“Ma tu sei uno scrittore?”. William Faulkner a Hollywood. L’amico di Humphrey Bogart che vinse il Nobel

Posted on Marzo 09, 2020, 7:28 am
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Gli anni epici di William Faulkner sono questi. 1931-1936. Dalla pubblicazione di Santuario, patto illecito – e licenziosamente memorabile – con il ‘genere’ noir per tirar su un po’ di soldi – che non arrivano – a Assalonne, Assalonne!, il capolavoro, pubblicato nel 1936, in 6mila copie di tiratura iniziale, emblema – all’epoca – dello scrittore scriteriato, involuto, biblico, tremendo, fallito. In questi anni, succede di tutto. L’11 gennaio nasce, dall’unione con Estelle, la figlia Alabama. “L’ospedale di Oxford non dispone di una incubatrice, e Faulkner è costretto a riportare a casa la bambina, che muore all’alba del 20 gennaio. Annientato dal dolore, porta con le braccia la piccola bara al cimitero, e al ritorno avverte l’ignara Estelle dell’accaduto” (Fernanda Pivano nella Cronologia al ‘Meridiano’ Mondadori che raduna i Romanzi di WF, nel 1995). Questo sarà lo start di una serie di tragedie. Nel 1932 muore il padre, Murry Cuthbert Falkner – la u fu aggiunta come vezzo dallo scrittore, speranza per un alato futuro. Due anni dopo muore il fratello Dean, guidava un biplano. Dean era del 1907, dieci anni più giovane di William – era stato lui a indurlo a praticare il volo – il senso di colpa lo devasta.

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Quando pubblica Luce d’agosto (1932; traduzione pionieristica di Elio Vittorini, per Mondadori, nel 1939) Faulkner inala la certezza del fallimento. Con i libri non campa, perciò accetta di varcare l’Eden degli scrittori in cerca di fama. Hollywood. La Metro gli offre un contratto da 500 dollari a settimana; lavorare sui testi altrui, barattare qualche brandello di dialogo, corrompere la sua visione dell’arte, manichea, monastica, lo devasta. Ma accetta. Lisa C. Hickman, docente di “Southern literature” alla University of Mississippi, racconta gli anni hollywoodiani di Faulkner in un saggio pubblicato sulla “Los Angeles Review of Books”, The Road to Glory: Faulkner’s Hollywood Years, 1932-1936. L’inizio fu un disastro. “Faulkner arrivò agli studios il 7 maggio del 1932: in ritardo, spettinato, ubriaco, con la testa che sanguinava. Non riuscì a sistemarsi, scomparve per nove giorni. In seguito, dirà di aver vagato per la Death Valley. Come ci era arrivato se distava almeno 150 miglia da Hollywood?”. Faulkner che vaga nel deserto è una immagine di lungimirante potenza. Forse lì ha coscienza di essere un genio, gli scorpioni gli sussurrano che chi ha un compito può accettare tutto, che gli uomini non scalfiscono la voce del profeta, la necessità del santo.

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Altra scena. “Poco prima di lasciare Oxford, Faulkner termina Luce d’agosto. Il manoscritto conta 527 pagine che Estelle, rosa di rabbia, un giorno, getta fuori dal finestrino della macchina. Faulkner fu costretto a raccattare i fogli del suo romanzo tra i fossati, i cespugli, la terra”. Il segno è doppio, qui. Primo: lo scrittore è ostile a chi ama, vampirizza le relazioni, i suoi scritti sono autenticati dalla rabbia altrui. Secondo: un grande libro è sigillato dall’abbandono, va cercato frugando i boschi. Che strana la vita di Faulkner: tra isolamento e palco, tra deserto e Nobel, tra il desueto e lo sgargiante, il lacero e il bacio.

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La vita hollywoodiana di Faulkner è stata sotterrata per anni in una sorta di ferreo pudore. Dai romanzi del più grande scrittore americano del secolo avrebbero estratto dei film di vago successo – da Intruder in the Dust del 1949 a The Sound and the Fury, del 1959, con Yul Brinner e Joanne Woodward, fino a As I Lay Dying, di James Franco, del 2013. Il contrario – che il grande scrittore si piegasse a maneggiare sceneggiature altrui – suonava male. Le cose cambiano quando, nel 1987, Louis D. Brodsky pubblica, per la University Press of Mississippi, Country Lawyer and Other Stories for the Screen by William Faulkner. Fu una piccola sorpresa. Così Herbert Mitgang sul “New York Times”, il 28 luglio 1987, riassume il clamore: “Faulkner ha lavorato a 17 sceneggiature tra gli anni Trenta e Quaranta, tra adattamenti, collaborazioni con sceneggiatori più esperti e testi originali. La sua produzione per Hollywood, finora sconosciuta, ha toccato le 2500 pagine dattiloscritte – sostanzialmente, un romanzo oceanico, mai pubblicato”.

