Gli amori nascosti di William Faulkner e Sylvia Plath. Parla il biografo, ovvero: sulla sublime arte del pettegolezzo

Posted on Aprile 02, 2020, 11:52 am
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William Faulkner e Sylvia Plath sono già stati meticolosamente sviscerati in una decina di biografie. Fare nuove ricerche e scriverne un’altra può sembrare inutile, persino ridondante. Eppure: non esiste una biografia definitiva perché le testimonianze aumentano, si sviluppano, si trasformano nel tempo, man mano che diversi biografi si confrontano con lo stesso soggetto. La stessa visione del medesimo contenuto cambia, o si amplia.

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Sapevo che c’era ancora da dire sugli ultimi giorni di Sylvia Plath. E arrivò la grande svolta. Harriet Rosenstein, una delle prime biografe della poetessa, che non ha mai pubblicato un libro, decise di mettere in vendita ciò che aveva tenuto per sé; fonti primarie, tra cui lettere indirizzate alla controversa terapista Ruth Barnhouse. Lo Smith College rivendicò il diritto sulle lettere, le ottenne in seguito a un processo e le inserì tra i documenti dedicati alla Barnhouse. Sono stato il primo biografo ad avere accesso al resoconto di Ruth Barnhouse sugli ultimi drammatici giorni di Sylvia Plath.

The Last Days of Sylvia Plath (University Press of Mississippi, 2020) riprende da dove si era interrotto American Isis: The Life and Art of Sylvia Plath (2013), ripercorrendo la genesi delle biografie dedicate a lei e spiegando il perché ci sia voluto così tanto tempo per avere un’adeguata comprensione delle circostanze della sua morte. È risaputo che Ted Hughes ostacolò diversi biografi, tra cui Harriet Rosenstein e altri due, talmente intimoriti da tenere segreta della documentazione fondamentale, resa pubblica solo gradualmente, più tardi.

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Il mio libro pone l’attenzione sulle difficoltà di scrivere una biografia, tanto quanto sulla figura di Sylvia Plath. Tra la documentazione della scrittrice Susan Fromberg Schaeffer alla Boston University, ho rinvenuto dei carteggi che rivelano come le informazioni sugli ultimi giorni della poetessa siano state occultate da Ted e Owyn Hughes, che rovistavano nel suo archivio per pubblicare solo ciò che conveniva loro.

Le omesse informazioni hanno giocato un ruolo fondamentale anche nella mia decisione di scrivere una biografia di William Faulkner (The Life of William Faulkner, The University of Virginia Press, 2020). Sono stato il primo a perlustrare l’intero archivio di Carvel Collins dell’Harry Ransom Center a Austin, in Texas. Oltre cento cartelle, molte di cui contengono interviste dal 1948 in avanti, che rivelano una prospettiva più intima dello scrittore, quale uomo di famiglia e amante, aspetti tralasciati dalle precedenti biografie.

Collins morì nel 1992, senza aver scritto una sola parola della sua biografia. Tuttavia, in oltre 42 anni, sembra aver parlato con chiunque avesse avuto a che fare con Faulkner; sua madre e i suoi fratelli, i suoi amici e i suoi colleghi sceneggiatori, persino lo staff dell’hotel Algonquin, il rifugio preferito di Faulkner a Manhattan; e con Meta Carpenter, sua amante a Hollywood. Quest’ultima fornì a Collins vivide descrizioni degli amplessi con Faulkner, che ho potuto vedere, avendo accesso ai disegni pornografici di Faulkner, conservati nella Berg Collection alla New York Public Library.

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Diversi altri archivi su Faulkner, compresi quelli della Emory University, delle University of North Carolina, University of South Carolina, University of Mississippi, University of Virginia e William Patterson University, raccolgono materiale inedito, tralasciato dagli altri biografi. Presso l’University of Oregon, i dati di Robert Cantwell, che delineò un profilo di Faulkner su Time, custodivano informazioni private riguardo allo scrittore e la moglie Estelle, tra cui l’indiscreta dichiarazione secondo cui lei aveva paura del marito, talvolta un individuo tremendo e distaccato.

In effetti, è stato proprio quello che Faulkner celava, in particolare riguardo la sua permanenza a Hollywood, a guidare le mie ricerche di materiale inedito, che hanno condotto, presso la Academy of Motion Picture Arts and Sciences, alla scoperta di una sua sceneggiatura su cui ancora nessuno aveva espresso un parere.

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Il biografo Paul Murray Kendall ha detto che la biografia è anche un’autobiografia ed è sicuramente vero per The Last Days of Sylvia Plath, la più personale tra tutte le biografie che ho scritto. Sono arrivato in Inghilterra qualche mese dopo la sua morte. A Londra e nello Yorkshire ho assistito alle difficoltà di una nazione che tentava ancora di riprendersi da una guerra che aveva determinato anche le tormentate vicende di Sylvia Plath. Per me lei rappresenta un archivio vivo, un modo per ricordare il mio passato.

