La Grande Civiltà delle “fake news”: dal Prete Gianni ai Protocolli dei Savi di Sion, le bufale che hanno fatto la storia

Posted on Novembre 12, 2019, 11:48 am
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Le notizie false – pardon, oggi è di moda dire fake news – non fanno solo ridere, quando le si scoprono. Hanno conseguenze nefaste sulla realtà, che risulta così manipolata, dando a noi un senso di smarrimento e di sfiducia nel mondo editoriale, già assediato da una crisi che va al pari passo con l’ignoranza degli italiani. E così Internet si può trasformare in un pozzo di veleni, in un’arma, tra le più subdole per distorcere orientamenti politici e sbilanciare equilibri economici. Ma le bufale non sono tipiche di questa nostra epoca digitale, popolata da spaesati e da sovraeccitati, da creduloni e da cretini. Alcune bugie hanno condizionato per decenni o per secoli la storia. Pensiamo alla presunta donazione di Costantino, con cui l’imperatore avrebbe donato, nel VIII secolo, tutto il mondo che obbediva a Roma. Quel “regalo” influenzò persone di grande levatura come Dante e Ludovico Ariosto. La falsa donazione (Constitutum Constantini) si sgretolò al suono delle trombe dei bersaglieri quando nel 1870 fecero la breccia di Porta Pia. È uno dei tanti casi in cui il falso ha un immenso valore politico e militare. Certi scrittori di bestseller come Dan Brown hanno intinto la penna nel calamaio del sentito dire o comunque della balla storica, poco importa se sia stata in precedenza demolita. La fandonia, occorre riconoscerlo, ha il suo fascino narrativo.

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Dicono che la Storia non insegna. A ciascuno la sua opinione. Fatto sta che la conoscenza di tante antichissime bugie non ci pone sempre in un sano stato di allerta. Quando nel 2001 ci fu l’attentato contro le Torri Gemelle, a New York, la fiera delle bufale cominciò a girare veloce. Non mancò chi sosteneva che quel drammatico crollo non fosse mai avvenuto. Alla pari dello sbarco sulla luna, nel 1969.  Come si ricorderà, il volto del terrore coincise con lo ieratico viso di Bin Laden. Ci fu chi giurò che lo sceicco del terrore in realtà non esisteva, morto da tempo. E allora? Semplice, secondo questa teoria: nel mondo circolava almeno una decina di suoi cloni (o più semplicemente sosia). Estate del 1945: Hitler si spara dopo aver ordinato ai suoi fedeli di bruciare il suo corpo (e pure quello di Eva Braun, appena sposata). Più di una fonte asserì che quei cadaveri non erano quelli dei coniugi Hitler. E fideisticamente molti si posero la seguente domanda: «Può morire?». I falsi sono e sono stati, tanti. Ce ne parla con prosa brillante Errico Buonanno in Sarà vero (Utet, 2019).

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Andiamo indietro nel tempo e riportiamo un episodio che ha il sapore dell’aneddoto. Camminava in una polverosa strada di Francia – siamo nel 1080 – il nobiluomo Everard de Breteuil, il quale aveva deciso da tempo di ritirarsi dall’alta società per condurre una vita da eremita. Conformemente alla decisione presa, indossava soltanto un saio. Gli venne incontro per caso un mendicante con abiti da straccione, ma con un portamento elegante e dignitoso.  Affascinato da quel tipo, gli chiese come si chiamasse. Risposta: «Evrard de Breteuil, ricco, un tempo, in Francia e ora relegato in esilio volontario per espiare i propri peccati». Attimi di grandi perplessità, poi il vero nobile riprese la sua passeggiata e decise di smetterla con l’ascesi, se non voleva che il paese si popolasse di impostori come quello appena incontrato. Ancora in Francia, secoli dopo.  Si presenta a Grange-aux-Ormes, una ragazza che si dichiara come Giovanna d’Arco, la pulzella di Orléans. Rediviva, ovviamente. Sapeva andare bene a cavallo, ottenne omaggi e favori, venne presentata alla duchessa di Lussemburgo, dalla città di Orléans riuscì a spillare quattrini. La sua commedia durò quattro anni. Alla fine l’Università di Parigi la costrinse a confessare la menzogna.