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Gli aneddoti hollywwodiani di Faulkner – per lo più annaffiati di alcolici di ogni sorta, garanti di grandiose ubriacature – si sprecano. Questa è curiosa. Ottobre 1932. Los Angeles. Howard Hawks ha affittato una casa in collina. Gira tanto alcol e un bel fiotto di fanciulle. Clark Gable attacca Faulkner, sotto contratto per la Metro, che all’epoca “stipendia sessantadue scrittori alla settimana”. Chi sono i migliori scrittori viventi?, chiede l’attore. “Ernest Hemingway, Willa Cather, John Dos Passos, Thomas Mann e William Faulkner”, dice Faulkner. Gable gli fa, “Ma tu sei uno scrittore?”. Risposta laconica di Faulkner: “Certo, Mr. Gable. E tu, che mestiere fai?”. Faulkner “è stato lo scrittore che con più costanza ha lavorato per il ‘sistema Hollywood’, scrivendo o trattando soggetti e sceneggiature per cinque tra le maggiori case cinematografiche, la Metro, la Universal, la Rko, la Fox e la Warner Brothers”, scrive Stefan Solomon in William Faulkner in Hollywood: Screenwriting for the Studios (University of Georgia Press, 2017). A Faulkner, Hollywood faceva schifo. “Non mi piace il clima, la gente, la vita”, dice in un’intervista, nel 1951. “Sto male, sono depresso, ho la terribile certezza di perdere tempo”, scrive in una lettera, dagli studi della Metro.

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Hollywood divora Faulkner. Lo scrittore lascia nel 1945; due anni dopo la Warner impugna il contratto e lo rimette al lavoro. Faulkner, che ha canonici problemi di soldi, si piega. Di tutto questo lavoro, immane, resta la firma di Faulkner in cinque film:

Today We Live (1933), di Howard Hawks, con Joan Crawford e Gary Cooper, basato su un racconto di Faulkner, Turnabout, pubblicato nel 1932 sul “Saturday Evening Post”;

The Road to Glory (1936) di Howard Hawks, con Fredric March e Warner Baxter, scritto da Faulkner con Joel Sayre, ambientato nella Prima guerra, in Francia;

Slave Ship (1937), di Tay Garnett, con Warner Baxter e Mickey Rooney, basato su un romanzo di George S. King, da cui Faulkner ha tratto il soggetto, trattato da altri in sceneggiatura;

To Have and Have Not (1944), di Howard Hawks, con Humphrey Bogart e Lauren Bacall, tratto da Avere e non avere dell’amico-odiato Ernest Hemingway. Faulkner scrive la sceneggiatura con Jules Furthman. Ridurre Hemingway in forma di film lo deprime; l’amicizia con Bogart lo rincuora;

The Big Sleep (1946), di Howard Hawks, con Humphrey Bogart e Lauren Bacall, tratto dal romanzo di Raymond Chandler, è effettivamente il grande ‘successo’ da sceneggiatore di Faulkner. Proprio quell’anno, l’uscita del Portable Faulkner, una antologia di scritti faulkneriani, “provoca una popolarità mondiale favorendo la ristampa dei titoli esauriti” (Pivano) e lanciando WF verso il Nobel, che casca tre anni dopo.

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Hollywood non entra nella narrativa di Faulkner, se non per squarci. In Palme selvagge s’intuisce la morte della figlia Alabama, il Sud che marcisce come l’anima di Faulkner, i tradimenti. Palme selvagge è scritto sotto l’infatuazione per Meta Carpenter, la bella segretaria di Howard Howks, che WF frequenta da quando è entrato a Hollywood – a dire il vero, docile alle tentazioni, ha pure una cotta per Claudette Colbert, Oscar nel 1935 per Accadde una notte, di Frank Capra. Il regno fittizio di Hollywood, la devastazione del Sud. “Sembra che Faulkner voglia mettere in scena la vita come Caduta”, scrive Emilio Tadini in un bel saggio per L’urlo e il furore. “Il poeta, lo scrittore, sacrifica se stesso – fa letteralmente sacrificio di se stesso sull’altare del mondo. Si fa strumento rituale – tramite, raccordo, conduttore. Auto-umiliazione? Orgoglio? Ma di chi?”. Palme selvagge, tradotto in latinoamerica da Leonor Acevedo Suárez e suo figlio, Jorge Luis Borges, s’intitolava in origine If I Forget Thee, Jerusalem. Il Salmo 137 della Bibbia. Il più cupo, l’inaudito, l’inudibile. Che chiude con quel grido al massacro: “Figlia di Babilonia che ammazza/ beato chi ti renderà quanto hai fatto/ beato chi afferra i tuoi figli/ e li sfracella contro le rocce”. Qui, chi si massacra contro la petraia del mondo, usando parole che lapidano, eco del deserto e dello sconfinato, è lo scrittore. (d.b.)