcio. Dopo quella che vende lo zucchero filato, quello che offre fette di anguria succulente, il tipo che t’invita alla ‘pesca miracolosa’. Sul palco c’è Ferdy Boss con la sua ‘orchestra’. Nome estratto dall’epoca che fu, immagino, quella di Little Tony e Bobby Solo. Il chitarrista ha un improbabile tuba da Bob Dylan nato in Ecuador; il bassista fa facce strambe, tra poco gli parte, come una stella filante, l’aorta; il tastierista fatica a tenere il tempo. Età media: 70 anni. In rete, più tardi, mi ascolto il disco di Ferdy Boss, Asia, pubblicato nel 2012. Lasciamo perdere. Ferdy Boss è aureolato da una parrucca bruna, ha la camicia bianca, una voce ferma, svaria tra Ligabue, Ramazzotti, Battisti, “la grande musica italiana”, dice lui. La più buffa è la ‘corista’, comunque. Settantenne pure lei, al centro del palco, incita il pubblico a battere le mani, mentre gorgheggia.

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Qualcuno improvvisa un ballo, forse sulle note di Battisti. Poco dopo, in un grottesco medley, Ferdy Boss si lancia in una versione di Grazie perché, con attempata spalla femminile. Dovrei avere compassione, sono solo imbarazzato, infine la verità mi fulmina. Mi pare di essere dentro Ginger e Fred, in una corrusca commedia felliniana. Ma certo! M’immedesimo in Ferdy Boss. Un vecchio che si ostina a cantare nelle sagre di paese – in paesi sempre più piccoli, sempre più introvabili, che non stanno neppure sul navigatore. Sul camioncino di fianco al palco giganteggia la scritta, sbiadita, ventennale, “Ferdy Boss & Orchestra”. Vecchi che si sprecano nel loro sogno: cantare. Sudano fino a schiattare. Ci vuole coraggio a sfidare il patetico con il talento che la sorte ti ha dato. Rispetto a Fedez, beh, Ferdy Boss, che canta davanti a una manciata di paesani che divorano i sardoni, è un Maradona della musica. Mi dico che questa ingenuità è così tracotante da sembrarmi meravigliosa. Alla fine, spinto dalla vegliarda sul palco, mi metto a battere le mani anche io. La luna è pazzesca. Una ginocchiata di miele in mezzo al cosmo. Tocco di fianco un tizio. Lo spettacolo più bello è gratis, gli dico. Lui non capisce. L’apparecchio ronza nei padiglioni auricolari. Ascolta quello che gli pare, lui. (d.b.)