Parte di ciò che intendo per archivio vivo sono le interviste che ho condotto per le biografie di Plath e Faulkner. Molto si può dire a sfavore delle interviste, i testimoni possono distorcere il passato, ricordarlo erroneamente, proiettarvi i loro secondi fini. Talvolta tra i loro “ricordi” includono cose dette da altri, diventate parte di una testimonianza che non può più essere verificata. Il biografo deve stare in guardia contro tali alterazioni di fatti e andare in cerca di altri documenti che avvalorino le testimonianze orali. Meta Carpenter disse che William Faulkner era un amante meraviglioso, audace, e i disegni di lui dei loro amplessi confermano i suoi ricordi. Meta Carpenter sapeva che le sue parole sarebbero state discusse e per questo consegnò i disegni alla Berg Collection fino alla morte della figlia di Faulkner, Jill.

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Una convergenza simile di archivi, vivi e morti, si è verificata quando ho intervistato Al Alvarez riguardo la sua relazione con Sylvia Plath. Secondo i racconti divulgati da Alvarez del loro ultimo incontro, la Plath gli aveva rivelato il suo interesse verso di lui, che aveva esitato, perché impegnato con un’altra donna. Ma nell’archivio di Olwyn Hughes alla British Library appare la lettera di lei ad Alvarez, in cui lo implora, in effetti, di uscire allo scoperto. Non dice esplicitamente che tra Plath e Alvarez ci fosse stato alcun tipo di incontro sessuale, ma vi allude, affermando che nel suo ultimo diario (che Ted Hughes dice di aver distrutto), la Plath era stata molto attenta a non identificare Alvarez. Questo suggerisce che vi fosse qualcosa da nascondere.

Nel libro racconto il mio inquieto tragitto verso la casa di Alvarez, a Hampstead; sapevo che avrei dovuto insistere per farmi dire cosa fosse successo davvero durante la sua ultima notte con Sylvia Plath. Alvarez era un tipo cordiale, senza l’ostilità che avevo ravvisato nelle interviste per altre biografie. Aveva resistito alle richieste di Olwyn, quindi perché avrebbe dovuto confessarsi a me, dopo tutto questo tempo? L’intervista è stata magnifica, Alvarez, dai suoi diari, leggeva ad alta voce di Sylvia, Olwyn, Ted e la sua amante Assia Wevill.

Allora gli ho raccontato della mia visita alla British Library per leggere i suoi archivi e quelli di Olwyn. Nel modo più delicato possibile, gli ho spiegato la mia reazione alla lettera di lei, in cui gli diceva: “Se lei potesse dimostrare qualche tipo di relazione tra te e Sylvia, allora questo scagionerebbe Ted. Lei aveva il suo amante. Lui aveva la sua.”

Guardavo Alvarez, resistendo alla tentazione di aggiungere altro, di provare a persuaderlo nel dare una risposta, pensavo che avrei rafforzato la sua riluttanza. Mi guardò e disse, confessò anzi: “era innamorata di me”. Non avrebbe detto nient’altro, o forse avrebbe detto altro se sua moglie, la stessa donna che frequentava quando vide Sylvia Plath per l’ultima volta, non fosse entrata nella stanza, proprio in quel preciso momento…

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Non ci sono stati momenti altrettanto forti durante le mie ricerche tra gli archivi di Faulkner, ma sono avvenuti incontri memorabili. Joseph Blotner è l’unico tra i biografi di Faulkner a citare Kate Baker, una vicina e amica stretta di Estelle. Nell’opera di Blotner, Kate era un personaggio secondario, mentre gli altri biografi l’hanno eliminata del tutto dal loro resoconto. Era proprietaria di un negozio di vestiti e aveva dato una mano al matrimonio di Jill Faulkner e a quello della nipote dell’autore, Dean. Kate non era più in vita quando ho iniziato a lavorare alla mia biografia, ma sua figlia Sandra ha cortesemente acconsentito a un’intervista, in cui ha escluso l’ipotesi che Kate potesse aver avuto una relazione con Faulkner, come invece sospettava Dean. Sandra non credeva sua madre capace di tradire Estelle in quel modo. Perché Dean pensava il contrario? Perché i viaggi di Kate a New York per scoprire le nuove mode e studiare le ultime tendenze a volte coincidevano con i soggiorni in città di Faulkner. Lui amava vestirsi bene e aveva uno spiccato senso della moda, comprava solo scarpe di determinati marchi e con un certo stile, e in generale, si era interessato di sartoria, fin da quando era ragazzo. E questa attenzione si percepisce anche da uno straordinario passaggio sulle cravatte in uno degli ultimi romanzi, The Mansion (1959).

Inoltre invitava Kate e andavano a cavallo insieme, una cosa che gli piaceva fare anche con le sue donne di Hollywood. Ma si occupava dei possedimenti a Oxford, come mi ha detto Sandra. Quando andava da Kate nel suo negozio a Oxford, aspettava fuori e le mandava un biglietto. Gli uomini, mi diceva Sandra, non entravano volentieri nei negozi di vestiti. Tutto questo cosa prova? Riguardo a un eventuale tradimento niente, ma mi fa pensare. Dean Faulkner ha studiato attentamente lo zio e alla fine incontrò le sue amanti Meta Carpenter, Joan Williams e Jean Stein, donne bellissime e virtuose a cui Dean voleva bene perché si erano prese cura del suo tormentato zio. Kate Baker faceva parte di questa raffinata compagnia e qualunque sia la verità sul tempo che passava con l’autore, è diventata parte essenziale della mia storia e mi ha aiutato a far rivivere William Faulkner nella mia biografia.

Carl Rollyson

*L’articolo è stato pubblicato su “Literary Hub”; la traduzione è di Valentina Gambino