Gli impostori medievali arrivano come mosche. È l’epoca dei ritratti incerti, pur in circoli di buona fama intellettuale. È uno strascico storico, visto che nell’antichità certe scuole di retorica commissionavano pastiches che spesso finivano in commercio, nelle bancarelle di strada. Anche la biblioteca di Alessandria era un magazzino di falsi. Il medico Galeno si diceva amareggiato dopo aver scoperto che in strada si vendevano scritti non suoi, ma col suo nome. La stessa cosa capitò per Sofocle, Euripide. A Roma, Varrone sosteneva che delle 130 commedie di Plauto, ben 109 erano spurie. Le frodi recavano vantaggi. Sia onorato Gesù Cristo, d’accordo. Ma molto meno le presunte migliaia di pezzi della croce dove morì. Si arrivò a inginocchiarsi alle gocce di latte delle mammelle di Maria madre del Nazzareno, al cervello di Pietro, alla mandibola della Morte che aveva visitato Lazzaro. Senza contare le migliaia di nasi, denti, dita e orecchie di santi.

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Una delle figure più grottesche passeggia lungo i sentieri mondiali del Medioevo: padre Gianni. Narra il Chronicon di Alberico delle Tre Fontane che attorno al 1165 Manuele Comneno, imperatore di Bisanzio, ricevette una lettera a dir poco insolita. La missiva, piena di ossequio, era firmata, appunto, da padre Gianni che si definiva grande Monarca delle Indie, re di 72 province, discendente dai Re Magi. E, tra le altre cose, scriveva al monarca erede dell’impero romano: «Se tu sei in grado di contare le stelle del cielo e i granelli di sabbia del mare, allora sarai in grado anche di valutare la grandezza del nostro regno e del nostro potere». Non conosciamo la reazione del destinatario, ma è facile supporre che rimase interdetto da questo Presbyter Johannes. Una sua lettera fu consegnata anche a Federico Barbarossa, lettera nella quale, a parte i consueti omaggi, proponeva un’alleanza contro i Mori. Padre Gianni talvolta faceva esercizio di modestia dichiarandosi semplicemente “prete”, proprio lui che si diceva gran sacerdote e imperatore. Nel frattempo un messaggero proveniente dall’India s’intrufolava nelle stanze vaticane. Saluti rivolti anche al Santo Padre. Ma questo Gianni su che cosa regnava? Su un qualcosa che somigliava da vicino a un Eden, che si estendeva dai confini del Paradiso «fin nelle vicinanze della Torre di Babele, e comprendeva fonti di latte e di miele, un fiume di pietre preziose, un mare di sabbia, il vero sepolcro di San Tommaso, tutti gli animali della Terra tranne i serpenti velenosi, palazzi d’oro nonché sassi dal potere taumaturgico». Non era finita lì: Padre Gianni rendeva noto che «ogni mese siamo serviti a tavola da sette re, ciascuno secondo il suo turno, da 62 duchi e da 265 conti».  In quell’Eldorado c’erano anche belle donne? Certamente. Ma Padre Gianni le incontrava «solo per far figli». Questa è indubbiamente la truffa più duratura (pare per 500 anni) e diffusa di tutta la storia occidentale. Anche perché il fantomatico personaggio (ovviamente padre di numerosi imitatori) solleticava ambizioni politiche, invasioni, diatribe tra monarchi. Si sa: certi miti collettivi possono tradursi in realtà. O rafforzare certi timori. Ci riferiamo a quei vescovi che, per una feroce diatriba interna alla Chiesa, si radunarono a Viterbo (in una situazione coatta, a dir poco) per eleggere il Papa. In una “cronica” Ottone di Babenberg, vescovo di Frisinga, narrò della visita a Viterbo di Ugo di Gabala, vescovo siriano dai natali francesi, che portava una lettera. Sì, proprio la lettera di Prete Gianni. In essa la solita paccottiglia di un improbabile immenso impero orientale, zeppo di mostri e di mirabilia ma anche l’accenno a una lettera che Alessandro Magno avrebbe spedito al suo precettore Aristotele. Peccato che noi sappiamo che il grande conquistatore macedone non vergò mai una sua “cronica”. Altri ci pensarono con il Romanzo di Alessandro, testo ellenistico, naturalmente apocrifo. Ottone, uomo colto e storico attento, aveva spesso l’umor nero e leggeva le vicende del mondo come un lunghissimo cammino spirituale. All’orizzonte vedeva la disgregazione, la decadenza delle istituzioni terrene. Avvertiva il fiato dell’Apocalisse. Attorno a lui l’Europa e il Medioriente erano terre infuocate dalle dispute e dagli scontri, dinastici e non.

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Il 1600 si apre con la messa al rogo di Giordano Bruno a Roma, condannato prima a Venezia e poi nella sede del papato per eresia. Il Seicento è un secolo importantissimo per il pensiero scientifico e filosofico. Basti pensare a vette intellettuali come Galileo e Spinoza. Ma sono anche decenni di fandonie. Una delle quali si chiama la Confraternita dei Rosacroce. Nome suggestivo senza dubbio, ma anche senza fondamento storico nel senso questa accolita dai contorni nebulosamente e cristianamente ascetici deriva da un opuscolo attribuito a tale Valentinus Johannes Andreae, comparso a Kassel (Gemania) nel 1614, intitolato Fama fraternitatis Rosae Crucis, che raccontava la vita, ovviamente più che esemplare, di tale Christian Rosenkreuz. Strabiliante il fatto che il suo corpo sarebbe stato ritrovato intatto a 120 anni dal decesso, contornato da simboli esoterici e vaghe insegne iniziatiche. Qualcuno afferma che l’opuscolo fosse già circolato a partire dal 1610. Le nebbie storiche aiutano la formazione del mistero e spesso ne conferma l’autenticità. Siamo dinanzi a un testo oscuro, dai caratteri sacrali, frutto dell’esperienza di un uomo che aveva molto studiato e viaggiato, riuscendo a rimanere in vita per 106 anni. I confratelli di Rosacroce si dicevano pronti ad avviare un periodo di pace, amore e saggezza. Insomma, un manifesto così generico da non scomodare la parola eresia. Si promettevano guarigioni e la fine delle pestilenze. La Terra poteva salvarsi. Erano in molti, in anni di scismi, sette e trattati alchemici, a pensare che dei Rosacroce non sarebbe rimasta alcuna eredità, a parte l’indubbio fascino del nome. Era passato un solo anno e la stessa (?) mano misteriosa fece circolare un altro libello, la Confessio Fraternitatis un manifesto, attribuito a tale Valentinus Johannes Andreae, meno blando del primo. I Rosacroce rivelavano che l’universo intero era popolato dai segni che Dio vi aveva impresso per l’annuncio della nuova era. Non c’era tempo da perdere: si sarebbe salvato solo colui non aveva mai peccato, e avrebbe parlato con gli eccelsi spiriti, finalmente affrancato dalle meschinità umane. Ecco il vero Vangelo di Luce! Non passò un anno che comparve un altro libello, intitolato Le nozze chimiche di Christian Rosencreutz, il resoconto dettagliato del cammino iniziatico compiuto e descritto dal padre della confraternita. Il testo sollevò comunque speranza, nuova fede o terrore? Niente di tutto questo perché non ci furono né dispute, né ribellioni, né rivolte. Pare che siano stati in molti a giurare di essere da anni dei rosacrociani. Uno studioso tedesco sostenne nella sua “Eco della Confraternita illuminata da Dio” (1615) che la dottrina era stata fondata nientemeno che da Adamo, conservata da Noè e poi trasmessa a Zoroastro per giungere infine nelle mani di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola. Il famoso alchimista inglese Robert Fludd si diceva convinto che i misteriosi confratelli sapessero fabbricare l’oro. In un suo scritto aggiunse: «Non possiamo sapere né i luoghi dove si incontrano né i tempi…ma è certo che conoscono la vera astronomia, la vera fisica, la matematica, la medicina e la chimica…». I Rosacroce non si facevano mai vedere, ma c’era chi assicurava che fossero molto operosi, moderati, frugali e sinceri. Unanimità sul fatto che vivessero in incognito. Persone perbene insomma, anche se restie alla pubblicità? Non mancarono i detrattori, che gridavano: sono imbroglioni, adepti del demonio, lussuriosi, scansafatiche, malfattori.  Ma un giorno d’agosto del 1623 i parigini si stupirono non poco vedendo appesi ai muri alcuni manifesti. Erano quelli dei Rosacroce, senza alcuna firma. Pomposo l’incipit: «Noi, deputati del Collegio principale dei fratelli Rosa-Croce, stiamo facendo soggiorno visibile e invisibile in questa città per grazia dell’Altissimo…». E la sostanza qual era? Questa: «Riveliamo e insegniamo senza libri né segni come parlare le lingue dei paesi dove vogliamo essere, e come trarre gli uomini dall’errore e dalla morte». In un secondo, e leggermente inquietante, manifesto questi fantomatici “maestri” avvertivano il lettore di conoscere il suo pensiero, aggiungendo che avrebbe potuto aderire alla confraternita per fede e non per semplice curiosità. Ci furono reazioni indignate, a cominciare dal cardinale Richelieu e dai gesuiti (poco prima erano stati indicati come nemici della Confraternita). Più in generale si parlò di stregoneria e di attacco al buoncostume. Dopo nove anni di messaggi criptici i Rosacroce, intenzionati «a riformare l’Universo» percorrendo la strada di una non meglio spiegata utopia, venivano allo scoperto. Si fa per dire dato che non rinnegavano la loro invisibilità. Un papocchio pseudo-religioso, di cui alcuni si avvalsero per carriera, opportunismo e altri fini poco nobili. Poco dopo si arriva al comico. Il maestro Andreae nel 1617, in un’operetta titolata Menippus, rivelò che i Rosacroce altro non erano che un simbolo, un puro ludibrium curiosorum. Insomma: una burlesca invenzione. Di questo gruppo s’interessò anche Cartesio nel suo viaggio in Germania. Nessun risultato. Rimase in piedi un gran fascio di ipotesi e una certa voglia di esoterismo. Un misterioso manoscritto venne alla luce in Germania nel 1710. In esso si annunciava che i Rosacroce dei bei tempi s’erano trasferiti in India, «per vivere maggiormente in pace». In un certo senso anticiparono di molto gli hippies del Novecento.

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Dal faceto al tragico, dalla suggestione all’istigazione. Sempre nel solco – in terra assai fertile – dei falsari. Parliamo dei famigerati Protocolli dei Savi di Sion, secondo i quali gli ebrei sarebbero, con tutti i mezzi, arrivati alla conquista e al controllo del mondo intero. Per comprendere meglio il fenomeno, occorre soffermarsi su alcuni “precedenti”. L’autore di Sarà vero riassume in poche righe il meccanismo vincente di un falso storico: «Spargere voci in fondo è facile: basta un pochino di retorica, un certo gusto per il romanzesco, un minimo di perspicacia nell’individuare obiettivi sensibili. Un falso influente non può e non deve mai concedersi voli eccessivi di fantasia, non può sperare di far colpo creando storie totalmente nuove. Quel che deve fare è ripetersi, andare incontro alle credenze già diffuse tra il proprio pubblico ideale e coccolarle, confermarle, con tutta la grandiosa forza dello stereotipo». È una buona ricetta. Ed è facile realizzarla quando sono in ballo gli ebrei, da sempre considerati “deicidi” (non furono loro a mettere in croce Gesù figlio di Dio?) e usurai (a dire il vero erano costretti a esserlo in quanto la pratica del prestito era interdetta ai cristiani). Ci pensava la fantasia a condire le accuse contro “i nasi lunghi”, indicandoli come colpevoli un po’ di tutto.  La Francia degli inizi 1300 sarebbe stata martoriata dalla lebbra. A chi dar la colpa? Un autorevole studioso come Carlo Ginzburg riporta quanto scritto in una cronaca anonima stilata attorno 1328: «Si diceva che gli ebrei fossero complici dei lebbrosi in questo crimine: e per questo molti furono bruciati». Peccato che non dilagasse la lebbra. Si radicò comunque l’idea che i lebbrosi fossero gli emissari degli ebrei.  Ai tempi di Filippo di Valois si verificò un’eclisse di luna e di sole, si raccontava di un drago infuocato devastava interi campi. Partì una lettera a Papa Giovanni XXII, per chiedere che fare. Semplice: perseguitare gli ebrei, svaligiare le loro abitazioni. Durante queste scorrerie si sarebbe trovato un documento con tanto di sigillo. In esso veniva sancito l’accordo tra ebrei e i musulmani di Granata e con il Sultanato di Babilonia per battere la cristianità con l’astuzia. Sbucava un piano complesso con conseguenze internazionali: gli arabi si sarebbero convertiti all’ebraismo promettendo la restituzione di Gerusalemme. In cambio i mori potevano considerare la Francia come territorio proprio.

Tra gli antecedenti dei Protocolli c’entra anche Napoleone. La tesi di fondo era che dietro le conquiste del soldato corso ci fosse il complotto ebraico. In effetti Napoleone stava aprendo i ghetti dell’Europa. Il ragionamento è semplicemente capzioso: se il condottiero francese osteggiava l’isolamento e la persecuzione degli ebrei, chiaro dunque che a rendere possibile la grande campagna militare di Napoleone erano stati gli ebrei.  Il genio militare francese, secondo uno studio apparso nel 1967, pare avesse convocato a Parigi il “Grande Sinedrio” per saggiare la fedeltà degli ebrei alla nazione e a trattare con i giudei il problema dell’usura. Grande, ingenuo errore chiamare quella riunione Sinedrio. Monarchici e clericali non aspettavano di meglio: dunque si stava preparando, dicevano, un governo ebraico! E giù malevolenze e ingiurie: ecco che si stava preparando un vertice mondiale supersegreto, ecco che Napoleone si svelava come il Messia nero giunto a preparare l’Apocalisse. A Mosca il sinodo ortodosse tuonava così: «Oggi (Napoleone, ndr) propone di riunire gli ebrei che la collera di Dio ha disperso sulla faccia della terra, per spingerli a rovesciare la Chiesa di Cristo e a proclamare un falso Messia nella sua persona». Un tira e molla di accuse a scapito degli ebrei, tanto è vero che, quando scoppiò la rivoluzione d’Ottobre, i russi (anche quelli dell’armata bianca) dettero a loro la colpa dei grandi mali del bolscevismo. Ma il colpo più insidioso, il falso per eccellenza si chiama appunto “I protocolli dei Savi di Sion”. Cominciò a circolare nella Russia zarista attorno al 1903 un documento in cui finalmente gli ebrei svelavano il loro grandioso progetto: impadronirsi del mondo, con la complicità dei massoni. Nel 1909 a Charlottenburg, nei dintorni di Berlino, comparve la prima traduzione di quel falso. Traduzioni a Varsavia, a Londra, a New York, Vienna e Parigi. Nel 1921 l’antisemita Giovanni Preziosi lo pubblicò con enfasi grafica nella rivista La vita italiana. Il titolo del periodico era questo: L’internazionale ebraica: Protocolli dei “Savi Anziani” di Sion. Otto edizioni fino alla fine della guerra. Il nucleo del documento si può riassumere così: la natura dell’uomo è malvagia, le masse sono incostanti, non esiste spazio alcuno per la moralità in politica. La conclusione era terrorizzante: “Secondo la legge di natura, il diritto sta nella forza”. Per sanare il mondo, quindi, ci doveva essere una guida squisitamente e segretamente ebraica. Una serie di articoli pubblicati sul Times londinese nel 1921 dimostrarono che il contenuto dei documenti era falso, frutto avvelenato di un plagio di opere precedenti, in gran parte romanzi e libelli di satira politica. Ma la mano che li scrisse di chi era? Pare fosse russa, con l’intento di cacciare gli ebrei.

Nonostante la comprovata falsità dei documenti, questi riscossero comunque ampio credito in ambienti antisemiti e antisionisti con uno strascico, che ancora oggi fa danni immensi, in quanto sono considerati il supporto ideologico dei movimenti fondamentalisti islamici che gridano alla cospirazione ebraica e anche una sorta di bibbia per i movimenti di estrema destra, dall’America al Giappone.

Pier Mario Fasanotti

*Pier Mario Fasanotti ha lavorato all’Ansa e a La Stampa ed è stato inviato per Panorama. Tra i suoi libri, ricordiamo i romanzi “Soledad” e “Matto da morire” e la biografia di Salvador Dalì (“Io non sono pazzo”, il Saggiatore). “Tra il Po, il monte e la marina” racconta “I Romagnoli da Artusi a Fellini”, ed è stato edito da Neri Pozza.

**In copertina: i possedimenti del Prete Gianni in una mappa di Abraham Ortelius (1527-1598), “Presbiteri Johannis, sive, Abissinorum Imperii descriptio”

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